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La conferenza stampa

Blitz contro gli Emanuele-Idà, il procuratore Curcio: «Clan imprenditore ma con il Dna della violenza»

Il capo della Dda di Catanzaro sottolinea la pericolosità sociale della cosca delle Preserre: droga, armi, chat criptate e collegamenti con il Nord nella nuova fotografia del clan

Pubblicato il: 08/04/2026 – 11:15
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Blitz contro gli Emanuele-Idà, il procuratore Curcio: «Clan imprenditore ma con il Dna della violenza»

CATANZARO «L’importanza di questa indagine è la pericolosità sociale di un’organizzazione molto radicata e la sua ortodossia ‘ndranghetista. Le Serre vibonesi sono molto attenzionate da noi perché ancora c’è l’uso di armi e fatti di sangue e questo suscita preoccupazione». Esordisce così, in conferenza stampa, il procuratore capo della Distrettuale antimafia di Catanzaro, Salvatore Curcio, convocata a seguito del blitz di questa mattina che ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 55 persone.  
Come spiegato dall’ex procuratore di Lamezia, il locale era «particolarmente legato al narcotraffico, il suo momento di autofinanziamento, profitti versati nella bacinella e nel welfare come assistenza all’associato finito in carcere e alla sua famiglia». Un’attività, quella del narcotraffico che «si sviluppava verso il nord, Emilia, Piemonte e Lombardia: in Lombardia si sono rilevati collegamenti con Marco Ferdico, già coinvolto nell’indagine “Doppia Curva” e ormai ex capo ultrà dell’Inter, il cui nome compare anche nelle indagini sull’omicidio Boiocchi», ha spiegato ancora Salvatore Curcio. Un altro aspetto rilevante emerso da indagine è che la ‘ndrina, «anche sé è un’organizzazione ‘ndranghetista a carattere rurale, si avvaleva comunque delle piattaforme di messaggistica più avanzata nelle comunicazioni per il traffico di droga. L’ennesima dimostrazione che ormai l’approccio investigativo è cambiato – ha spiegato il procuratore – e sono necessarie manovre di più ampio respiro». Sequestrate anche numerose armi, tra cui una mitraglietta, utilizzata per addestramento al tiro.
Come spiegato ancora in conferenza stampa da Marco Calì dello Sco, si tratta di «un’indagine strategica perché ci ha consentito di riscontrare l’evoluzione della cosca, ora imprenditrice, ma sempre con il DNA della violenza, anche banale. La base familiare resta il pilastro di queste organizzazioni, capaci poi di rigenerarsi ma anche di stringere alleanze e di adeguarsi alle innovazioni tecnologiche, insomma un Giano Bifronte».
Quella degli Emanuele-Ida, ha spiegato Sergio Leo della Squadra Mobile di Vibo Valentia è «storicamente una famiglia mafiosa, come accertato dalle sentenze. Le direttrici erano due: il narcotraffico ma anche l’utilizzo smodato e gratuito della violenza, non solo contro clan avversi – come dimostra un tentato omicidio con assalto a una macchina – ma anche per risolvere altro genere di controversie. Documentarti anche rapporti con esponenti di Cosa Nostra nel caso dell’assistenza a un latitante siciliano». Mentre come spiegato da Valeriani (Sisco Catanzaro), il «clan Idà, attraverso i messaggi criptati, gestiva il narcotraffico. Le analisi delle chat hanno documentato i collegamenti al Nord Italia con rapporti con gli ultras per lo smercio e con altre consorterie calabresi, in particolare del Reggino». (a. c.)

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