Il Cdm approva la proroga del taglio delle accise: serviva davvero?
Analisi economica tra costi, inefficienze e alternative più mirate

LAMEZIA TERME Il Consiglio dei ministri ha deciso di prorogare il taglio delle accise su benzina e diesel fino al 1° maggio, stanziando circa 500 milioni di euro per coprire l’intervento. Di questi, 200 milioni derivano dall’aumento del gettito IVA e 300 milioni da fondi ETS non ancora utilizzati. Nelle parole del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, si tratta di una misura tampone in un contesto internazionale ancora incerto.
Il punto, tuttavia, è proprio questo: ciò che nasce come temporaneo tende a diventare strutturale. La proroga arriva infatti dopo una prima scadenza fissata al 7 aprile, già slittata. E se il contesto geopolitico – dal Medio Oriente allo stretto di Hormuz – dovesse restare instabile, è plausibile che seguiranno ulteriori estensioni. Questo apre una questione cruciale di politica economica: quanto può durare un intervento emergenziale prima di trasformarsi in un costo permanente per i conti pubblici? È davvero utile? La risposta delle istituzioni europee è piuttosto chiara. La Banca Centrale Europea e, in precedenza, la Commissione Europea durante la crisi energetica del 2022, hanno indicato tre criteri per gli interventi di sostegno: devono essere temporanei, mirati e necessari. Il taglio delle accise, nella sua formulazione attuale, fatica a rispettarli tutti.
Il primo punto: è davvero una misura temporanea? In teoria sì: il provvedimento ha una scadenza precisa ed è giustificato come risposta a uno shock esterno. In pratica, però, l’esperienza recente suggerisce il contrario. La misura è già stata prorogata una volta, e nulla esclude che possa esserlo ancora, soprattutto se le tensioni geopolitiche dovessero persistere. Questo è il problema tipico delle politiche emergenziali: una volta introdotte, diventano politicamente difficili da rimuovere. Il rischio è quello di trasformare un intervento straordinario in una componente quasi permanente della politica fiscale, con effetti cumulativi sui conti pubblici.
Un aiuto per tutti, quindi inefficiente
Il secondo problema è la scarsa capacità di targeting della misura. Il taglio delle accise si applica indistintamente a tutti i consumatori. Questo significa che il beneficio è distribuito in modo uniforme, indipendentemente dal reddito. In termini economici, è una scelta inefficiente. Le risorse pubbliche sono limitate, e ogni euro speso dovrebbe massimizzare l’impatto sociale. Con un taglio generalizzato, invece, si finisce per sovvenzionare anche chi non ne ha bisogno. Chi ha un reddito elevato riceve lo stesso sconto di chi fatica ad arrivare a fine mese. È difficile sostenere che questa sia una politica equa o ottimale. Un’alternativa più razionale sarebbe quella di intervenire con trasferimenti mirati, ad esempio legati all’ISEE. Un bonus carburanti per le fasce più deboli consentirebbe di concentrare le risorse dove servono davvero, evitando dispersioni. Certo, la complessità amministrativa aumenta, ma il guadagno in termini di efficienza giustifica lo sforzo.
C’è poi un altro aspetto spesso trascurato: i prezzi hanno una funzione informativa. Come sottolineava Friedrich Hayek, il sistema dei prezzi segnala la scarsità relativa dei beni. Se il petrolio diventa più raro – per tensioni geopolitiche o problemi di produzione – il prezzo sale e induce consumatori e imprese ad adattarsi. Ridurre artificialmente il prezzo tramite le accise attenua questo segnale, incentivando un consumo che potrebbe non essere sostenibile nel medio periodo. In altre parole, il taglio delle accise non aumenta l’offerta di petrolio. Non riapre lo stretto di Hormuz, né ripara infrastrutture danneggiate dagli attacchi con i droni Shahed. Si limita a redistribuire il costo, spostandolo dai consumatori alla fiscalità generale.
Il prezzo della benzina è davvero così alto?
Il terzo punto riguarda la necessità dell’intervento. È vero che i prezzi dei carburanti sono aumentati negli ultimi mesi, ma per valutarne il livello reale è necessario correggerli per l’inflazione. Un euro di oggi non vale quanto un euro di vent’anni fa. Per questo motivo, il confronto corretto deve essere fatto in termini reali. Secondo elaborazioni simili a quelle di Carlo Cottarelli scritte sul Corriere della Sera, il prezzo della benzina attuale – circa 1,775 euro al litro in termini reali – è solo leggermente superiore alla mediana storica dal 1970, pari a circa 1,697 euro.

Fonte: Eurostat, Unione Petrolifera, e Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica. Il prezzo è annuale fino a 1996 e mensile dal 1996 in poi. Il prezzo della benzina è deflazionato con l’indice generale dei prezzi al netto di energia e beni alimentari.
Il confronto con il 2022 è particolarmente illuminante. In quell’anno, durante il picco della crisi energetica, il prezzo reale della benzina aveva raggiunto circa 2,20 euro al litro. In quel contesto, un intervento pubblico poteva avere una giustificazione più solida, anche se restavano dubbi sull’efficacia del taglio generalizzato. Oggi, invece, ci troviamo su livelli molto più vicini alla norma storica. Questo non significa che il caro carburanti non pesi sulle famiglie, ma suggerisce che non siamo di fronte a una situazione eccezionale tale da richiedere misure straordinarie e costose. Per il gasolio il discorso è leggermente diverso. Prima del taglio, i prezzi erano effettivamente sopra la media storica. Tuttavia, questo confronto è influenzato da un fattore strutturale: per anni il gasolio ha beneficiato di una tassazione più favorevole rispetto alla benzina, una distorsione recentemente corretta. Di conseguenza, il ritorno alla media non è necessariamente un segnale di normalità, ma piuttosto di riallineamento fiscale.
Il costo opportunità: risorse scarse, scelte difficili
Ogni politica pubblica ha un costo opportunità. I 500 milioni destinati al taglio delle accise non possono essere utilizzati altrove. Questo è un punto spesso sottovalutato nel dibattito pubblico. In un contesto di finanza pubblica già sotto pressione, ogni euro speso dovrebbe essere valutato in base alle alternative disponibili. Quei fondi potrebbero essere destinati alla sanità, all’istruzione o a politiche industriali. Oppure, potrebbero finanziare interventi più mirati a sostegno delle famiglie vulnerabili. Il rischio è quello di utilizzare risorse preziose per ottenere benefici limitati. Non solo: l’esperienza recente suggerisce che una parte significativa del taglio delle accise viene rapidamente riassorbita dai prezzi di mercato. Se il prezzo del petrolio aumenta, o se la domanda resta elevata, lo sconto fiscale può essere neutralizzato nel giro di poche settimane. Il risultato è paradossale: si riducono le entrate pubbliche senza ottenere un beneficio duraturo per i consumatori. In termini semplici, si spende molto per ottenere poco.
In un contesto geopolitico incerto, inoltre, la prudenza fiscale diventa ancora più importante. Se davvero dovessimo affrontare una crisi energetica più grave nei prossimi mesi, sarebbe preferibile avere margini di manovra disponibili. Come in ogni situazione di scarsità, le risorse – o “munizioni”, per usare una metafora efficace – vanno utilizzate con attenzione, scegliendo il momento giusto.
*Consulente Finanziario Fideuram Intesa Sanpaolo Private Banking
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