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la morte del sindacalista

L’ombra della ‘ndrangheta dietro l’omicidio di Pietro Sanua. Dopo 30 anni si attende ancora la verità

Rinviata al 17 giugno la decisione sulla richiesta di archiviazione della Dda. Tra auto sospette, testimonianze incomplete e nuove analisi possibili: i familiari chiedono di non chiudere il caso

Pubblicato il: 12/04/2026 – 7:01
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L’ombra della ‘ndrangheta dietro l’omicidio di Pietro Sanua. Dopo 30 anni si attende ancora la verità

A oltre trent’anni dall’omicidio, la verità su Pietro Sanua resta sospesa tra ricostruzioni sempre più definite e un esito giudiziario ancora incerto. La decisione attesa in questa settimana, precisamente per mercoledì 8 aprile, sulla richiesta di archiviazione avanzata dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano è stata rinviata: sarà il 17 giugno il momento in cui il giudice per le indagini preliminari Patrizia Nobile dovrà stabilire se chiudere definitivamente il caso o concedere nuovi approfondimenti investigativi. Un passaggio delicato, atteso da decenni da una famiglia che non ha mai smesso di chiedere giustizia.
Ma per capire cosa si sta decidendo oggi, bisogna tornare indietro.

L’omicidio di Pietro Sanua

Pietro Sanua nasce il 13 giugno 1948 a Lavello, in Basilicata. Si trasferisce giovanissimo a Milano, dove lavora in diversi ambiti prima di trovare la sua strada nei mercati rionali. Nel 1972 acquista una licenza da ambulante e avvia un banco di frutta e verdura: è lì che costruisce la sua vita e il suo impegno. Con il tempo diventa un punto di riferimento per molti lavoratori. Non solo per l’esperienza, ma per la determinazione con cui difende regole e diritti. Entra nell’Anva-Confesercenti, diventandone prima segretario e poi presidente provinciale a Milano. Partecipa anche alla commissione comunale per il commercio ambulante. Sanua denuncia irregolarità, in particolare nella gestione delle licenze e delle postazioni. Si occupa del cosiddetto racket dei fiori, legato alle assegnazioni fuori dai cimiteri. Opera tra Buccinasco, Corsico e Quarto Oggiaro, territori dove già negli anni Novanta si registrano presenze radicate della ’ndrangheta.
Il suo impegno lo espone. Il 4 febbraio 1995 viene ucciso.
Sono le 5.30 del mattino. Sanua è sul suo furgone insieme al figlio Lorenzo, diretto al mercato di via Di Vittorio, a Corsico. In via Lorenteggio una Fiat Punto si affianca. Parte un colpo di lupara che lo colpisce al volto. Muore sul colpo. Il figlio resta ferito lievemente.
L’agguato è rapido, preciso, tipico di un’esecuzione.
Le indagini iniziali non portano a risultati concreti. Si segue anche una pista privata, poi emerge il possibile legame con l’attività sindacale e con tensioni nel settore ambulante, ma senza esiti. Ad agosto dello stesso anno il caso viene archiviato: nessun responsabile, nessun movente accertato. Resta il ritrovamento di un’auto bruciata con targa di Genova a poca distanza dal luogo del delitto.

L’ombra della ‘ndrangheta

Per anni, il caso rimane fermo. La riapertura delle indagini da parte della Dda di Milano consente però di delineare un quadro più chiaro. L’omicidio appare inserito in un contesto di controllo mafioso del territorio. In questo scenario viene indicato come possibile mandante Gaetano Suraci, figura ritenuta vicina agli ambienti della ’ndrangheta e già influente negli equilibri criminali dell’hinterland milanese. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia contribuiscono a rafforzare questa ricostruzione, così come il movente: uno scontro avvenuto nel 1994 per la gestione di una postazione di mercato a Buccinasco, interpretato come una sfida al controllo del territorio. Le indagini si concentrano anche sui possibili esecutori materiali. Tra i nomi emerge quello di Vincenzo Ferraro, detto “Cecè”, indicato in alcune testimonianze e ritenuto vicino agli ambienti della criminalità organizzata. Tuttavia, gli accertamenti svolti non riescono a fornire riscontri definitivi. Dopo cinque anni di approfondimenti, la Dda ha quindi chiesto l’archiviazione, ritenendo insufficienti gli elementi raccolti per sostenere un’accusa in giudizio. Una conclusione contestata dai familiari, che sottolineano come diversi aspetti restino ancora poco chiari.Tra questi, uno dei punti più discussi riguarda l’auto utilizzata per la fuga dopo l’agguato: una Lancia Thema dalle caratteristiche particolari, notata anche da due carabinieri nei minuti successivi al delitto. Alcuni racconti la collegano proprio a Ferraro, ma la ricostruzione della proprietà del veicolo si scontra con una serie di intestazioni poco lineari e con la presenza di un omonimo, inizialmente finito sotto attenzione, che ha contribuito a creare ulteriore confusione.
A questo si aggiungono elementi investigativi che, secondo i legali della famiglia, non sarebbero stati pienamente valorizzati
. Tra questi, anche tracce biologiche raccolte all’epoca che, se rianalizzate oggi con tecnologie più avanzate, potrebbero offrire nuovi spunti.
Resta sullo sfondo la pista mafiosa
, che continua a rappresentare la chiave di lettura più solida: l’omicidio come risposta violenta a un conflitto legato al controllo delle attività nei mercati, in un contesto in cui opporsi significava mettere in discussione equilibri consolidati. Ora la decisione passa al giudice. Non si tratta solo di stabilire se chiudere un fascicolo, ma di capire se esistano ancora margini concreti per arrivare a una verità giudiziaria. Dopo oltre trent’anni, il rischio è quello di un doppio binario: da una parte una ricostruzione storica sempre più definita, dall’altra l’assenza di responsabilità accertate in sede processuale. Il 17 giugno segnerà un passaggio cruciale. Da lì si capirà se questa vicenda è destinata a restare senza colpevoli o se esiste ancora uno spazio, anche minimo, per colmare ciò che finora è rimasto irrisolto. (f.v.)

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