’Ndrangheta, l’economia delle relazioni e il nodo della domanda: cosa resta (e cosa cambia) 10 anni dopo Aemilia
Tra giustizia e cultura, il bilancio sul maxi-processo evidenzia i limiti di un approccio solo repressivo e il peso delle condizioni ambientali. Il dibattito su Viale Cutro e il tema della memoria e…

A dieci anni dall’avvio del maxi-processo Aemilia, il dibattito sul radicamento della ’ndrangheta fuori dalla Calabria torna a interrogare non solo la capacità repressiva dello Stato, ma soprattutto la natura dei contesti che ne hanno favorito l’espansione. Le riflessioni emerse nei giorni scorsi a Reggio Emilia, nel corso del convegno “Dieci anni del processo Aemilia” al centro internazionale Loris Malaguzzi, restituiscono un’immagine meno stereotipata e più strutturale del fenomeno mafioso contemporaneo.
Il punto di partenza è la trasformazione della ’ndrangheta: meno visibile nella sua dimensione militare, sempre più efficace nella sua funzione economica. «Parla linguaggi più diffusi, dalla frode fiscale alla corruzione», ha osservato il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo nel suo intervento al convegno, mettendo a fuoco una mutazione che riguarda non tanto la natura dell’organizzazione quanto le sue modalità operative. La violenza non scompare, ma arretra sullo sfondo, mentre avanzano strumenti di penetrazione nei circuiti legali.
È in questa chiave che va letta una delle affermazioni più nette emerse nel confronto: le mafie non si espandono semplicemente perché sono forti, ma perché trovano spazio. E lo trovano in una domanda di servizi illegali che attraversa il tessuto economico. Ridurre il costo del lavoro, aggirare il fisco, accedere a liquidità o a scorciatoie burocratiche: esigenze che, in determinati contesti, incontrano l’offerta delle organizzazioni criminali.
Non è un dettaglio, ma un cambio di prospettiva. L’attenzione si sposta dall’organizzazione in sé al sistema di relazioni che ne consente l’operatività. «Le mafie al Nord non avrebbero avuto lo spazio che hanno avuto se non ci fosse stata una domanda», ha rimarcato Melillo nel corso dell’incontro.
Il processo Aemilia e i legami stabili con imprenditoria e professioni
Il processo Aemilia ha rappresentato, sotto questo profilo, un punto di svolta. Non solo per le dimensioni – il più grande procedimento contro la ’ndrangheta calabrese celebrato nel Paese – ma per la capacità di documentare un radicamento costruito nel tempo attraverso legami stabili con imprenditoria e professioni. Il riferimento alla matrice cutrese non è solo geografico: indica una continuità organizzativa che si è adattata a contesti profondamente diversi da quelli di origine, senza perdere coesione.
Da qui l’idea, richiamata ancora da Melillo durante il convegno reggiano, che non esista più un “epicentro” della presenza mafiosa. Piuttosto, una diffusione capillare, fatta di connessioni spesso opache, difficili da intercettare proprio perché inserite in dinamiche economiche ordinarie. È un salto di qualità che complica anche l’azione di contrasto: «è pericoloso combattere la mafia solo con i processi», ha avvertito il procuratore nazionale antimafia, indicando la necessità di strumenti più ampi e di un’analisi capace di integrare competenze giuridiche, economiche e sociali.
Su questo piano si innesta un altro elemento, meno giudiziario e più politico: il tema delle responsabilità diffuse. Nel corso dello stesso confronto, il sindaco di Reggio Emilia Marco Massari ha riconosciuto come «miopie, ritardi e interpretazioni distorte, anche da parte delle istituzioni» abbiano contribuito all’attecchimento delle organizzazioni mafiose in territori ritenuti, per lungo tempo, immuni. Un’ammissione che rompe una narrazione difensiva e chiama in causa non solo chi offre servizi illegali, ma anche chi li utilizza.
Viale Cutro e l’immagine da non compromettere
Ma accanto al piano istituzionale, emerge anche una dimensione simbolica e culturale che continua a dividere. È il caso, ad esempio, del dibattito su Viale Città di Cutro a Reggio Emilia, riacceso proprio in occasione delle iniziative legate ad Aemilia. Il movimento Agende Rosse ha criticato duramente il mancato cambio di denominazione, sostenendo che mantenere quel nome rappresenti «un’ombra sulla città» perché richiama un legame con il sistema di potere mafioso emerso nel processo. Secondo il movimento, non si tratta di un gesto puramente simbolico, ma di un atto concreto capace di incidere sul clima culturale e sulla percezione pubblica del fenomeno.
Il riferimento è a quella che viene definita «grande rimozione», ovvero la tendenza a negare o minimizzare la presenza mafiosa nei territori del Nord per non comprometterne l’immagine. Una dinamica che, secondo le associazioni impegnate sul fronte antimafia, ha storicamente favorito l’insediamento delle organizzazioni criminali, offrendo loro spazio e legittimazione indiretta.
Il punto, allora, non è soltanto reprimere, ma ridurre le condizioni che rendono conveniente il ricorso alla mediazione criminale. Ed è qui che il discorso torna inevitabilmente alla Calabria. Perché se è vero che l’espansione della ’ndrangheta si alimenta nei territori di approdo, è altrettanto vero che la sua capacità di proiezione resta ancorata a un modello organizzativo solido, costruito nelle aree di origine e poi esportato.
Dieci anni dopo Aemilia, il rischio più evidente non è la sottovalutazione giudiziaria – i processi hanno dimostrato la presenza mafiosa – ma quello culturale. L’idea che parlare di mafia possa danneggiare l’immagine dei territori riaffiora ciclicamente, soprattutto dove l’infiltrazione si presenta in forme meno evidenti. Eppure, è proprio il silenzio ad aver storicamente favorito il radicamento delle organizzazioni, al Sud come al Nord.
In questo senso, il caso emiliano continua a offrire una lezione che va oltre i confini regionali: la ’ndrangheta non è un corpo estraneo che si impone, ma un sistema che si innesta. E contrastarla significa intervenire non solo sull’offerta criminale, ma anche su quella domanda che, ancora oggi, ne garantisce spazio e continuità. (f.v.)
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