“Perfido”, il capitolo Alampi tra presunti affari illeciti e la rete della ’ndrangheta in Trentino
La richiesta di 12 anni di carcere per il 58enne ha riacceso i riflettori sulla vicenda legata al radicamento della criminalità organizzata tra settore del porfido, logistica e politica

La richiesta di dodici anni di reclusione avanzata nei giorni scorsi dalla Procura di Trento per Giovanni Alampi ha riacceso i riflettori su una delle operazioni più significative degli ultimi anni contro la criminalità organizzata nel Nord Italia. Alampi, cinquantottenne calabrese, è imputato nel filone principale dell’inchiesta “Perfido”, dedicata alle infiltrazioni della ’ndrangheta nel settore del porfido e nella logistica trentina. Oltre alla reclusione, la Procura ha chiesto interdizione perpetua dai pubblici uffici e cinque anni di libertà vigilata a pena scontata.
Secondo l’accusa, Alampi avrebbe agito come uno dei bracci armati della locale trentina della ’ndrangheta, fornendo supporto agli affiliati nelle attività criminali e nella gestione degli affari illeciti. Il suo ruolo sarebbe stato strettamente collegato a quello dell’imprenditore Domenico Morello, già condannato per associazione mafiosa, considerato il promotore della locale. Tra le contestazioni principali: la partecipazione a incontri riservati tra affiliati e un presunto accordo per l’acquisto di un’arma clandestina con silenziatore. La Procura ha chiesto invece il proscioglimento per altri capi d’imputazione, tra cui voto di scambio e truffa assicurativa.
Il ruolo della difesa e delle parti civili
La difesa, guidata dagli avvocati Claudia Vettorazzi e Marco Stefenelli, sostiene che le prove non dimostrerebbero una partecipazione diretta di Alampi all’associazione mafiosa. La difesa ha ricordato che inizialmente la Procura aveva valutato favorevolmente un patteggiamento molto più lieve, a un anno e dieci mesi.
Tra le parti civili figurano enti pubblici come la Provincia di Trento e il Comune di Lona Lases, ministeri dello Stato e sindacati, con richieste di risarcimento danni complessive superiori ai due milioni di euro, in gran parte legate al danno d’immagine e ai sistemi di sfruttamento lavorativo legati alle attività della locale. A Lona-Lases, piccolo comune della Val di Cembra, l’inchiesta Perfido ha messo in luce la presenza di una locale della ’ndrangheta capace di infiltrarsi nelle attività economiche locali, appunto dal porfido alla logistica. Il clima creato dalle indagini e dalle presunte pressioni mafiose ha contribuito a un lungo periodo di instabilità politica: per anni le elezioni comunali non hanno raggiunto il quorum, lasciando il Comune sotto commissariamento. Solo nel 2024, dopo oltre due anni, si è tornati a votare con esito valido, segnando un ritorno alla normalità istituzionale.
Perché “Perfido” è un caso simbolico
L’inchiesta “Perfido” è emblematica perché conferma per l’ennesima volta come la ’ndrangheta ormai da tempo abbia sviluppato capacità di penetrazione nel tessuto economico del Nord. L’indagine ha rivelato: la presenza di una locale trentina, con ruoli definiti e una struttura operativa ben organizzata; la gestione di società fittizie e attività economiche legali per mascherare operazioni illecite; il controllo su un settore strategico come il porfido, elemento centrale dell’economia locale della Val di Cembra, la capacità di influenzare rapporti politici e sociali attraverso intimidazioni e pressioni su amministrazioni e imprenditori.
Le condanne già emesse superano il secolo di carcere, con otto imputati recentemente entrati in prigione a conferma definitiva delle pene. Il procedimento di Alampi rappresenta quindi l’ultimo tassello del filone principale e permette di comprendere meglio la dinamica di infiltrazione mafiosa al Nord, oltre a mostrare quanto possa essere sottile il confine tra attività economica lecita e controllo mafioso.
Oltre ai numeri e alle condanne, “Perfido” evidenzia il lato umano delle indagini: lavoratori sfruttati, piccole comunità che subiscono pressioni economiche e sociali, e un sistema imprenditoriale apparentemente legittimo ma strettamente collegato alla criminalità organizzata. (redazione@corrierecal.it)
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