False fatture per 5 miliardi, 60 mila imprese coinvolte: 3 arresti
Società “apri e chiudi” scoperte dalla GdF. 433 società cancellate

Sono oltre 60 mila le imprese italiane che avrebbero utilizzato fatture false nell’ambito dell’operazione “Cash Back”, illustrata in conferenza stampa ad Ancona. L’inchiesta, condotta dalla Guardia di Finanza di Senigallia e coordinata dalla Procura dorica, rappresenta lo sviluppo investigativo della precedente operazione “Fast and Clean”.
Complessivamente sono 281 le persone coinvolte: tre cittadini cinesi — residenti a Corinaldo (Ancona), Milano e Padova — sono stati arrestati; altre 278 risultano indagate, in gran parte prestanome. Tra questi figurano 235 cittadini cinesi, una trentina di italiani e alcuni rumeni. Le ipotesi di reato, a vario titolo, vanno dall’emissione di fatture per operazioni inesistenti al riciclaggio, dall’infedele o omessa dichiarazione alla sottrazione al pagamento delle imposte.
I due filoni investigativi hanno portato al sequestro preventivo di oltre un miliardo di euro, di cui circa 50 milioni già eseguiti tra contanti, somme depositate su conti correnti, titoli, beni di lusso, immobili di pregio, complessi artigianali e industriali e automezzi. Nell’abitazione di uno degli amministratori di fatto delle cosiddette “cartiere” sono state sequestrate anche opere d’arte per un valore superiore ai 5 milioni di euro.
Sono 433 le imprese coinvolte, 329 delle quali società di capitali: tutte sono state sequestrate e cancellate dal registro delle imprese, con chiusura delle relative partite Iva, per impedirne qualsiasi ulteriore utilizzo illecito. Secondo gli investigatori, il sistema criminale era in grado di movimentare circa 5 miliardi di euro tra Italia ed estero. Le indagini sono partite nel 2023, dopo controlli fiscali su alcuni laboratori tessili guidati da imprenditori di nazionalità cinese attivi tra Senigallia, Corinaldo e Trecastelli. Le verifiche avevano fatto emergere anomalie nella gestione finanziaria e prelievi sistematici di contante — fino a 200 mila euro — immediatamente dopo il saldo delle fatture.
Il meccanismo ricostruito dagli inquirenti era collaudato: il cliente riceveva una fattura pro-forma con l’indicazione dell’Iban su cui effettuare il bonifico e con un oggetto concordato di volta in volta — dall’acquisto di merci a prestazioni di servizi, consulenze, ristrutturazioni o generiche lavorazioni. Una volta ricevuto il pagamento, la fattura veniva formalmente emessa e registrata nel sistema di fatturazione elettronica. Il compenso per gli organizzatori era pari al 10% dell’imponibile più il 22% dell’Iva. Il restante 90% dell’imponibile veniva restituito in contanti all’imprenditore utilizzatore, configurando un sofisticato sistema di “cash back” illecito.
Per reperire la liquidità necessaria alla restituzione, gli indagati si sarebbero avvalsi di una rete di connazionali incaricati di raccogliere denaro contante proveniente da esercizi commerciali del Centro-Nord, somme ritenute frutto di evasione fiscale o di altre attività illecite. In diversi casi, controlli stradali casuali hanno portato al sequestro di centinaia di migliaia di euro in contanti.
In una prima fase il sistema sarebbe stato gestito direttamente dai titolari dei laboratori tessili, che costituivano nello stesso sito produttivo più imprese cartiere intestate a familiari, dipendenti o ex dipendenti. Successivamente, per eludere i controlli, la rete si sarebbe estesa al Nord Italia, dove altri soggetti avrebbero creato società fittizie specializzate nell’emissione di fatture false e nel trasferimento all’estero dei profitti illeciti, inizialmente tramite corrieri e “spalloni”, poi attraverso bonifici verso la Cina giustificati da false operazioni di importazione. Nel prosieguo delle indagini, gli investigatori si sono trovati di fronte a un sistema ancora più ampio: società “apri e chiudi”, intestate a prestanome italiani e stranieri, con sedi sparse in numerose regioni, soprattutto del Nord. Strutture solo sulla carta, domiciliate presso grandi centri direzionali o commerciali, prive di reale operatività e create esclusivamente per emettere fatture false dietro compenso. In due o tre anni avrebbero generato un volume di fatturazioni fittizie pari a 5 miliardi di euro. Emblematico il caso di un’impresa con sede in un appartamento dell’hinterland milanese, capace di emettere in un solo trimestre fatture false per oltre 69 milioni di euro senza versare nulla all’Erario.
Durante le perquisizioni, effettuate tra agosto e settembre dello scorso anno, sono stati sequestrati documenti di identità contraffatti — con fotografie sostituite — utilizzati per costituire società e aprire conti correnti, numerose carte di credito collegate a conti cinesi, carte prepagate prive di Iban per l’acquisto di beni rifugio, oltre ad apparecchiature elettroniche in grado di gestire simultaneamente oltre 40 account societari, a conferma — secondo gli inquirenti — dell’elevato livello organizzativo e tecnologico dell’attività illecita.