Dentro il buio della verità mancata
Quarant’anni dopo, Doris Lo Moro riapre una ferita mai chiusa. Omissioni, paure e contraddizioni in un’indagine ancora senza verità giudiziaria

Come si può affrontare l’assassinio di un padre e di un fratello, lontanissimi da ogni logica criminale? E come si riesce a convivere con l’angoscia di una tragedia senza senso? Doris Lo Moro lo fa nel volume “Forte come il dolore”, un caso di giustizia negata, edito da Grafichè. Nel suo intenso percorso esistenziale di magistrato prima, successivamente di sindaco di Lamezia Terme, Assessore Regionale e Parlamentare, mancava questo drammatico tassello che l’autrice ha voluto, per la prima volta, tirare fuori dal cassetto delle sofferenze. Il libro non è soltanto testimonianza personale ma un atto quasi inevitabile che nasce da un’urgenza interiore maturata nel tempo. A distanza di quarant’anni, Doris Lo Moro sceglie di dare voce a una vicenda che per troppo tempo è rimasta confinata nel dolore privato, trasformandola in memoria condivisa e denuncia civile. È proprio questa trasformazione – dal silenzio alla parola – uno dei motori più profondi dell’opera.
Il cuore del libro è il racconto di una ferita mai rimarginata, che trova uno dei suoi momenti più intensi nella rievocazione della notizia della morte: «il ricordo più forte di quella giornata è l’immagine di mia madre seduta con una coperta addosso che tremava. E quel freddo non le passava più». In questa immagine si concentra tutto il gelo della perdita, un freddo che non è solo fisico ma esistenziale, destinato a non sciogliersi mai del tutto. La narrazione si sviluppa lungo un doppio binario: da un lato il dolore personale, dall’altro la ricostruzione di un caso emblematico di giustizia negata. L’inerzia delle indagini emerge con forza, a partire dalla mancata ricerca immediata dell’auto coinvolta, fino a una gestione investigativa segnata da ritardi, omissioni e ambiguità. Ancora più grave appare la dimensione giudiziaria, dove la paura si insinua nei meccanismi dello Stato: un magistrato rinuncia a presiedere il processo per timore di minacce, lasciando intravedere un sistema vulnerabile, incapace di proteggere fino in fondo la verità.
In questo quadro, il processo diventa un luogo di frustrazione più che di giustizia: assoluzioni ritenute incomprensibili, testimonianze contraddittorie, valutazioni frammentarie che non restituiscono una visione complessiva dei fatti. La sensazione che resta è quella di una verità sfiorata ma mai afferrata, come se il sistema giudiziario si fosse fermato un passo prima del suo compito più alto.
Accanto a questa dimensione di sconfitta istituzionale, il libro racconta anche l’incompiutezza umana delle comunità coinvolte. La reazione della città di Filadelfia che, nei momenti inziali è segnata da una partecipazione intensa, quasi corale, si trasforma presto in diffidenza, distanza ed omertà diffusa quando emerge la responsabilità di due suoi cittadini. Viene meno quella solidarietà che era indispensabile come argine alla solitudine del dolore, facendo emergere la debolezza sistemica del tessuto sociale di quel territorio che, poi, è la stessa che investiva gran parte del territorio calabrese.
Lo Moro costruisce un racconto che è insieme intimo e politico in cui trovano spazio la necessità di aprire una finestra di attenzione sulle vittime di mafia che non hanno mai avuto giustizia, la terribile delusione di magistrato che si vede negata giustizia ma, anche, la volontà di incamminarsi verso un sentiero di urgente impegno civile per la Calabria di quegli anni. La sofferenza non viene mai spettacolarizzata, ma resta composta, dignitosa, e proprio per questo ancora più incisiva. Diventa una forza che attraversa il tempo, capace di trasformarsi in una rigorosa idea di responsabilità.
Forte come il dolore è, quindi, un libro sulla memoria e sulla dignità. Racconta cosa significa vivere senza verità, ma anche cosa significa non smettere di cercarla. Perché, come emerge tra le righe, la giustizia può essere negata nei tribunali, ma continua a vivere nella coscienza di chi non accetta l’oblio.
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