«C’era una volta la sfida digitale… La Calabria immobile continua ad accumulare svantaggio competitivo»
Intervento critico di Filippo Pietropaolo (FdI), presidente della Commissione Bilancio del Consiglio regionale

CATANZARO «La Regione Calabria non ha terminato il percorso avviato con ReDigit e sembra aver dimenticato la proposta per il nuovo HPC. Così mentre gli altri vanno avanti noi freniamo, colpevolmente ignari che ogni ritardo accumulato rappresenti uno svantaggio competitivo che non possiamo permetterci. È ora di uscire da questo torpore e passare dalle buone intenzioni ai fatti». Lo afferma in una nota Filippo Pietropaolo (FdI), presidente Commissione Bilancio del Consiglio regionale.
ll contesto italiano ed europeo
«Lo scorso 29 ottobre 2025 – esordisce Pietropaolo – la Commissione Europea ha istituito il European Digital Infrastructure Consortium che vede Francia, Germania, Paesi Bassi e Italia come fondatori. L’obiettivo è quello di rafforzare la sovranità digitale europea attraverso soluzioni aperte e sostenibili. accelerando progetti multinazionali che riguardano la creazione di infrastrutture e lo sviluppo di beni comuni digitali fino alla realizzazione di un cloud sovrano. L’Italia, forte dell’impegno che il Governo ha profuso nella creazione di questo consorzio per tramite del Dipartimento per la Trasformazione Digitale, ne ha ottenuto la vice-Presidenza. A ricoprire l’incarico è stato chiamato il calabrese Serafino Sorrenti, Capo Struttura del Senatore Alessio Butti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per l’Innovazione presso il Dipartimento per la Trasformazione Digitale. Non solo un tecnico competente e di alto profilo a garanzia della qualità del servizio prestato, ma una nomina che rafforza la posizione italiana all’interno delle politiche europee dedicate alle strategie digitali. Europa e Italia sono quindi in prima linea nella promozione di un percorso diretto alla creazione di infrastrutture sovrane necessarie a ridurre le dipendenze da cloud esteri e supply chain globali, promuovendo la cooperazione contro le minacce transnazionali, anche secondo quando raccomandato dal “Global Cybersecurity Outlook 2026” del World Economic Forum. L’UE dipende infatti in modo massiccio da cloud e data center USA, con le grandi corporation tech che dominano il mercato europeo con quote del 63-70%. Sono loro a ospitare e gestire i nostri dati: quelli ricompresi nei servizi digitali delle nostre scuole, ospedali, imprese, pubbliche amministrazioni. E dato che questi dati, le informazioni contenute, le infrastrutture su cui poggiano e i processi che generano sono il petrolio di questo nuovo paradigma digitale e il tessuto connettivo delle nostre democrazie e dei loro sistemi di governance e di sicurezza, sarebbe un grave errore continuare ad appaltarli. Ora, anche per l’oggettiva difficoltà europea a dare vita a un hyperscaler, un soggetto in grado di competere con i giganti asiatici e statunitensi, l’UE ha deciso di adottare un modello diverso. Contrariamente al sistema accentrato creato dalle Big Tech, si sta dirigendo verso sistemi federati di dati: una rete fatta di tanti nodi autonomi (cloud, PA, imprese) che cooperano tramite regole e standard comuni. La strategia – sostiene Petropaolo – è quella di mettere in condivisione i dati di ogni Paese membro e di ogni Regione in “spazi di dati” che condividono regole e standard comuni su accesso, sicurezza e uso, tramite servizi di federazione che hanno a monte un impianto normativo moderno e in rapida evoluzione. Anche perché i recenti attacchi dei droni iraniani contro i data center di Amazon Web Services negli Emirati Arabi che ospitavano vari servizi cloud interrotti dalle bombe, raccontano bene quanto strategico sia oggi il comparto digitale. E quanto un sistema come quello europeo basato su una rete interconnessa di tanti repository diffusi sotto il profilo della cybersicurezza possa essere più resiliente e performante di uno centralista».
