‘Ndrangheta a Cirò, il pentito confessa: «Abbiamo tutto, fucili a pompa, kalashnikov e anche un bazooka»
Secondo il racconto fornito dal collaboratore di giustizia Gaetano Aloe, l’organizzazione avrebbe beneficiato di un vero e proprio arsenale

CROTONE Gaetano Aloe, figlio dello storico boss Nick Aloe, ha saltato il fosso dopo una carriera criminale spesa nelle fila della mala cirotana. Un curriculum di tutto rispetto per il rampollo pentito che ha preso parte in prima persona a sanguinosi e mortali agguati, ritenuto «dall’elevata caratura criminale, affiliato dalla nascita al locale dì ‘ndrangheta di Cirò» e capace di «operare in maniera spregiudicata ed illecita anche fuori dai confini territoriali calabresi». Non un gregario, ma un protagonista assoluto della scena criminale calabrese, ecco perché le sue rivelazioni ai magistrati antimafia risultano illuminanti nella ricostruzione del locale di ‘ndrangheta attivo a Cirò: colpito dal recente blitz che ha portato all’arresto di 13 soggetti ritenuti dall’accusa appartenenti a un gruppo criminale che, per conto della cosca Farao-Marincola, gestiva le piazze di spaccio nel Crotonese.
I capi di imputazione riguardano, in particolare, una presunta organizzazione dedita allo spaccio di droga, numerosi episodi di spaccio di sostanza stupefacente e detenzione di armi.
Bazooka e fucili
Il 14 giugno 2023, Gaetano Aloe dinanzi all’allora pm della Dda di Catanzaro, Domenico Guarascio (oggi procuratore di Crotone) si sofferma sulla disponibilità di armi. «Tutti l’armi avìumu nui: kalashnikov, fucili a pompa, tutti l’armi (…) C’è puru nu bazooka». Secondo il racconto fornito dal pentito, l’organizzazione avrebbe beneficiato di un vero e proprio arsenale. «Ci su’ l’armi, hai voglia e armi che avìumu nui, infatti mo simu chini e armi». La narrazione prosegue e il collaboratore di giustizia tratteggia la figura di Cataldo Cozza “Cozzaredha”, coinvolto nell’operazione Desert Storm. «Attualmente è quello che mantiene la ‘ndrangheta di Cirò attiva perché solo lui vende la droga, tutta la droga passa dalle sue mani», afferma Gaetano Aloe. Che aggiunge: «Cataldino Cozza tena l’armi pure nascoste. U sacciu pecchì mi volìa dare pure na pistola, nu fucile». Sul nascondiglio, il collaboratore di giustizia glissa. «Dottò, ‘on u sacciu, “Cozzaredha” è unu dei cchiù… persuni cchiù furbi ca può esistere (..) è talmente intelligente suba su lavoro che u sa fara su lavoro».
L’evoluzione della mala armata
Sul carattere armato della mala è utile richiamare la sentenza emessa dalla Corte di Assise di Appello di Catanzaro, l’11 agosto 2001, che ha «sancito l’esistenza e l’operatività a Cirò e dintorni di un’associazione per delinquere armata, di tipo mafioso, diretta, a partire dal 1977, da Nicodemo Aloe, Giuseppe Farao e Silvio Farao». I tre dopo l’eliminazione del vecchio boss Giovanni Santoro, avevano assunto il controllo sul territorio di Cirò con il consenso delle cosche reggine. Il futuro dell’organizzazione si lega, invece, al riassetto degli equilibri criminali. In questo caso, le attività di indagine svolte nell’ambito dell’operazione “Stige” hanno dimostrato la perdurante ed attuale operatività della cosca “Farao-Marincola”, documentandone il condizionamento del territorio. Il locale che insiste su Cirò «si avvale della forza intimidatrice che proviene proprio dalla stessa esistenza del vincolo associativo e dalla condizione di assoggettamento ed omertà della popolazione». Nel corso degli anni, la crescita del sodalizio è stata resa possibile dal compimento di operazioni «prettamente militari», volte all’eliminazione fisica degli avversari o degli oppositori del clan, e da accordi con altre organizzazioni ‘ndranghetiste. (f.benincasa@corrierecal.it)
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