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la strategia criminale

Luoghi di summit e causa di faide: il sistema dei clan che ha trasformato in feudi i resort nel Crotonese

Complessi turistici diventati l’oggetto del desiderio dei clan. Una realtà cristallizzata in decenni di sentenze e ricostruzioni della Dda

Pubblicato il: 25/02/2026 – 7:01
di Mariateresa Ripolo
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Luoghi di summit e causa di faide: il sistema dei clan che ha trasformato in feudi i resort nel Crotonese

CROTONE Complessi turistici diventati l’oggetto del desiderio dei clan di ‘ndrangheta sulla fascia costiera ionica nel Crotonese. Una realtà cristallizzata in decenni di sentenze e ricostruzioni della Dda di Catanzaro. L’ultima, denominata “Black Flower”, svela ancora una volta un sistema che affonda le radici in una strategia criminale nata con il boom edilizio degli anni ’70.
La gestione del complesso “Seleno-Margheritissima” – viene ricostruito nell’ordinanza che ha portato a 7 arresti – non è un caso isolato, ma si inserisce in un sistema in cui le cosche hanno approfittato dell’industrializzazione turistica che «ha portato all’edificazione di strutture ricettive di notevoli dimensioni», un affare colossale che «decretava un cambio di interessi delle cosche ivi presenti».

Un business a cielo aperto

Le sentenze dei processi disegnano una vera e propria geografia del potere.
Già nel 1975, una sentenza del Tribunale di Crotone riconosceva il clan Arena come un sodalizio capace di imporre la propria “guardiania” all’interno della struttura del Villaggio Valtur. Con gli anni ’90 il controllo è diventato totale e soffocante, al punto che la cosca esercitava la propria supremazia attraverso «estorsioni e tangenti sui guadagni pattuiti». Nella ricostruzione degli investigatori viene riportato l‘episodio citato negli atti riguardante un uomo percosso in piazza dai vertici del clan per aver commesso un furto nel villaggio, violando la «zona di rispetto» degli Arena.
Il villaggio non era solo una fonte di reddito, ma un territorio sovrano dove la ’ndrina imponeva una tangente annuale di ottanta milioni di lire riscossa direttamente a Roma. La sentenza additava Nicola Arena cl.’ 37 come il «controllore» delle strutture ricettive, che «aveva imposto sia il pagamento di tangenti e l’assunzione fittizia dei propri figli, nonché l’obbligo di avvalersi di determinate ditte fornitrici e manutentive, gradite alla cosca». All’interno dei villaggi di Isola Capo Rizzuto e Simeri Mare – si legge – «i figli dell’Arena rientravano, inoltre, nel meccanismo delle assunzioni fittizie volute dalla ‘ndrina, i quali consumavano senza pagare ed invitavano conoscenti all’interno degli edifici a titolo gratuito o per organizzare summit mafiosi».

Luoghi di summit e causa di faide

Il controllo dei villaggi è stato così centrale nel business dei clan da scatenare anche faide sanguinose, come il duplice omicidio di Francesco Arena e Antonio Scerbo nel 2000, maturato proprio per l’ingerenza di Arena nell’edificazione di un nuovo villaggio a Le Castella, progetto voluto dal boss Nicolino Grande Aracri.
L’ombra della criminalità organizzata si è estesa fino a intrecciarsi con Cosa Nostra, come dimostrato nel 2017 dal sequestro del patrimonio dell’imprenditore Carmelo Patti. In quell’occasione emerse che il resort di Isola Capo Rizzuto era nella disponibilità della mafia siciliana di Matteo Messina Denaro, ma risultava tecnicamente «asservito agli esponenti della ‘ndrangheta locale». «Destinatarie del provvedimento ablativo di prevenzione erano oltre 25 società di capitali e centinaia di aziende di immobili, tra cui numerosi resort turistici, tra cui il “Villaggio Valtur Resort Capo Rizzuto” di Isola Capo Rizzuto. Quest’ultimo risultava nella disponibilità di Cosa Nostra ed asservito agli esponenti della ‘ndrangheta locale. Al momento del sequestro, l’attività del villaggio era già cessata e il complesso immobiliare che la ospitava risultava inutilizzato; tuttavia, rimanevano attivi determinati servizi interni, in modo da garantire a taluni personaggi assunti di percepire mensilità stipendiali».
Mentre l’inchiesta “Borderland” – che ha evidenziato il ruolo delle cosche Trapasso, Tropea-Talarico, facenti parte della locale di Cutro, ha svelato che il controllo sui villaggi non serviva solo ad arricchire i singoli clan ma rispondeva a una regia direttiva superiore. Parte dei proventi del racket dei villaggi della fascia ionica confluiva in una «cassa comune» indirizzata alla locale di Cutro, utilizzata per gestire i conflitti e mantenere l’ordine criminale.

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