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Referendum e politica, il No cambia le prospettive

Dalla Calabria alle leadership nazionali, il voto sfida calcoli e strategie consolidate

Pubblicato il: 24/03/2026 – 9:30
di Romano Pitaro
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Referendum e politica, il No cambia le prospettive

È finita, Deo gratias! Benché ora sopraggiungerà non la quiete, ma la tempesta perfetta del voto politico del prossimo anno. Sono stati, per il referendum sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, giorni di sorda contrapposizione fra tifoserie nelle trincee virtuali. Agguerrite, e con testimoni di rango che, per le corbellerie sbandierate a scorno dei propri curriculum vitae, hanno svelato una sguaiataggine culturale, ancorché politica, di cui conservare memoria.
Comunque: il No vince (anche in Calabria con il 57.24 per cento) perché abile nel rappresentare la disfida come questione di vita o di morte per la Repubblica; e qui l’errore fatale del centrodestra, indotto da un’eccessiva sicurezza di sé: non aver considerato che gli italiani, se percepiscono che gli tocchi la Costituzione, considerata il baluardo dello Stato di diritto, specie in una fase di torsione delle garanzie e delle libertà, non si voltano dall’altra parte.
E non c’è delucidazione che superi il sospetto di oscure manovre di palazzo. D’altronde, era già accaduto con il referendum del 2016, quando Renzi tentò la revisione di vari profili della seconda parte della Costituzione: anche allora i chiarimenti tecnici non bastarono a rassicurare l’elettorato che bocciò la riforma e Renzi si dimise da premier.
Purtroppo, al di là delle varie chiavi di lettura dell’esito referendario dell’altro giorno, quando s’innesca un’azione di riforma unilaterale della Carta, cioè non condivisa dai due terzi dei parlamentari, si mettono su un binario morto anche le opportunità di modifica di cui avrebbero bisogno gli assetti istituzionali.

Così, dopo l’abbattimento della riforma-Renzi-Boschi è andato avanti un Parlamento con due Camere a fare le stesse cose e saltò, tra l’altro, l’ipotesi di trasformarne una in Senato delle autonomie locali. Mentre adesso, dopo il voto del 22 e 23 marzo, con leder politici ossessionati dall’inseguimento del consenso rilevato dai sondaggi e allergici all’approfondimento dei dossier più spinosi che richiederebbe non di pensare alle prossime elezioni ma di costruire il futuro del Paese in uno scenario mondiale di nuove sfide, difficilmente si tornerà a discutere dei guai della giustizia. Per esempio: della lentezza dei processi, della carenza di personale, dell’arretrato giudiziario, delle strutture inadeguate e degli strumenti informatici obsoleti; tantomeno del sovraffollamento delle carceri, le cui condizioni sono uno scandalo costituzionale.
Il voto, dunque, dà ragione al No e, al contempo, per la prima volta dall’exploit dalle politiche del 2022 e dalle tre vittorie consecutive alle Regionali in Calabria, la sconfitta lambisce direttamente Giorgia Meloni e Roberto Occhiuto. Volenti o nolenti, chi finora asseriva urbi et orbi di avere la maggior parte del popolo con sé, dopo il voto di domenica e lunedì, deve constatare che non è più così.

Certo, l’obiettivo del referendum era la separazione delle carriere dei magistrati, non il governo della cosa pubblica, ma con la politica ormai approcciata dai cittadini non con gli strumenti della razionalità logico-sintattica, ma con mutevoli sentimenti di affezione o di ostilità, amplificati da influencer, opinion leader e dalle piattaforme digitali che (tramite algoritmi) premiano engagement, conflitto e polarizzazione, c’è poco da minimizzare.
Tuttavia, il “campo largo”, se non vuole andare incontro ad altre delusioni, dia contenuti intelligibili al “cambio di vento”, piuttosto che esultare prematuramente, perché Meloni e Occhiuto, essendo politici di professione di lungo corso, dotati di pragmatismo e capacità di adattare le strategie al mutare delle situazioni, hanno già dato prova di saper stare al gioco anche quando il gioco sembra farsi duro.

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