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Sanità, le aree montane le più penalizzate. È ora di cambiare la rete ospedaliera

Persiste la retorica delle inaugurazioni, mentre nei territori interni si consolidano precarietà e soluzioni temporanee

Pubblicato il: 27/02/2026 – 10:34
di Emiliano Morrone
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Sanità, le aree montane le più penalizzate. È ora di cambiare la rete ospedaliera

Perché quasi nessuno osserva e obietta che la rete calabrese dell’assistenza ospedaliera è vecchia di 16 anni, inadeguata e perfino paradossale? Perché si discute di nuovi ospedali come se bastasse costruirli per risolvere la crisi, mentre l’architettura dei servizi resta quella concepita agli inizi del Piano di rientro, nel 2010, quando la priorità era chiudere, ridurre, riconvertire, spostare altrove il rischio clinico e l’ansia sociale? Difatti, con il Dpgr-Ca numero 18 del 22 ottobre 2010, si approvarono le tre reti assistenziali – ospedaliera, dell’emergenza-urgenza e territoriale – entro una logica commissariale della sanità caratterizzata dall’obbligo di rientrare dal disavanzo ma dalla mancanza fissa di strumenti efficaci per ovviare ai problemi causati dalle gestioni regionali del passato.
Da allora sono arrivati correttivi, decreti ulteriori, aggiornamenti. Il baricentro, però, non si è più spostato. In sostanza, si è consolidato un modello centripeto: pochi poli più forniti di mezzi e personale, periferie alleggerite, presìdi di prossimità progressivamente svuotati e in parte finanche smantellati. Perciò oggi non c’è una rete integrata ma siamo davanti, molto spesso, a una catena di trasferimenti. Il paziente entra in un punto debole e viene instradato verso un centro più attrezzato. Questo meccanismo è diventato strutturale, pacifico e accettato benché assurdo. Proprio a questo livello emerge un controsenso istituzionale. L’Agenas è l’organo tecnico-scientifico del Servizio sanitario nazionale. Supporta il ministero della Salute e le Regioni, monitora, misura e compara attività e dati, in modo da produrre indicatori che certificano divari spesso permanenti. È un circuito che si chiude su sé stesso, nel senso che la misurazione poi non si traduce in correzione. Sul terreno dell’emergenza-urgenza, dove il tempo determina la sopravvivenza umana, i dati disponibili mostrano uno scarto evidente. In Calabria l’attesa media per l’arrivo dell’ambulanza supera o sfiora la mezz’ora: 35 minuti a Vibo Valentia, 31 a Cosenza, 30 a Catanzaro e Reggio Calabria, 28 a Crotone. Il riferimento nazionale è 18 minuti. Si tratta di un fattore clinico, preludio di maggiore probabilità di morte, di complicanze e disabilità.
Tale dato aiuta a comprendere perché le aree montane risultino le più penalizzate. È l’effetto combinato di tre elementi: una rete costruita su soglie numeriche e bacini minimi; la popolazione dispersa e anziana; la viabilità lenta e problematica. La montagna non raggiunge i volumi richiesti per ospedali strutturati secondo gli standard ordinari. Quando i presìdi interni vengono ridotti a funzioni essenziali, come avvenuto in Calabria, la distanza dal Dea diviene il principale determinante di rischio. Come visto, l’ambulanza impiega 30 minuti in pianura, ma nelle aree montane il tempo si dilata oltremodo. Se il modello organizzativo prevede che il paziente acuto venga trasferito, occorre che il primo presidio sia in grado di stabilizzarlo in sicurezza. Se quella capacità non viene sempre garantita, il trasferimento non è una scelta clinica ponderata ma una necessità imposta dalla debolezza del sistema. Il decreto ministeriale n. 70 del 2015 definisce ad oggi standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi dell’assistenza ospedaliera e, nel disciplinare le aree disagiate e montane, consente deroghe rispetto ai bacini di utenza ordinari, purché siano garantite funzioni coerenti con la gestione dell’urgenza e con la stabilizzazione del paziente prima dell’eventuale trasferimento. Il decreto non contempla un elenco rigido di reparti obbligatori, ma pone l’obbligo sostanziale di assicurare assetti organizzativi e discipline adeguate alla sicurezza clinica in contesti caratterizzati da distanza e difficoltà di accesso ai Dea di livello superiore. La norma vigente consente dunque di rafforzare gli ospedali montani. In Calabria, invece, è prevalsa una lettura restrittiva che ha lasciato intatto l’impianto del 2010, con adattamenti minimi.
Il 22 ottobre 2025 Agenas ha presentato un’indagine nazionale sulle reti tempo-dipendenti basata sui dati del 2023. L’analisi utilizza tracciati di Pronto soccorso e Sdo e costruisce indicatori circa organizzazione, processi ed esiti, da cui emerge che la rete non garantisce equità, ove il tempo non è governato. Allora le aree montane diventano l’anello più debole, perché partono con un ritardo strutturale.
L’errore dell’attuale impianto calabrese è quindi l’aver trasformato il trasferimento del paziente acuto in soluzione ordinaria. Il trasferimento è uno strumento clinico. Presuppone stabilizzazione, coordinamento, disponibilità di mezzi e posti letto, équipe complete. Se uno di questi elementi manca, il trasferimento espone il paziente a rischio certo. Con un’emergenza-urgenza fuori standard e con presìdi interni indeboliti, quel rischio si concentra, in Calabria, sulle aree montane. A questo si aggiunge la prova economica. La mobilità sanitaria passiva supera i 300 milioni di euro. È l’indicatore di un sistema che non riesce a trattenere i propri pazienti. Chi vive in montagna parte più spesso per la diagnostica che non trova; per la chirurgia che non viene programmata; per la continuità oncologica che non è garantita; perché l’urgenza non consente incertezze. La distanza diventa migrazione sanitaria.
Che cosa resta, allora, della rete del 2010? Rimane un disegno che ha normalizzato l’eccezione. Sopravvive l’idea che coprire un turno equivalga a potenziare un servizio. Persiste la retorica delle inaugurazioni, mentre nei territori interni si consolidano precarietà e soluzioni temporanee. È giunta l’ora di modificare la rete dell’assistenza ospedaliera. E anche il Consiglio regionale calabrese deve convincersene. Serve una revisione strutturale che metta al centro la stabilizzazione dell’acuto vicino ai luoghi di residenza, soprattutto in montagna. Occorre applicare integralmente le possibilità normative previste per le aree disagiate, rafforzare dotazioni e personale, ridurre la dipendenza sistemica dal trasferimento, riallineare l’emergenza-urgenza ai parametri nazionali. La fotografia presentata da Agenas il 22 ottobre 2025 non può essere archiviata come le precedenti. Una regione cambia se interviene sulla propria rete assistenziale. E oggi la priorità è nelle aree montane. In cui la distanza pesa di più e il tempo clinico non può restare, come nulla fosse, una variabile secondaria. (redazione@corrierecal.it)

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