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Itinerario di un garantista che ha votato No

Tra perplessità e contraddizioni al tempo di Gratteri e del razzismo lombrosiano di Mario Sechi

Pubblicato il: 25/03/2026 – 10:24
di Paride Leporace
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Itinerario di un garantista che ha votato No

Sono garantista da quando avevo i calzoni corti. Era il 1972 quando vedevo in televisione l’anarchico Pietro Valpreda uscire dal carcere dopo anni di detenzione, sospettato di essere “il mostro” di piazza Fontana, come aveva detto in tv un giovane Bruno Vespa. Fu mio padre, socialista figlio di un avvocato socialista che sui giornali nazionali del 1908 aveva sostenuto che un tatuaggio sul petto non potesse provare l’associazione criminale, a spiegarmi che, per poter ridare la libertà a un detenuto in attesa di giudizio, era stato necessario varare una legge in Parlamento per modificare il Codice di procedura penale dell’epoca, stabilendo finalmente un limite alla carcerazione preventiva. Per chi conosce la Storia, sa che lo sventurato ballerino anarchico Pietro Valpreda dovrà aspettare il 1987 per ottenere un’assoluzione definitiva in un processo che ha peregrinato per l’Italia intera, compresa Catanzaro, dove avvennero fatti e misfatti ormai entrati negli annali della Repubblica.
Fu formazione civica e politica, che segnalo ai ragazzi del 2026 che hanno preso la parte del No in questa campagna referendaria. Da militante dell’estrema sinistra ho partecipato alle mobilitazioni per il Processo 7 aprile, “eclisse del Diritto” come lo definì Giacomo Mancini, dove le idee furono perseguite per motivi politici prima ancora dei reati, in una logica emergenziale. Ci vorrebbe una serie sul 7 aprile e su Piperno bella come quella su Enzo Tortora.
Crescendo di altezza e di senno, difesi anche i rapitori di San Luca fucilati alla schiena dai carabinieri. Erano cresciuti quei morti, privati di funerali, in paesi dell’Aspromonte e del Reggino, ieri pomeriggio tendenza su X (il vecchio Twitter), sbeffeggiati per le concentrazioni di Sì al referendum. Luoghi comuni da bar social cui andrebbe sottoposta la lettura forzata del pezzo scritto per questa testata dalla criminologa Anna Sergi, che ben spiega come quello sia non un voto organizzato da cosca, ma la naturale adesione a stare contro la magistratura nel suo insieme, per essere stati trattati da tempo antico solo come carne da carcerati in un Paese poco normale.
Era per me naturale votare il Sì con il mio vissuto, ben sapendo che la separazione delle carriere era questione di lana caprina giudiziaria. Sono da sempre favorevole ai sorteggi per le cariche pubbliche, in discendenza con la democrazia diretta nata ad Atene, e che nell’ordinamento sorteggia anche i giudici popolari nell’elenco dei cittadini che stanno accanto ai giudici.
È stato Nicola Gratteri a farmi riflettere che si stava barando sul punto. Anch’egli, mai appartenuto a nessuna corrente, era favorevole al sorteggio, ma quello di Nordio era farlocco, con quei numeri differenziati e con la manina della politica ben messa a mestare vantaggi. Ho pensato di astenermi, allora, al referendum, mentre Gratteri, proprio con l’intervista al Corriere della Calabria, ha modificato l’agenda referendaria e i rapporti di forza che vedevano il Sì correre verso la riforma. Il procuratore di Napoli è diventato protagonista principale della campagna costituzionale, muovendo il suo largo seguito di consenso ben radicato anche nella sua Calabria, dove il suo “legge e ordine” ha molta presa, nonostante sia stato inquisitore di molti Valpreda dei giorni nostri. Più lo si è attaccato sulle sue irruenze genuine, più ha conquistato zone di consenso a quel No che mi rendeva ancora timido e distante.
