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Inchiesta “Jerakarni”

Cosenza, il piano segreto per liberare Bruno Emanuele. Le rivelazioni del pentito Moscato

La confessione emerge nell’inchiesta della Dda. Le riunioni, l’incontro «con Pasquale di Cassano allo Ionio» e il rapporto fraterno con Forastefano

Pubblicato il: 12/04/2026 – 17:01
di Fabio Benincasa
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Cosenza, il piano segreto per liberare Bruno Emanuele. Le rivelazioni del pentito Moscato

COSENZA Raffaele Moscato, l’uomo dei Piscopisani, prima di scegliere di collaborare con la giustizia era pronto a scalare i vertici della ‘ndrangheta innalzando sia la dote che «il rispetto delle altre ‘ndrine». L’obiettivo era farsi strada, senza lasciare feriti, per raggiungere la Società Maggiore e – di conseguenza – senza doversi più sporcare le mani: un boss al vertice che impartisce ordini e direttive senza imbracciare fucili o caricare pistole. Il percorso criminale di Moscato però si interrompe, la decisione di pentirsi stravolge il risiko della mala vibonese e consente alla Dda di acquisire informazioni preziose in merito a fatti e personaggi di primo piano della criminalità. Nei racconti forniti, accompagnati da illuminanti confessioni, Moscato – come emerso nella inchiesta della Distrettuale antimafia di Catanzaro, culminata con gli arresti che hanno colpito duramente la famiglia di ‘ndrangheta delle Preserre vibonesi, dimostra di conoscere bene non solo il territorio vibonese. Il pentito, infatti, parla anche del Cosentino, di un piano per far evadere Bruno Emanuele.

Le riunioni tra sodali

Si sarebbero tenute una serie di riunioni tra sodali per progettare l’evasione dal carcere di Bruno Emanuele, all’epoca dei fatti narrati da Moscato, sottoposto a processo a Cosenza. «Quando poi prese l’ergastolo per l’omicidio dei Bruzzese, degli Zingari, quale favore fatto a Forastefano». Secondo il pentito infatti, Bruno Emanuele «voleva bene a Forastefano più che ad un fratello, avrebbe dato la vita per lui» e «Forastefano, in cambio, quale favore, aveva partecipato all’omicidio dei fratelli Loielo». Tornando agli incontri destinati a redigere il presunto piano di fuga, Moscato racconta anche di una ipotesi eloquente, quella di «uccidere anche le 4 o 5 guardie carcerarie» e sulla quale lo stesso collaboratore di giustizia dice di aver posto un veto «se devi venire con questa testa, stattene a casa», avrebbe risposto a Giovanni Emanuele che «non doveva assolutamente sparare in quanto non dovevano
restare uccisi degli innocenti».
Al netto delle divergenze sulle modalità da attuare per favorire la fuga del detenuto, Moscato sollecita la memoria e ricorda dettagli relativi ad altre riunioni. «Diverse volte abbiamo provato a far evadere Bruno Emanuele dal carcere, allo scopo abbiamo fatto decine di incontri, in particolare con un certo Pasquale di Cassano allo Ionio». Un piano di fuga, tuttavia, rimasto solo su carta. «Discutevamo spesso di questo e l’azione non si è mai portata a termine in quanto arrestavano sempre qualcuno; ad esempio l’ultima volta hanno arrestato Giovanni Emanuele per il fatto delle armi, nell’operazione denominata ’’Calibro 12” a Soriano; la penultima volta, invece, era avvenuto l’arresto, in Puglia, di Pasquale di Cassano allo Ionio per cocaina ed eroina». Ma perché Emanuele doveva essere liberato? «Temevamo che, per la sua figura criminosa apicale potesse essere mandato al 41 bis; per questa ragione, per evitare che poi non avremmo più potuto liberarlo, erano frequenti gli incontri per programmare la sua evasione». (f.b.)

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