Le fotografie di una Calabria a metà, il non finito «simbolo di una generazione che ci aveva provato»
Da quasi 30 anni il fotografo Angelo Maggio racconta la realtà calabrese tra edifici incompleti, riti religiosi e manifesti elettorali

LAMEZIA TERME L’idea nasce una domenica di Pasqua, nel lontano 2004. Durante uno dei tradizionali riti pasquali a San Luca Angelo Maggio, fotografo etnografico, scatta una foto: la statua del Cristo portata dai fedeli e, sullo sfondo, il grigio cemento di un edificio incompleto: «La trovai una foto dura, ma mostrandola ad alcuni abitanti di là mi accorsi che invece era piaciuta». Ciò che ai suoi occhi sembrava una contraddizione, per gli altri era uno scatto normale, un’istantanea di un rito tradizionale a cui la comunità era legata. «Iniziai a fare altre foto di santi inseriti in quei contesti, ma nessuno trovava qualcosa di negativo. Le ritenevano foto normalissime». È questa la contrapposizione che più incuriosisce Angelo Maggio, che di lì a poco darà il via al progetto Cemento Amato: una raccolta di istantanee calabresi, tra il non finito degli edifici e il volto di chi questa realtà la vive quotidianamente.


Una fotografia che documenta la realtà
«Io non sono per una documentazione platinata della Calabria. Mentre tutti gli altri magari cercavano lo scorcio con la casa tradizionale o la signora vestita con l’abito tradizionale, a me è sempre interessata l’umanità a 360°, senza preoccuparmi delle contaminazioni intorno». Anche perché, afferma Angelo citando un’altra eccellenza della fotografia calabrese come Carlo Paone «la fotografia è verità, non esiste che io fotografi cose non vere. Ma oggi abbiamo perso l’idea di una fotografia che documenta. Ha perso quel valore di verità, ma conserva ancora, se usata in un certo modo, il potere di suscitare riflessioni». Dietro una foto del non finito calabrese si nasconde la storia di una società ferita dallo spopolamento e dal fenomeno migratorio: «Io li ho definiti monumenti alle aspettative deluse. Per me i fabbricati sono il segno di una generazione che ci aveva provato. Il 99% delle mie foto non riguarda speculazioni edilizie, ma persone che hanno provato a costruire la casa, che oggi un piano è abitato e gli altri 4 sono vuoti perché i figli hanno deciso di rimanere fuori».



Il simbolo di una Calabria che ci credeva
Un racconto della Calabria tramite fotografie che va avanti da quasi 30 anni, senza fermarsi. «Nell’ultimo anno penso di aver scattato 80-90 foto. Ma la produzione è costante, ogni volta trovi cose nuove e diverse». A volte, però, torna sul luogo di una foto scattata oltre 30 anni fa. Com’è successo a Mesoraca, nel Crotonese, dove Angelo Maggio fotografa una realtà che in tanti anni non è migliorata, ma peggiorata: «Per me questa foto è drammatica. I fabbricati sono rimasti gli stessi, ma mancano le persone. Sono immagini che ti danno l’idea di una società che non è esattamente meravigliosa come qualcuno dice. Continuiamo a pensare alle coste, al mito del turismo che ci salverà, ma se andassimo a vedere foto che ho scattato nel 1998 notiamo che la situazione non è cambiata molto». L’edificio incompleto più impressionante? «Per me l’ippodromo di Portigliola. Più che altro perché è fantastica l’assurdità di cosa hanno creato. Su una collina che guarda il mar Ionio, anche difficile da raggiungere, hanno realizzato un ippodromo che poi è stato abbandonato subito. Ogni tanto vedi alcune cose che ti fermi e dici: “Ma come gli è venuto in mente di fare sta cosa?”». Ma nella sua produzione, c’è anche spazio all’ironica rappresentazione della politica immersa nel non finito: «Una cosa che mi ha sempre sconvolto sono i manifesti elettorali». Politici, assessori, candidati alle regionali che per pubblicizzarsi utilizzano come sfondo edifici incompleti, in preda al cemento e all’incuria. «Mettevano i loro volti e i loro slogan in queste situazioni, creando una contrapposizione assurda e molto divertente».


Il progetto “Mas Ruido”
Dalle sue foto ha preso anche spunto il numero zero di “Mas Ruido”, un nuovo progetto promosso da Cristian Urzino con la collaborazione di Francesco Lesce. Presentato venerdì a Lamezia, sarà protagonista in altre tappe calabresi. «Il primo numero prende spunto dalle mie foto in una riflessione più ampia su come viviamo i luoghi. L’idea è quella di parte da stimoli visi per poi allargarsi a interventi di vario genere». Di fronte alla velocità dell’immagine moderna, proporre un modello più “lento” e riflessivo. «È un esperimento basato sul lavoro di diversi volontari. Stiamo già lavorando sul secondo numero». Un progetto che «ricerca la coerenza storica dietro fenomeni culturali apparentemente irrazionali, intreccia analisi e biografia, parole e fatti concreti». (redazione@corrierecal.it)
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