C’è stato un gioco di specchi tra il gratterismo e il Fatto Quotidiano, unico giornale-partito dei nostri tempi, ora che Repubblica vive un presente ancora incerto, con Marco Travaglio novello Robespierre delle molte pene e di qualche diritto. E mentre il dibattito aumentava, e i figli organizzavano gazebi per il No, mettevo in fila la Casa del Bosco, l’ordalia del bosco drammatico di Rogoredo, dove Meloni e Salvini si schieravano a prescindere con il poliziotto, annunciando che ci sarebbe stata impunità a prescindere per chi porta la divisa, anche per chi sarebbe stato, come oggi sappiamo, mela marcia non solitaria insieme ai suoi colleghi. Non ho dovuto aspettare le mirabolanti avventure di Delmastro, sottosegretario che i detenuti per mafia voleva vederli asfissiati nella loro condizione, per poter deviare verso il No referendario. Sentire una premier dire che con la vittoria del No gli stupratori sarebbero usciti dal carcere mi ha fatto rimuovere ogni dubbio. Un voto di coscienza politica, esclusivamente politico: voto contro chi, senza nessuna appartenenza culturale alle ragioni di una giustizia giusta, ha tentato il colpo di mano per poi andare, con gli stessi metodi, a proporre premierato e autonomia differenziata.
Ho solo votato e non ho fatto proselitismo. A tutto c’è un limite. Far campagna elettorale con magistrati che nelle contese giudiziarie con cittadini e giornalisti assumono la postura del baro al tavolo di poker era per me impossibile. Ho molto osservato e seguito. Non mi sono sfuggite le vittime di giustizia che hanno legato il loro vissuto alle fortune del Sì. Dalla figlia di Enzo Tortora e dal professore Vittorio Palermo ho compreso la loro avversione alla magistratura. Sono schiere, quelle delle vittime di errore giudiziario, composite e variegate, che ho spesso messo al centro della mia pubblicistica, che mi permetto di definire senza peli sulla lingua.
Ho osservato la sinistra calabrese che, in ordine sparso, ha fatto campagna per il Sì. Mario Oliverio ne è stato uno dei rappresentanti più autorevoli, anche sul proscenio nazionale, che mi pare poche passioni referendarie abbia portato. Il voto di sinistra per il Sì viene calcolato all’8 per cento a livello nazionale da una sondaggista seria come la Ghisleri. Credo che in Calabria sia stato anche più basso, tra columnist con il dito alzato e chi non si è espresso pubblicamente. Ho osservato anche il voto di Reggio Calabria città, dove Forza Italia è una di quelle marche italiane che segue i contenuti della destra e che apprensioni alla sinistra deve dare per il voto delle comunali.
Il dato plastico è quello di una Calabria che, dopo aver dato fiducia al governatore Occhiuto, pochi mesi dopo al referendum vota in modo opposto. Giustamente ha ricordato Pierrette Gullo che in Calabria hanno dimenticato il magistero dei suoi parenti Fausto e don Gigino, che difesero i contadini del latifondo dal piombo canagliesco di Melissa e dagli arresti di massa. Rimandiamo al recente bel libro dell’avvocato Enzo Aprile dedicato a questi giganti del garantismo. C’è da apprendere.
A dato acquisito, registro il commento lombrosiano che ha maramaldeggiato sul voto d’opinione “del ceto improduttivo del Meridione”. Caro Sechi, tra quei No in Calabria ci sono i docenti di Arcavacata, le start up della new economy, l’agricoltura biologica e i nuovi poveri del capitalismo. Molto meglio il professor Cassese, sostenitore del Sì, che ha compreso nel voto massiccio del No un desiderio di giustizia giusta, dove la legge sia uguale per tutti, che tutti devono pensare a garantire.
Sarà difficile arrivarci in uno sventurato Paese che non riesce mai a essere normale. Da lettore del grande calabrese Tommaso Campanella resto fedele all’Utopia, orizzonte che guardi e cerchi di raggiungere, senza mai toccarlo. È la passione di chi pratica il dubbio. Quel dubbio laico che mi ha indotto a scegliere il No assieme a molti miei corregionali che, per mille altri motivi, hanno scelto di stare da una parte lontana dai governi e dal Palazzo. Che la giustizia giusta sia di tutti, mai dimenticando che non tutti gli uomini e le donne sono uguali davanti alla bilancia che sta nei tribunali. (redazione@corrierecal.it)

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