Testardi come il mare
La flottiglia Sumud torna a sfidare il blocco di Gaza

REGGIO CALABRIA C’è una parola araba che tiene insieme tutto: sumud. Resistenza, radicamento, tenacia. La stessa tenacia con cui, per il secondo anno consecutivo, centinaia di attivisti da tutto il mondo si preparano a sfidare il blocco navale di Gaza. E oggi quella determinazione è passata da Reggio Calabria.
Al CSOA Angelina Cartella di Gallico si è tenuta questo pomeriggio la conferenza stampa della Global Sumud Flotilla, la più grande flottiglia umanitaria internazionale mai organizzata. I numeri parlano da soli: cento barche, fino a duemila persone, partecipanti da oltre cinquanta paesi, una rotta di 1.560 miglia nautiche verso Gaza. Le imbarcazioni stanno già salpando da numerosi porti italiani per convergere in Sicilia e partire insieme per la fine di aprile. Sono previsti circa dieci giorni di navigazione, anche se gli ostacoli lungo la rotta rendono difficile prevedere una data esatta di arrivo.
Cosa farà la flottiglia
L’obiettivo non è solo simbolico. La flottiglia punta a rompere il blocco navale che da quasi vent’anni assedia le acque di Gaza, definito illegittimo dal diritto internazionale ma ignorato dalla maggior parte dei governi occidentali, Italia compresa. A bordo ci saranno aiuti umanitari, ma anche – e questa è la novità più significativa di questa edizione – personale qualificato per la ricostruzione: medici, ingegneri, educatori. Una scelta che nasce direttamente dalle richieste della popolazione palestinese, che vuole ricostruire la propria terra con le proprie mani e secondo la propria volontà, in netta contrapposizione al piano “Riviera di Gaza” promosso da Trump e Kushner, che prevede la trasformazione della Striscia in un polo turistico e finanziario ignorando completamente chi quella terra la abita da generazioni.
Alla missione partecipano diverse flottiglie – la Sumud, la Townsend Madeline e altre realtà associate in un’unica onda – mentre parallelamente la Freedom Flottiglia Italia sta organizzando un proprio percorso per poi dirigersi anch’essa verso Gaza.

«Un blocco omicida, genocida, illegale»
Nando Primerano, storico attivista reggino e già membro di una precedente spedizione, non usa mezze parole: «Riparte ancora una volta in maniera testarda per poter porre fine a questo blocco omicida, genocida, illegale che c’è a Gaza». Ricorda come negli ultimi mesi la cosiddetta tregua abbia rischiato di far calare l’attenzione su quello che continua ad accadere nella Striscia: «I popoli solidali, al contrario dei governi che continuano a sostenere questa politica infame, si sono ancora una volta messi in moto, riattivando quella solidarietà con la Palestina che era stata un po’ offuscata da una falsa tregua. Come se ancora non stessero morendo di fame, di freddo, di sete, di malattie e di bombe tutte le persone bloccate in quella che prima chiamavamo prigione a cielo aperto e che adesso è diventata un cimitero a cielo aperto».
Questa volta Primerano non salperà: «Potrei farlo col cuore, il mio fisico e l’età non mi consentono di affrontare nuovamente questa sfida. Ho già fatto questa esperienza, è stata impegnativa, anche se l’obiettivo finale fa passare tutto in secondo ordine. Ma la testa mi dice che il mio ruolo ora è da terra, a supporto di chi si sta mettendo in mare — e da terra possiamo giocare un ruolo in tanti».
«Morale alto, partiamo dalla Sicilia»
A bordo ci sarà invece Vittorio Sergi, del coordinamento Marche per la Palestina, insieme a Massimiliano Del Moro, delegato Gkn “Soms Insorgiamo” di Firenze, che faranno parte dell’equipaggio della barca Snap, che durante la missione dell’anno scorso era rimasta pesantemente danneggiata dall’attacco subito davanti a Creta e non aveva più potuto continuare la navigazione. Dice Sergi: «Questa volta sarà più partecipata della precedente. Sono previste almeno duemila partecipanti, cento imbarcazioni. Il morale è molto alto nonostante le difficoltà che ci aspettano e la preparazione è già a buon punto». Sergi spiega che la flotta si unirà in Sicilia alle altre che si stanno muovendo dagli altri porti del Mediterraneo, consapevole che il percorso non sarà privo di ostacoli: «Gli imprevisti lungo la rotta non rendono prevedibile la data di arrivo» — una prudenza che nella storia delle flottiglie per Gaza ha sempre avuto ragion d’essere, dopo gli attacchi e i blocchi subiti nelle missioni precedenti. Massimiliano Del Moro aggiunge: «Non ci hanno ancora dato date certe, la cosa che sappiamo è che partiremo».

La voce della Calabria
A dare voce al coordinamento calabrese è Sonia del GMtG Calabria, la rete che riunisce decine di realtà locali da tutta la regione e che ha lavorato per mesi per organizzare questa tappa. Sonia ricorda come il movimento sia nato e cresciuto al di là di ogni schema prestabilito: «I movimenti non sono costruiti a tavolino. Nascono, travolgono e talvolta sconvolgono. Al massimo si può provare ad accompagnarli, proteggendoli dagli attacchi che il sistema sferra nel suo tentativo di autoconservarsi». Spiega: «Siamo consapevoli che il vero punto di forza di questa iniziativa risiede nel supporto delle persone e delle realtà che operano quotidianamente sul territorio. Allo stesso modo, sappiamo che il bisogno di coordinamento non si esaurisce in Palestina, ma nasce e si sviluppa ovunque ci siano guerre. Per questo esiste il coordinamento calabrese per la Palestina, composto da numerose realtà impegnate in tutta la regione».
La Calabria non è fuori dalla storia
La scelta del CSOA Angelina Cartella non è casuale: da decenni presidio di resistenza territoriale, si trova a pochi chilometri dal porto di Gioia Tauro, dove secondo gli attivisti transitano regolarmente componenti belliche e materiale militare destinato a Israele, rendendo la Calabria – spesso a insaputa dei suoi abitanti – parte della catena logistica del conflitto. «Essere qui oggi, al centro sociale “Angelina Cartella”, non è casuale: questo luogo rappresenta da decenni la resistenza di un territorio che non si piega, che conosce il significato della lotta contro l’oppressione e per la dignità e la libertà. È uno spazio che incarna i valori dell’autogestione, della solidarietà dal basso e del rifiuto radicale di ogni logica di guerra – una logica che, purtroppo, questa terra conosce bene e che continua ad attraversarla.
Non possiamo ignorare che, a pochi chilometri da qui, nel porto di Gioia Tauro, transitano carichi di morte: armi e componenti destinati ad alimentare conflitti, rendendo i nostri territori — spesso a nostra insaputa — complici logistici delle guerre in corso. Denunciare il traffico bellico a Gioia Tauro significa squarciare il velo di ipocrisia di chi parla di pace mentre, nei fatti, sostiene la guerra.
Dalle coste del Sud, troppo spesso dimenticate ma sempre pronte a farsi approdo, lanciamo un segnale chiaro: se il potere chiude i confini e finanzia la morte, noi rispondiamo aprendo rotte di speranza, solidarietà e cooperazione».
Dalle coste calabresi, un segnale chiaro: la flottiglia riparte. Testarda come sempre. (redazione@corrierecal.it)
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