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risentimento manipolato e manipolabile

In Aspromonte si è urlato un Sì “contro” la magistratura

Non un endorsement criminale, ma la voce di territori che chiedono attenzione e rispetto

Pubblicato il: 24/03/2026 – 9:40
di Anna Sergi*
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In Aspromonte si è urlato un Sì “contro” la magistratura

Il referendum sulla giustizia del 22-23 marzo 2026 in Calabria ha restituito un quadro complesso, sfuggente alle narrazioni lineari. Mentre la regione ha votato No con oltre il 57%, la provincia di Reggio Calabria ha scelto il Si, con risultati eclatanti in alcuni comuni della Ionica e aspromontani: San Luca (82,39%), Platì (89,63%), Careri (69%) ma anche Africo (78,8%), Bovalino (55,82%) e Bianco (57,87%). Paesi notoriamente martoriati dalla presenza di clan di ‘ndrangheta. La stessa città di Reggio ha registrato una vittoria del Si, sebbene più risicata (50,81%). Sulla fascia tirrenica troviamo il Si vittorioso a Rosarno (72,70%), Gioia Tauro (66,02%), Palmi (53,19%), tra gli altri. La tentazione di tracciare un’equazione immediata – più ‘ndrangheta uguale più Sì – è forte, direi irresistibile per chi cerca titoli d’effetto e si accontenta di letture semplicistiche. Ma è una lettura miope, che non coglie la profondità di ciò che sta accadendo in certi territori.

Se fosse solo questione di infiltrazioni mafiose, non tornerebbe che altri comuni ad alta densità criminale della regione come Limbadi, Nicotera e Sant’Onofrio (provincia di Vibo Valentia) o Cirò e Cirò Marina (provincia di Crotone) – anch’essi decisamente non estranei a problematiche mafiose – abbiano scelto il No. La mappa del voto sfugge a ogni determinismo ed ha a che fare con la forza dei leader locali (conta se il o la sindaco/a sia filogovernativo o no in questi casi). La ‘ndrangheta c’è, certamente, e qualche affiliato, forse tutti, avrà pure votato Sì nella locride e in Aspromonte come in Lombardia e in Piemonte. Ma, ammesso e non concesso che i clan volessero direzionare il voto sul Si, non c’è stato probabilmente nemmeno bisogno di convincere nessuno in certi luoghi. E qui sta il nocciolo della questione.

Un urlo “contro” la magistratura

Quel Sì a Platì e San Luca in dimensioni plebiscitarie non è un endorsement alla criminalità organizzata, né una sua manipolazione. È qualcosa di più doloroso e complesso: è un grido che questi territori lanciano da decenni, amplificato dalla frustrazione verso uno Stato percepito come assente o, peggio, presente solo attraverso le manette, le indagini, e i titoli di giornale. Se in tutta Italia il Si ha anche vinto come voto ‘contro’ la magistratura, qui in Aspromonte questo Si ‘contro’ è stato urlato.
Questi cittadini hanno creduto – chi ingenuamente, chi disperatamente, chi scientemente – agli slogan propagandistici della campagna per il Sì: una giustizia “più giusta”, dove i pubblici ministeri non costruiscano castelli accusatori sul nulla, dove non si venga marchiati a vita per un cognome, dove l’indagine non equivalga automaticamente alla condanna sociale. Hanno voluto credere che questa riforma – bastava qualsiasi riforma – potesse sbloccare una situazione vissuta come profondamente ingiusta da decenni (fino a che punto poi lo sia conta meno di quanto sia percepita esserlo).

