Referendum, lo spartiacque Gratteri: quelle parole che hanno cambiato la campagna e ribaltato i sondaggi
Dalle polemiche trasversali all’effetto sull’opinione pubblica: l’intervento del magistrato al Corriere della Calabria ha segnato uno dei punti di svolta nella sfida tra Sì e No

Le parole, in politica e nella sfera pubblica, raramente sono neutre. Alcune segnano passaggi, altre aprono fratture, poche riescono a ridefinire il campo di gioco. Le dichiarazioni di Nicola Gratteri al Corriere della Calabria – durissime, divisive, persino scomode – appartengono con ogni probabilità a quest’ultima categoria.
Quando il magistrato lo scorso 12 febbraio affermò che attorno al fronte del Sì si sarebbero potuti ritrovare «indagati, imputati, ‘ndranghetisti e massoneria deviata», la reazione fu immediata e trasversale. Non solo dal centrodestra, ma anche da settori della sinistra, dove più di una voce parlò di parole “inopportune” o “eccessive”. Il livello dello scontro si alzò bruscamente. Eppure, a distanza di settimane, è proprio in quel momento che molti osservatori collocano uno spartiacque della campagna referendaria.
Fino ad allora, i sondaggi raccontavano un equilibrio dinamico, con il Sì in vantaggio o comunque competitivo. Dopo quell’intervento, il quadro sembra avere iniziato progressivamente a mutare: il No ha guadagnato terreno, consolidando una rimonta che si è poi tradotta nel risultato finale. Attribuire tutto a un’unica causa sarebbe semplicistico, ma ignorare l’impatto di quelle parole rischierebbe di essere altrettanto fuorviante.
Gratteri ha fatto ciò che raramente un magistrato fa nel dibattito pubblico: ha spostato la discussione dal piano tecnico a quello etico. Ha imposto una chiave di lettura netta, polarizzante, ma immediatamente comprensibile. Non una riforma tra le altre, ma una scelta che – nella sua interpretazione – toccava equilibri profondi tra poteri, garanzie e interessi. In un contesto spesso anestetizzato da linguaggi giuridici e tecnicismi, quella presa di posizione ha avuto l’effetto di riattivare una parte dell’elettorato, in special modo quello più giovane che spesso e volentieri non segue e non vota i partiti tradizionali.
Non è un caso che, da quel momento, la campagna abbia assunto toni più identitari. Il referendum non è stato più percepito soltanto come un passaggio normativo, ma come un confronto tra visioni dello Stato e della giustizia.
Le reazioni politiche, del resto, confermano quanto quel passaggio abbia inciso. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che oggi si assume formalmente la responsabilità della sconfitta, non ha mai smesso di confrontarsi – anche polemicamente – con la figura di Gratteri. Già all’indomani di quelle dichiarazioni, arrivò a evocare la necessità di un “test psicoattitudinale”, in un riferimento che apparve chiaramente indirizzato al magistrato calabrese.
E anche oggi, dopo il voto, il confronto è proseguito con toni taglienti: «Se la mafia controllasse davvero il voto nel Mezzogiorno, come Gratteri ha sostenuto per anni, e il Mezzogiorno ha votato No, allora la mafia ha votato No». Una frase che punta ancora una volta a ribaltare l’impianto argomentativo del magistrato, ma che finisce per confermarne indirettamente la centralità nel dibattito.
Perché è proprio questo il punto: al di là delle semplificazioni polemiche, Gratteri non ha mai sostenuto una lettura meccanica o deterministica del consenso. Le sue analisi sul rapporto tra criminalità organizzata e società sono sempre state più articolate, fondate su dinamiche di influenza, contesto e permeabilità, non su automatismi elettorali. Ridurle a uno slogan (circoscrivendolo poi solo al suo territorio: la Calabria) significa, inevitabilmente, impoverirle.
In questo senso, le critiche aspre ricevute – anche da ambienti tradizionalmente più vicini – non cancellano il dato politico: quelle parole spiazzanti hanno inciso. Hanno costretto tutti, favorevoli e contrari, a prendere posizione. Hanno interrotto una narrazione lineare, di basso livello, tra chi era pro e chi era contro e riaperto il confronto su ciò che era realmente in gioco.
Si può discutere sul tono, sulla forma, perfino sull’opportunità. Ma è difficile negare che, in una campagna lunga e a tratti opaca, l’intervento di Gratteri abbia rappresentato uno dei pochi momenti di reale discontinuità. Un passaggio in cui il dibattito è uscito dai binari prevedibili per diventare, nel bene o nel male, più netto, più leggibile, più politico.
E forse è proprio questo, al di là delle polemiche, il segno più evidente della sua incidenza. (f.veltri@corrierecal.it)
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