Giorgia Meloni tra diplomazia e silenzio… assenso?
Dopo il flop referendum e la caduta di Orbàn deve gestire la crisi Trump-Leone XIV

Ultimamente a Giorgia Meloni non gliene va bene una. Dopo la mazzata del Referendum, per lei e i suoi sodali totalmente inattesa, la rovinosa caduta del suo fedelissimo alleato politico Orban, le mancava solo la crisi diplomatica tra il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e Papa Leone XIV. In queste ultime ore lo scenario politico internazionale è scosso da un duro scontro trai due personaggi entrambi americani, ma con “visioni politiche” diametralmente opposte. Al centro della contesa ci sono le recenti dichiarazioni del Tycoon contro il successore di Francesco (scomparso nell’aprile del 2025), definito da Trump come “debole” e “terribile” su temi di sicurezza, politica estera e sociale. La tensione è esplosa dopo che il Pontefice ha definito “inaccettabili” le minacce americane contro infrastrutture civili nel conflitto con l’Iran, richiamando al rispetto del diritto internazionale.
Trump ha risposto con una serie di post su Truth Social, accusando il Papa di essere “terribile sulle politiche sociali” e “debole contro il crimine”. Ha persino spinto la critica sul piano personale, dichiarando di preferire figure della gerarchia ecclesiastica più vicine al movimento MAGA. In questo clima di rottura, l’attenzione si è spostata su Giorgia Meloni. La Presidente del Consiglio italiana si trova in una posizione diplomatica estremamente complessa: intanto perché ha investito molto nel rapporto con il leader repubblicano, sostenendo i suoi piani di pace per il Medio Oriente e cercando di accreditarsi come interlocutore privilegiato tra Washington e l’Europa; contestualmente ha sempre rivendicato un legame profondo con la Chiesa, manifestando una forte commozione pubblica alla morte di Papa Francesco che, d’altro canto, come tanti altri leader non ha mai ascoltato quando era in vita, e definendosi una “madre cristiana”.
Nonostante le sollecitazioni delle opposizioni, che hanno chiesto una smentita ufficiale o una difesa del Pontefice di fronte agli insulti di Trump, Meloni ha scelto finora la linea del silenzio strategico. Non sapendo che in questo caso, come in quello sul genocidio di Gaza, il silenzio, equivale a giustificarli o comunque accettarli passivamente entrambi, perché così vuole il calcolo politico teso a mantenere gli equilibri più che a schierarsi e prendere posizione per l’uno o per l’altro. Gli analisti descrivono questa fase come un “pendolo impossibile”. Meloni sta tentando di mantenere l’equilibrio tra la necessità di non irritare Trump, specialmente in una fase di forti tensioni geopolitiche globali e il ruolo storico dell’Italia come ponte naturale tra la Santa Sede e le grandi potenze.
Mentre il Vaticano e i Vescovi americani criticano il “trumpismo”, il governo italiano appare bloccato: rispondere a Trump significherebbe rischiare un incidente diplomatico con l’alleato più potente del quale si è scelto di essere “servi inutili” ma non nel senso evangelico; tacere espone la Premier a critiche di incoerenza rispetto ai suoi dichiarati valori cristiani. Episodi come il mancato preavviso italiano sull’attacco americano in Iran – nonostante la presenza di truppe italiane in Kuwait – avrebbero dovuto farla riflettere sulla presunta “relazione speciale” che non garantisce all’Italia alcun peso strategico reale.
Infine, la disponibilità di Meloni a sostenere la candidatura di Trump al Nobel per la Pace è stata definita da molti come il culmine di un “servilismo imbarazzante”. L’opinione pubblica sembra però riflettere le preoccupazioni delle opposizioni: secondo recenti sondaggi, circa il 70% degli italiani giudica “troppo accondiscendente o ambigua” la postura della Premier verso il Presidente americano. Dal canto mio posso solo dire che sarei molto preoccupato se uno come Trump tesserebbe le lodi del Papa, significherebbe l’aver dimenticato che la Chiesa non ha interessi da difendere ma una funzione profetica da esercitare.