Valditara e la nuova pedagogia della ramazza
Gli alunni dovranno pulire aule e bagni dopo le lezioni. Il rispetto e l’educazione civica che passa per l’autorità. Anni per liberarci da questa cultura che ora ritorna

Me le ricordo ancora, le “orfanelle”, affacciate alle finestre delle classi velocemente lasciate da noi alunni scalmanati al suono della campanella. Noi via, a correre nel giardino della scuola elementare delle suore francescane del mio paesone. Loro, interne del collegio, ci guardavano dall’alto, costrette a rimanere dentro e a pulire le aule. È lì, forse, che è maturato il mio feroce anticlericalismo e, soprattutto, il mio permanente ribellismo per le ingiustizie sociali. Essendo delegata dalla suora alla vendita delle caramelle gommose durante la ricreazione, riparavo come potevo a quella che avvertivo, senza rendermene conto, come una violenta discriminazione. Ma in sostanza eravamo cattivissime, trascinate dall’autorità delle suore, e ridevamo perché quelle bambine erano sempre all’ultimo banco. Due volte ultime: per censo e per destino. Che bella pedagogia della discriminazione.
Quarant’anni dopo potrei dire, con ironia amara, che giustizia è fatta: tutti uguali davanti alla scopa. Il ministro Valditara ha spezzato le catene della discriminazione e ha deciso che poveri e ricchi, maschi e femmine, tutti gli alunni dovranno pulire aule, bagni, magari piantumare giardini dopo le lezioni o, non ho ben capito, in contemporanea. La pedagogia della ramazza.
Penso che fosse ingiusto allora costringere ragazzine di otto, dieci anni a raccogliere cartacce e avanzi di merendine. E lo trovo ingiusto oggi, altrettanto ingiusto, anche se travestito da educazione alla responsabilità. L’educazione può mai essere la supplenza del personale Ata, che a un certo punto ci siamo vergognati di chiamare bidelli mentre cercavamo domestici per le nostre case. Non mi ha mai convinto l’idea di trasformare l’infanzia in anticamera del dovere produttivo. Si parla di rispetto dei luoghi, di senso civico. Ma davvero il senso civico nasce dall’imposizione? E come si “costringeranno” i ragazzi a pulire i bagni? Con una nota disciplinare per chi si rifiuta? Con un registro delle scope? E chi dirà di no, perché magari sente quell’atto come un’umiliazione, verrà bollato come incivile? L’infanzia – e persino l’adolescenza – è il tempo del gioco, della spensieratezza, perfino dell’eccesso. Anche in casa, questo è il mio parere: i ragazzi non dovrebbero fare nulla che assomigli a un lavoro. La vita, dopo, ti carica di fatica senza chiedere il permesso. Perché anticiparla a dieci anni, ma anche a quindici? Ci sarà un motivo per cui a diciotto si diventa maggiorenni? La violenza crescente dei minorenni, d’accordo.
E’ un problema, ma come lo affrontiamo, con ordine e disciplina? Con le imposizioni? Perché trasformare la scuola in un laboratorio di doveri materiali quando dovrebbe essere un laboratorio di immaginazione?
E poi diciamolo: anche il disordine racconta qualcosa. Le scritte sui banchi, le frasi sui muri, hanno un loro perché. Sono stratificazioni di adolescenze, piccole archeologie sentimentali. È bellissimo trovare sui banchi vecchi cuori incisi da ragazzi innamorati, iniziali intrecciate che hanno attraversato decenni. Al mio liceo, sotto un quadro di Dante con la scritta “Non sbigottir che io vincerò la prova” – messo proprio davanti ai bagni – noi scrivevamo di tutto. Era dissacrazione, certo. Ma era anche dialogo. Era appropriazione di uno spazio che sentivamo nostro. Nessun preside ci ha mai sgridato. La scuola non è un museo asettico: è un organismo vivo, respira con i suoi studenti, anche nei segni imperfetti che lascia.
Si dice: spenderemo trenta milioni per educarli al rispetto. Ma l’educazione si compra? Si finanzia per decreto? O si trasmette per esempio? Se un ministro cambia ogni anno la maturità, se si annunciano metal detector come se gli studenti fossero passeggeri in aeroporto, se si ripristina la parola “ginnasio” come vessillo identitario – e a me, lo confesso, quella parola piace, perché racconta una storia e perfino una distinzione – che messaggio arriva? Che la scuola è un eterno cantiere politico, un ping pong di simboli. Prima il controllo, poi la scopa. Ogni settimana una novità, ogni anno una riforma. E in mezzo, ragazzi che cercano solo di capire chi sono. Ripristinare “ginnasio” può anche evocare un’idea alta di tradizione. Ma non si governa la complessità con le nostalgie né con i gesti muscolari. La scuola non ha bisogno di studenti-spazzini, né di studenti-sorvegliati speciali. Ha bisogno di adulti autorevoli, di insegnanti rispettati, di edifici dignitosi, di personale assunto e valorizzato.
Insegnategli la libertà di immaginare. Insegnategli che la cura dei luoghi è un gesto d’amore, non una punizione collettiva. Insegnategli che il lavoro verrà, e sarà duro, e sarà serio. Ma che c’è un tempo per tutto. E il tempo dell’infanzia e della gioventù è fatto anche di rincorse per non farsi scoprire dopo aver fatto…Cosa? Non lo vogliamo sapere, o meglio lo sappiamo ma chiudiamo un occhio, alla gioventù lasciamoli almeno l’illusione di essere i più furbi. (redazione@corrierecal.it)
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