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Lost & Found

‘Ndrangheta, chat criptate e “tassa” del 40%: la scalata dei broker calabresi al porto di Catania

Istruzioni via Signal per schivare i droni della GdF e un “tariffario della corruzione” più remunerativo degli stipendi legali

Pubblicato il: 09/03/2026 – 19:01
di Giorgio Curcio
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‘Ndrangheta, chat criptate e “tassa” del 40%: la scalata dei broker calabresi al porto di Catania

LAMEZIA TERME Il modello “esportato” nel porto di Catania e nell’Est della Sicilia rappresenta per i clan calabresi un ulteriore salto di qualità, il paradigma di un’organizzazione che sul narcotraffico internazionale ha gettato basi profonde e ben radicate nel resto del Paese, ben oltre Gioia Tauro. La misura dell’amministrazione giudiziaria delle unità locali della società Europa Servizi Terminalistici (E.S.T.) s.r.l. nei porti di Catania e Augusta è un argine dello Stato contro l’espansione e mette a nudo alcuni punti che servono a descrivere meglio il “modus operandi”.

Istruzioni “live,”, messaggi criptati e disciplina

L’inchiesta collegata alla misura denominata “Lost&Found” della Dda di Catania, infatti, ha consentito di accendere i riflettori su un sistema di infiltrazione molto ben strutturato e che, parallelamente, riguarda anche i sistemi di comunicazione: non solo “pizzini” e nemmeno le vecchie telefonate in codice. Come è emerso dall’inchiesta etnea, per far girare tonnellate di cocaina tra le banchine senza lasciare traccia, la ‘ndrangheta ha dovuto compiere un salto tecnologico, trasformando i porti in laboratori digitali della droga. L’inchiesta catanese svelerebbe, dunque, come i broker di Siderno fossero in grado di gestire le operazioni al porto di Catania come moderni manager della logistica: istruzioni in tempo reale, messaggi criptati e una disciplina ferrea per eludere i droni e i sistemi di sorveglianza della Guardia di Finanza.



La regia via Signal

E c’è un dettaglio significativo emerso dall’ordinanza. I basisti – secondo l’indagine – all’interno dei terminal avrebbero ricevuto ordini precisi su come muoversi tra i container “reefer” (quelli refrigerati) attraverso applicazioni di messaggistica criptata come Signal. Non si trattava di semplici messaggi, ma di vere e proprie guide tecniche per aprire i vani motore dei container, recuperare i panetti di cocaina e richiudere tutto prima che il controllo doganale potesse accorgersi di nulla. Un sistema che garantiva ai calabresi di operare “a distanza”, riducendo al minimo il rischio di esposizione dei propri uomini di fiducia.

Il “tariffario” della corruzione

Tutto ha però un costo, compresa la tecnologia e la complicità delle figure chiave nel porto catanese. Le carte dell’inchiesta, arricchite dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tracciano i contorni di un’economia sommersa dai numeri da capogiro. Per ogni carico “protetto” e portato fuori dal porto in sicurezza, i terminalisti infedeli non si accontentavano di briciole. Il “tariffario” era chiaro: una percentuale che oscillava tra il 30% e il 40% del valore del carico o, in alternativa, una quota fissa per ogni chilo di cocaina estratto. Una “tassa sulla logistica sporca” che rendeva la complicità con la Locride molto più remunerativa di qualsiasi stipendio legale.

Catania, porto “sicuro”

C’è poi un interrogativo importante. Come mai i calabresi hanno scelto proprio il porto Catania? La risposta sta nella “permeabilità” della zona grigia. Già perché mentre lo scalo calabrese di Gioia Tauro nel tempo è diventato una sorta di “fortezza” presidiata, lo scalo etneo offriva in quel periodo – secondo l’accusa – una rete di complicità familiari e aziendali già collaudata. Un sistema dove il controllo del territorio si è spostato dalle strade alle banchine, dimostrando coma la ‘ndrangheta non abbia bisogno di scegliere un porto e impossessarsene, basta avere gli accessi giusti e pagarli in modo adeguato. Il resto è storia recente del narcotraffico che vede i clan calabresi protagonisti assoluti. (g.curcio@corrierecal.it)

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