Chi ha perso è il popolo italiano
Non una sfida tra destra e sinistra, ma un’occasione per costruire un paese più giusto

Il 23 marzo 2026 gli italiani si sono espressi. La riforma costituzionale sulla separazione delle carriere in magistratura è stata bocciata con il 53,74% dei voti contrari. Il centrodestra ha incassato una sconfitta netta. Ma festeggiare, dall’altra parte, sarebbe un errore altrettanto grave. Perché la vera sconfitta, in questa vicenda, non appartiene a nessun partito: appartiene al paese.
Una riforma costituzionale di questa portata non si impone. Non si trascina in parlamento con i numeri blindati di una maggioranza che guarda più alla propaganda che al bene comune. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la riforma del CSM, la creazione di un’Alta Corte disciplinare sono temi che toccano le fondamenta dello Stato di diritto. Richiedono consenso largo, dibattito autentico, ascolto delle voci dissonanti. Richiedono, in una parola, rispetto per le istituzioni.
L’errore politico
Il governo Meloni ha commesso un errore di metodo prima ancora che di merito. Ha trasformato una riforma strutturale in una battaglia identitaria, in uno scontro frontale con la magistratura, in un simbolo di potere da esibire ai propri elettori. In questo modo ha alienato quella parte di opinione pubblica che, pur condividendo in linea di principio la necessità di riformare la giustizia, non era disposta ad avallare un processo così verticale, così privo di dialogo, così segnato dall’urgenza politica piuttosto che dal rigore istituzionale.
Il risultato è deleterio non tanto per la coalizione di governo, che sopravviverà a questa sconfitta, ma per il sistema-paese. L’Italia ha perso un’opportunità concreta di modernizzare il proprio apparato giudiziario, di ridurre l’endemica sovrapposizione di ruoli tra chi indaga e chi giudica, di restituire credibilità a un sistema che da decenni genera sfiducia nei cittadini. Tutto rimandato. Forse a tempo indeterminato.
| Non si perde un referendum sulla giustizia. Si perde la giustizia stessa. E con essa, un pezzo di futuro. |
La responsabilità dei cittadini
Ma sarebbe disonesto fermarsi alla critica alla classe dirigente. Perché quella classe dirigente la eleggiamo noi. E il voto del 23 marzo porta con sé anche la responsabilità di chi ha scelto di esprimersi non sulla base del merito del quesito, ma in funzione dell’avversione o della fedeltà a questo o quel partito. Il voto di fazione è il cancro della democrazia. Non perché le appartenenze siano illegittime, ma perché nel momento in cui si decide su questioni strutturali dello Stato, il giudizio partitico oscura quello razionale.
Quanti cittadini hanno letto il testo della riforma? Quanti hanno approfondito cosa significasse concretamente separare le carriere? Quanti hanno votato No perché Anti-Meloni, o Sì perché Pro-Meloni, senza interrogarsi davvero su cosa fosse in gioco? La risposta è scomoda ma necessaria: una parte rilevante dell’elettorato non ha votato sulla giustizia. Ha votato sulla politica. E questa confusione ha un costo.
I giovani e la strumentalizzazione
Il dato più preoccupante è quello generazionale. Tra i giovani fino a 34 anni il No ha prevalso con oltre il 60%. Un risultato che, in sé, non è né positivo né negativo: i giovani hanno tutto il diritto di votare liberamente, e la loro partecipazione è un segnale incoraggiante dopo anni di astensionismo. Il problema è altrove: è nella facilità con cui le nuove generazioni sono state mobilitate attraverso i social media, attraverso narrazioni semplificate, attraverso l’equazione “No alla riforma = No al fascismo” che ha circolato indisturbata nelle piazze digitali.
I giovani non devono farsi strumentalizzare. Non dalla destra che vuole riforme a ogni costo per consolidare il potere, ma nemmeno dalla sinistra che trasforma ogni battaglia costituzionale in una resistenza antifascista. Entrambe le narrazioni sono false. Entrambe rubano ai giovani la possibilità di pensare con la propria testa. La politica ha bisogno di una generazione che sappia distinguere il merito dalla propaganda. L’Italia ha bisogno di cittadini, non di militanti.
Cosa resta
Quel che resta, dopo il voto, è lo stesso sistema giudiziario di prima: lento, opaco nelle sue dinamiche interne, percepito come politicizzato da ampie fasce della popolazione. Il problema non è scomparso con il No. È rimasto lì, immobile, in attesa che qualcuno abbia il coraggio di affrontarlo senza trasformarlo in uno strumento di lotta politica.
L’Italia ha bisogno di una classe dirigente diversa. Non necessariamente di destra o di sinistra: di una classe dirigente che metta il paese davanti al partito, che costruisca riforme con pazienza e con largo consenso, che spieghi ai cittadini perché certe scelte sono necessarie invece di imporle o di demonizzarle. E ha bisogno di cittadini all’altezza: informati, critici, capaci di votare sulla realtà e non sull’emozione.
Il 23 marzo 2026, nessuno ha vinto. Ha perso il popolo italiano. E finché non ammetteremo questa sconfitta collettiva — di chi governa e di chi vota — continueremo a ripetere lo stesso errore, referendum dopo referendum, elezione dopo elezione.
*Presidente Azione Lamezia