«Presidente Meloni, la nostra Toga non deve essere “incentivata”, ma solo rispettata»
Documento del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Cosenza, del Comitato pari opportunità dello stesso ordine e della Consulta delle Associazioni forensi bruzie

Riceviamo e pubblichiamo un documento del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Cosenza, del Comitato pari opportunità dello stesso ordine di Cosenza e della Consulta delle Associazioni forensi di Cosenza
L’Avvocatura cosentina leva una voce unanime e ferma, non solo, contro l’ultimo decreto sicurezza, quanto, soprattutto, rispetto alle “precisazioni” rese della Presidente del Consiglio in queste ultime ore, che afferma di “non capire perché non si possa riconoscere un compenso all’avvocato che segue una pratica di rimpatrio volontario”. È bene fare chiarezza.
Una Barriera alla Giustizia: la Fine della Difesa per i più Vulnerabili
L’articolo 29 del decreto cancella, con un tratto di penna, l’articolo 142 del Testo Unico sulle Spese di Giustizia, una norma che non era un’anomalia, ma una fondamentale “scelta di civiltà giuridica”. Garantiva il patrocinio a spese dello Stato nei procedimenti di impugnazione dei decreti di espulsione, riconoscendo le “oggettive e insormontabili difficoltà” di chi, appena giunto in Italia, privo di documenti, trattenuto in un CPR e senza possibilità di produrre certificazioni consolari in tempi processuali perentori, deve difendere il proprio diritto a non essere respinto.
L’abrogazione di questa garanzia non è un ritorno alla “normalità”, ma la costruzione di un muro invalicabile verso la giustizia. È la negazione dell’articolo 24, terzo comma, della Costituzione, che impone di assicurare ai non abbienti i mezzi per difendersi “davanti ad ogni giurisdizione”. Si lascia che un provvedimento gravemente limitativo della libertà personale, come l’espulsione, sfugga al vaglio di un giudice per un mero impedimento burocratico, colpendo l’individuo nel momento della sua massima vulnerabilità.
Il tradimento: l’Avvocato trasformato in “Rappresentante legale” a cottimo, che va incentivato
Se possibile, ancora più ripugnante è il meccanismo introdotto dall’articolo 30-bis: un compenso forfettario di 615 euro per il “rappresentante legale” che assista lo straniero nell’aderire a un programma di rimpatrio volontario. La condizione? Il compenso è erogato solo “ad esito della partenza dello straniero”. Una sorta di … “incentivo all’esodo”.
Questa è una norma giuridicamente e moralmente inaccettabile, un vero e proprio patto scellerato che mira a corrompere la funzione difensiva:
- Conflitto di interessi istituzionalizzato: L’avvocato, da difensore dei diritti dell’assistito, viene trasformato in un agente dello Stato, economicamente incentivato – seppure per “pochi spiccioli” – a promuovere il rimpatrio anziché la tutela giurisdizionale. Il suo dovere di valutare la sussistenza dei presupposti per la protezione internazionale o il rischio di persecuzione e tortura viene subordinato a un interesse economico che coincide con l’obiettivo politico dell’Amministrazione. Il diritto di difesa diventa una merce di scambio.
- Svilimento della Professione: Il compenso, definito “a provvigione”, degrada la prestazione intellettuale a una mera attività di segretariato, retribuita “a cottimo”. Persino l’utilizzo del termine ambiguo “rappresentante legale” è un tentativo malcelato di dequalificare la funzione difensiva, che apre la porta a figure non qualificate, minando la qualità dell’assistenza.
- Tradimento della Funzione Costituzionale: la norma introdotta, inaccettabile, non si limita a violare un principio, ma tradisce l’essenza stessa della funzione difensiva. L’avvocato non è un funzionario dello Stato, ma un garante dei diritti del cittadino, anche e soprattutto contro lo Stato. Retribuire un difensore per convincere il proprio assistito a non esercitare i suoi diritti è la negazione dell’indipendenza e dell’autonomia che sono il fondamento della nostra Professione!
L’Avvocatura non si piega: il Giuramento è alla Costituzione, non al Governo!
Di fronte a questa deriva autoritaria, l’Avvocatura cosentina non può e non intende rimanere in silenzio e non resterà a guardare mentre si barattano i diritti fondamentali per una manciata di denari e si tenta di trasformare l’Avvocato in un burocrate al servizio del potere.
Per queste ragioni, l’Avvocatura cosentina:
- DENUNCIA la palese incostituzionalità di queste norme liberticide, che rappresentano un attacco frontale al Diritto di Difesa e alla Dignità della Professione Forense.
- ESORTA il Parlamento a un sussulto di dignità e a respingere, in sede di conversione, disposizioni che infangano la tradizione giuridica del nostro Paese.
- PROCLAMA lo stato di agitazione dell’Avvocatura del Foro, pronta a ogni iniziativa per contrastare questo inaccettabile attacco allo Stato di Diritto.
L’Avvocatura ha giurato fedeltà alla Costituzione, non a un’agenda di governo. E continuerà a difendere i diritti di tutti, perché è il nostro dovere irrinunciabile.
Il giorno in cui un avvocato venisse pagato per far rinunciare a un diritto, la Repubblica avrebbe tradito la promessa scritta nell’articolo 24 della Carta Costituzionale.