Un risentimento manipolato e manipolabile

In molte aree della provincia reggina si è consolidata negli anni la percezione di una giustizia a geometria variabile: pm sovraesposti mediaticamente e dunque più forti nelle loro opinioni rispetto alla gente comune, inchieste che durano decenni, cittadini etichettati come mafiosi per appartenenza territoriale prima ancora che per prove concrete, potenti e politici corrotti che invece la fanno franca. E non si tratta di negare l’esistenza della ‘ndrangheta o di giustificare chi delinque. Si tratta di riconoscere che accanto agli ‘ndranghetisti vivono centinaia di persone stanche di sentirsi sospette per nascita, per residenza, per cognome.
Il risentimento verso le istituzioni – e la magistratura come parte delle istituzioni – in questi territori non nasce dal nulla. Lo Stato arriva con le sirene, raramente con politiche sociali dopo le indagini e le manette. E quando arriva con la giustizia, spesso lo fa con i tempi biblici del processo penale italiano, che costringono l’indagato in un limbo sociale prima ancora di qualunque condanna e le vittime nello stesso limbo con l’indagato. La lentezza dei processi non è certo colpa della magistratura inquirente, ma è spesso quella magistratura che poi rilascia interviste e cerca di giustificare il proprio operato sui territori. Questo risentimento è manipolato e manipolabile. Sia dalla ‘ndrangheta, che vi ritrova un bacino di reclutamento indiretto – cioè senza nemmeno dover investire in promesse criminali e non; sia da una certa politica locale, regionale, e nazionale che sulle frustrazioni sociali costruisce le proprie fortune. E ci sono poi alcuni avvocati, che spesso, su questi territori, pensano di essere chiamati ad agire come unico argine di malagiustizia.

Una richiesta di cambiamento

Il risultato a San Luca e a Platì è un risultato da leggere come messaggio politico: non è solo allineamento governativo o approvazione dei tecnicismi della riforma, bensì una richiesta di cambiamento di una parte delle istituzioni – la magistratura, lo stato – verso cui spesso il cittadino si sente impotente. E quando gli viene data un’arma, il voto, la usa in modo deciso, urlando appunto.
La campagna per il Sì ha fatto leva su queste frustrazioni, su questo risentimento, promettendo, irrealisticamente, una giustizia più rapida, più equilibrata, meno esposta al protagonismo di singoli magistrati. La riforma non poteva realizzare niente di tutto ciò; si potrebbe, giustamente obiettare che spetti ai cittadini l’onere di capire per cosa si sta effettivamente votando e questo rimane vero. Ma tali e tante sono state le bugie referendarie – tra famiglie nel bosco e immigrati stupratori rimessi in libertà – che hanno intercettato un bisogno reale, un dolore stratificato prima ancora che si potesse formare una coscienza del voto equilibrata. A chi ha votato Si convinto della bontà della riforma (qualcuno ci sarà stato) si è immancabilmente affiancato chi ha votato Si ‘contro’ i Pm, e proprio per indebolirli. Anche chi, come la sottoscritta, ha votato convintamente no sente il bisogno di una giustizia più rapida e più equilibrata, ma non vivendo quotidianamente certe condizioni, il risentimento e le frustrazioni non si radicalizzano allo stesso modo verso preghiere di indebolimento della categoria.

Una miopia che alimenta il problema

Liquidare questo voto come “il voto della ‘ndrangheta” significa perpetuare esattamente quella miopia che alimenta il problema. Anche sul fronte del No c’è chi ha detto che ‘i mafiosi voteranno sì’, di base facendo passare il messaggio che in certi luoghi dove la mafia c’è ed è tanta che lo Stato vede i cittadini solo come potenziali mafiosi, non come persone o elettori liberi di scegliere. Questo è un ulteriore tassello che potrebbe in parte spiegare il Si plebiscitario in alcuni paesi aspromontani. Detto in altro modo, se ti viene detto ‘i mafiosi voteranno sì’ e tu vuoi votare si perché credi nella riforma, sarai nuovamente etichettato come chi vota con i mafiosi o è mafioso.
Il voto di San Luca e Platì è un messaggio politico, sociale, esistenziale. È la richiesta di essere visti, ascoltati, considerati cittadini a pieno titolo – con bisogni emergenziali – e non solo abitanti di “paesi della ‘ndrangheta”. È la domanda, sempre più disperata (e ripeto, chi è disperato è più soggetto a manipolazioni), di una giustizia che funzioni davvero, che sia rapida ed equa, che distingua tra colpevoli e non colpevoli senza pregiudizi territoriali. La presenza della ‘ndrangheta è una questione politica in molta Calabria e non solo, ma è da decenni che i governi italiani e calabresi scelgono di non trattarla come tale e di ridurla a un mero problema di ordine pubblico.

*Professoressa di Sociologia della Devianza, Università di Bologna

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