«Calabria ferma»
«Dal 2018 ad oggi – aggiunge Pietropaolo – l’UE prosegue questo cammino. Si è dotata di un impianto normativo (General Data Protection Regulation, Data Act, Artificial Intelligence Act, Digital Operational Resilience Act) volto a rafforzare tutela della privacy e della sicurezza, diritto alla portabilità dei dati non personali e industriali, interoperabilità, promozione della competitività industriale e resilienza digitale contro cyberattacchi o guasti tecnici. Allo stesso modo sta operando l’Italia: lo scorso 24 febbraio, la Camera ha approvato all’unanimità il disegno di legge delega per la disciplina e lo sviluppo dei data center nel nostro Paese, ora inquadrati come infrastrutture strategiche di pubblica utilità. Puntiamo a diventare hub digitale europeo. I numeri del comparto sono impressionanti. Qualche giorno fa Pier Paolo Greco, Presidente di Assinter, associazione che raggruppa le società in house regionali che si occupano di transizione digitale nella Pubblica Amministrazione, ha dichiarato cruciale il rafforzamento dell’ecosistema delle società in house ICT regionali nel quadro della costruzione di un’infrastruttura cloud europea sicura e interoperabile. Come ha ricordato, Calabria, Marche, Abruzzo e Basilicata, sono le uniche realtà regionali a non essere ancora strutturate con la formula società in house. Quattro Regioni che, per quanto riguarda l’individuazione di una strategia di sviluppo del proprio sistema digitale, si trovano in forte ritardo. Nella scorsa legislatura, la Regione Calabria ha approvato l’istituzione del Sistema Informativo Integrato Regionale della Calabria e gli schemi di atto costitutivo e statuto di ReDigit Spa, la nuova società in house per lo sviluppo integrato delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione. Un’idea realizzata attraverso la legge regionale 17, di mia iniziativa, approvata lo scorso aprile dal Consiglio Regionale. A questo va ad aggiungersi la nuova legge regionale sull’impiego di sistemi di intelligenza artificiale in Calabria approvata lo scorso 27 gennaio che raccoglie quanto contenuto nell’AI Act e nella legge nazionale 132 del 2025. È anche allo studio un provvedimento diretto a disegnare una strategia regionale in tema di cybersicurezza che coinvolga le PA regionali, compresi i piccoli Comuni, e il settore privato. In questo quadro il completamento della costituzione di ReDigit Spa rappresenta un passo in avanti nella creazione di quel modello basato su ecosistemi digitali federati verso cui l’Europa e l’Italia stanno convergendo. Se è vero, come illustra Anitec-Assinform, che il mercato ICT italiano, trainato da AI, cloud e data center, prevede tassi di crescita del 3-5% annui fino al 2030, con un balzo che va dai 91 miliardi di euro del 2024 agli oltre 100 miliardi, la Calabria, le sue imprese e le sue Università hanno un’enorme partita da giocare. Ricordo inoltre che dal World Artificial Intelligence Festival 2025 avevo candidato la Calabria ad ospitare un nuovo HPC, un super-computer per l’intelligenza artificiale e il calcolo quantistico. Un’opportunità che era e continua ad essere strategica per la nostra Regione: la sua disponibilità di energia da fonti rinnovabili e la presenza di risorse idriche per il raffreddamento sostenibile di questa infrastruttura, la metterebbe nelle condizioni di guadagnare un ruolo chiave nel processo di transizione digitale dell’Italia e dell’Unione Europea, attraendo investimenti e sostenendo quell’ecosistema innovativo per start-up e PMI che è in fase di forte crescita nel nostro territorio. Nonostante queste evidenze Regione Calabria non ha terminato il percorso avviato con ReDigit e sembra aver dimenticato la proposta per il nuovo HPC. Così – conclude Pietropaolo – mentre gli altri vanno avanti noi freniamo, colpevolmente ignari che ogni ritardo accumulato rappresenti uno svantaggio competitivo che non possiamo permetterci. È ora di uscire da questo torpore e passare dalle buone intenzioni ai fatti».
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