Inconsapevole strumento di una storia più grande, Giuda e il suo Vangelo nel film di Giulio Base girato in Calabria
Il regista: «C’è un frammento di Giuda in ognuno di noi, nei tradimenti, nelle scelte sbagliate, nelle bugie che segnano la nostra strada»

Non un albero qualsiasi, ma il platano millenario di Curinga, con la sua chioma immensa e le radici che sembrano tenere insieme la terra tutta. È lì che Giuda si impicca e pone fine alla sua vita, mentre si chiede quanto tempo ci vuole per morire. È l’incipit dal quale, a ritroso, si dispiega la sua versione della Passione — non quella di Cristo, ma quella dell’uomo che lo ha consegnato ai romani, e che muore convinto di essere stato tradito lui. Sono le prime scene de Il Vangelo di Giuda, il nuovo film di Giulio Base, in proiezione ieri sera al Cinema Citrigno di Cosenza con il regista in sala.
Il concept del film è inconsueto, ma deliberatamente tale. Non ci sono dialoghi tra i personaggi nel senso moderno del termine. La storia viene raccontata in prima persona da Giuda Iscariota attraverso un continuo flusso di coscienza che, nella versione italiana, ha la voce di Giancarlo Giannini. I pochi scambi tra i personaggi avvengono in aramaico e in ebraico, ed è Giuda stesso a tradurli per lo spettatore, come se stesse rievocando le parole ascoltate nei momenti cruciali della Passione. Una costruzione che ha la cadenza di una confessione, quasi di una liturgia, in cui la recitazione degli attori, privata del supporto dei dialoghi, si affida interamente alla fisicità dei corpi — e quella fisicità, in assenza di parole, acquista un peso che i dialoghi avrebbero probabilmente smorzato.



Giuda qui non è il traditore comunemente inteso dalla tradizione. È un uomo che si riteneva intellettualmente superiore agli altri apostoli — persone semplici, non istruite, che a suo avviso non avrebbero mai potuto comprendere fino in fondo quello che Gesù diceva, men che meno il non detto. In questa e in altre certezze c’è qualcosa di ironico e di tragico insieme.
Intorno a Gesù e agli apostoli si muove anche il gruppo delle donne che accompagna questa piccola comunità errante. E non sono figure marginali. Si muovono con libertà, vivono in una condizione di parità che non ha nulla di ideologico ma che semplicemente è, come se quella banda di irregolari in cammino avesse anticipato di duemila anni qualcosa che ancora si fatica a raggiungere. Giuda — il cui volto non è mai svelato — osserva, da personalità controversa qual è. «Da sempre avevo tenerezza verso il personaggio in qualche modo costretto, obbligato a fungere da traditore — ha detto Base a margine della proiezione — quindi mi sono messo ad approfondire la sua storia con la lettura delle scritture, del Vangelo apocrifo attribuito a lui e di tutti gli studi intorno a questa tradizione. Non ho risposte né a una tesi predefinita al film, non voglio né assolvere Giuda né condannarlo. Mi piace però che si possa aprire un dibattito culturale, nel chiedersi dove sta la predestinazione e dove sta il libero arbitrio nelle colpe non solo di Giuda, ma di ognuno di noi».
Dietro questo c’è parte del suo percorso di studi. Base ha una seconda laurea in teologia, conseguita studiando all’Institutum Patristicum Augustinianum in Vaticano, con una tesi firmata da quello che sarebbe poi diventato Papa Leone XIV, allora cardinale Robert Prevost. Quegli studi, insieme alla lettura del Vangelo attribuito a Giuda, hanno costruito l’ispirazione su cui il film poggia — un Giuda più umano, in conflitto con se stesso, inconsapevolmente costretto a tradire perché la storia di Cristo potesse compiersi. La scelta dei set in Calabria nasce dai sopralluoghi che Base ha fatto in autonomia, percorrendo quasi tutta la regione. Li ha trovati nell’Abbazia del Patire di Corigliano-Rossano, nel borgo e al castello di Cleto, in Sila tra i boschi e il lago Cecita, fino alle grotte rupestri di Caccuri, e ancora dal monte Cocuzzo fino al centro storico di Cosenza. Ben settantuno professionisti calabresi hanno lavorato al film tra attori, comparse e maestranze tecniche, al fianco di Rupert Everett, Paz Vega, Tomasz Kot, John Savage, Darko Peric e Abel Ferrara.



Tra le scelte più originali c’è quella delle musiche, affidate al compositore Checco Pallone ed eseguite in presa diretta sul set, invece di registrarle in post-produzione come avviene normalmente. «Farle e registrarle in ogni scena è stata una scommessa nata dall’idea di Giulio, e anche un onore — ha detto Pallone —. Questo film è un esempio di come si crea sinergia su un territorio.»
La serata è stata anche l’occasione per rendere omaggio alla memoria di Francesca Marchese, attrice e regista teatrale, talent manager e casting director il cui nome è legato a diverse produzioni cinematografiche calabresi arrivate a festival internazionali, e che ha collaborato anche a Il Vangelo di Giuda, comparendo pure in una delle scene del film. Per la Fondazione Calabria Film Commission che ha sostenuto il film, il lavoro di Giulio Base è la conferma di come la percezione della regione nel settore cinematografico stia radicalmente cambiando. «La percezione cambia perché c’è un investimento nell’audiovisivo da parte di un ente che lavora per il territorio attraverso il cinema — ha sottolineato il direttore Gianpaolo Calabrese — e che favorisce l’industria cinematografica nel suo complesso. Il cinema non è solo turismo, è anche attività produttiva. Quello di oggi è un esempio di come una produzione girata in Calabria non solo realizza immagini che restano indelebili, ma dimostra anche la qualità delle professionalità e delle maestranze di cui la regione è ormai ben dotata».
Il Vangelo di Giuda è una coproduzione Italia-Polonia tra Agnus Dei Production, Minerva Pictures e Rai Cinema, con il sostegno della Calabria Film Commission. È distribuito in Italia da Filmclub Distribuzione.



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