Carceri, l’arma invisibile dei boss. «La ‘Ndrangheta si impone da dietro le sbarre»
Telefoni e droga alterano la qualità della vita nei penitenziari. «Il cellulare è lo strumento strategico per gestire i traffici illeciti e assoggettare i detenuti più fragili»

COSENZA Un telefono cellulare che entra illegalmente in un carcere non è una semplice falla nel sistema di sicurezza. È un filo invisibile, ma robustissimo, che ripristina il cordone ombelicale tra il criminale detenuto e la sua cosca all’esterno. Le recenti indagini sul carcere di Cosenza – con ipotesi di introduzione di smartphone e droga – riaccendono i fari su un’emergenza che paralizza il sistema penitenziario calabrese. Un tema che non può essere derubricato a mera cronaca giudiziaria. Fermo restando il massimo rispetto per il lavoro della magistratura e il principio della presunzione d’innocenza, dobbiamo essere chiari: Cosenza non è assolutamente un caso isolato. Le dinamiche emerse nel cosentino ricalcano situazioni già registrate negli istituti di Rossano, Crotone, Vibo Valentia, Catanzaro e Reggio Calabria. Non parliamo di problemi circoscritti a singole strutture, ma di una pressione criminale costante. Le organizzazioni mafiose cercano varchi nei luoghi di custodia dello Stato perché, per loro, la detenzione non rappresenta la rottura dei legami, ma un’occasione per rafforzarli e affiliare i più deboli.
La vera sfida dello Stato contemporaneo si gioca su pochi centimetri di tecnologia. Il cellulare, di fatto, annulla l’isolamento penitenziario. È una vera arma invisibile. In un piccolo dispositivo si concentra la capacità di mantenere relazioni, gestire traffici illeciti e coordinare attività criminali. Le mafie possiedono una rapidità di adattamento impressionante e un enorme potere economico, che sfruttano per infiltrarsi ovunque vi sia una vulnerabilità. Il rischio, se non si interviene, è che i boss continuino a gestire i rapporti di forza all’interno delle sezioni, imponendo la propria legge a discapito dei detenuti più fragili. Il carcere riflette la società. Quando in un territorio la criminalità organizzata è radicata, è inevitabile che tenti di mantenere il controllo anche dietro le sbarre. Serve un’azione di sistema interistituzionale dentro/fuori a maggior supporto dell’importante attività quotidiana che l’Amministrazione Penitenziaria, le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria, svolgono nel garantire sicurezza e giustizia. (redazione@corrierecal.it)
*Garante regionale dei diritti dei detenuti e Coordinatrice nazionale dei Garanti
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