Cosenza, quando nel centro storico (che oggi crolla) c’erano più di 10 teatri
Tra l’unità d’Italia e la prima guerra mondiale strutture in legno come ai tempi di Shakespeare ma anche tanti palchi “off” ospitati nei palazzi nobiliari

COSENZA Teatri di legno, come ai tempi di Shakespeare, ma anche strutture più imponenti nel cuore di Cosenza vecchia, e persino spazi ipogei destinati agli spettacoli al livello “zero” (oppure -1) dei palazzi nobiliari. C’è stato in tempo in cui nel centro storico che oggi cade a pezzi proliferavano i luoghi in cui i cosentini soddisfacevano la loro voglia di arte: a fronte di un’offerta alquanto asfittica ai nostri giorni, colpisce notare come tra Ottocento e Novecento il solo borgo ospitasse ben 12 tra teatri e “cinematografi”, come ricostruito in una pubblicazione curata da Katia Filice e Desiré Emmanuela Chirico relativamente al periodo compreso tra il 1870 ed il 1915.
In un periodo di analfabetismo spinto (le autrici riportano un dato a mo’ di esempio: nel 1892 l’82% degli sposi cosentini non sottoscrive l’atto di matrimonio perché non sa scrivere) l’influenza di Napoli arriva sulle tavole di legno dei primi luoghi di fruizione nati già dalla prima metà del XIX secolo.
Nel 1911 sorgeva a piazza Valdesi il cinematografo Alhambra, che fa il paio con il Centrale in piazza Duomo, dove «il programma di assoluta novità è fornito dalla ditta Costa di Napoli» e alle proiezioni spesso si intervallano spettacoli macchiettistici con artisti napoletani con un piccolo sovrappiù nel costo del biglietto: «Questa sera – scrive Cronaca di Calabria il 9 aprile di quell’anno – si riapre il cinematografo Alhambra sotto la direzione del noto comico napoletano Ernesto Bove. L’impresa che ha messo a nuovo il locale promette spettacoli di assoluta novità e della più scrupolosa moralità. Stasera i Miserabili, fedele riproduzione cinematografica del grandioso capolavoro di Victor Hugo». Titoli popolari per una clientela lontana dai frequentatori colti dei salotti cittadini.
Nella vicina piazza Piccola (o dei pesci) ecco il teatro Alighieri: una cronaca del settembre 1887 (su La Sinistra) parla di uno spettacolo di burattini riportando che «l’illuminazione è a luce elettrica».
Qualche cartolina ingiallita resta del Teatro Festival (vedi foto di copertina) detto anche “baraccone” costruito secondo alcune fonti nel luglio 1857 con gli arredi dello smantellato teatro Real Ferdinando (intitolato a Ferdinando II di Borbone), l’edificio maestoso con timpano e colonnato in cima a salita Liceo e sede, appunto, del classico “Bernardino Telesio”. L’edificio in legno beneficiò di una concessione decennale del suolo pubblico, per essere poi demolito nel 1876 nel ridisegno della piazza Prefettura, con la Statua della Libertà inaugurata nel 1878 e il nuovo teatro comunale o Massimo (poi intitolato nel1935 ad Alfonso Rendano, foto in basso), inaugurato nel 1909 dopo una gestazione segnata da ritardi, crolli e danneggiamenti come quello causato dal terremoto del 1905.

Il “Real Ferdinando”, costruito tra il 1819 e il 1826, era stato demolito – al netto della facciata, appunto – nel 1850 dai Gesuiti che lo rimpiazzarono con il loro collegio. E ora? I cosentini amanti del teatro chiedono un sostegno economico alla Real segreteria di Napoli, che riceve anche un progetto di massima ma nicchia: i privati raccoglieranno 18.500 ducati necessari per la costruzione, il progetto è firmato da Michele Sicoli (1858) e collocato in largo dell’Intendenza (attuale piazza XV Marzo) «un sito in cui possano accedere facilmente pedoni e carrozze, sicuro dall’agguato di malfattori». La pianta prevede poco meno di 700 posti in tre file di palchi e galleria. Dopo una agguerrita asta al ribasso (12%) la spunta la coppia Onofrio Alessio e Gabriele Sottile. Ma – corsi e ricorsi storici – i lavoro procedono a rilento a causa del terreno argilloso e delle piogge eccessive, così nel 1864 tutto si blocca.
Sulle rovine del Real Ferdinando sarà edificato invece il teatro Garibaldi, in piedi con alterne fortune tra il 1881 e il 1903, anno della demolizione. Mentre il “pensiero stupendo” di una struttura nella piazza dell’Intendenza – detta anche Largo Paradiso per l’omonima fontana nelle vicinanze – aveva preso forma, come detto, già nel 1857 per volontà di alcuni cittadini tra cui Vincenzo Palermo, Gabriele Gallucci, Nicola Calandra, Giovanni Dodaro e Raffaele Filippelli. È l’antenato (mobile) del comunale, oggi Rendano, che crea uno scenario da «sogno dorato» come racconta una alatissima cronaca del giornale L’Era Nuova il 31 marzo 1870 a proposito della villa comunale composta di due file di “acacie ombrellate” arrivate da Firenze per abbellire i giardinetti inglesi.
Salendo in questa ideale passeggiata verso la sommità del borgo antico, una sorta di teatro “off” doveva poi essere il “Mafalda” (spazio ipogeo annesso a Palazzo Marini Serra, accanto alla chiesa di San Francesco d’Assisi in piazza Marco Berardi, dove oggi sorge il Cavern Club) mentre del “Grisolia”, inaugurato il 24 gennaio 1904 alla Giostra Vecchia con il Rigoletto e cinema dal 1906 (foto in basso), resta in rete una locandina che lo definisce «il ritrovo aristocratico della città».

Filice e Chirico menzionano qualche altro teatrino, invece, sempre nella piazza della Prefettura: il Teatro delle Varietà sul sito della vecchia chiesa delle Clarisse e il vicino Politeama, che – riporta un accuratissimo saggio di Amedeo Furfaro – fu «progettato da Cavalcanti e Manfredi e aperto nel 1912 (…) in luogo del Salone Margherita, si andava a ritagliare uno spazio alternativo, per molti versi, alla programmazione del “Massimo” cosentino, più aperto com’era al varietà (caratteristica, questa, che rimarrà sempre durante la sua attività pluridecennale) all’avanspettacolo, all’operetta, alla commedia leggera, alla nascente cinematografia. (…) C’era chi amava chiamarla “Piccola Scala”… ». (EFur)
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