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Musica e comunità

La musica che muove gli alberi. Riflessioni sulla Pita di Alessandria del Carretto

Un rito di comunità, fatica e musica che si tramanda nel tempo

Pubblicato il: 03/05/2026 – 10:36
di Christian Ferlaino*
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La musica che muove gli alberi. Riflessioni sulla Pita di Alessandria del Carretto

Siamo arrivati presto. Lo scorso anno non siamo riusciti a vedere la partenza dell’albero, quest’anno non possiamo perdercela. Sulla radura tutti sono indaffarati con i preparativi. Sul fuoco acceso si stanno scaldando i rami di prugnolo che verranno intrecciati intorno alle travi che serviranno per spingere il grande tronco lungo il percorso. Non ci sono ancora musicisti. Alcuni ce li siamo lasciati alle spalle lungo il sentiero ripido e pietroso, mentre ci affrettavamo per arrivare in cima. Ci accolgono tutti con abbracci e sorrisi, con offerte di fave e vino. Man mano che arrivano i musicisti, si formano vari gruppi che iniziano a suonare sparsi tutt’intorno all’albero. C’è un gran fermento nell’aria. Siamo circondati di musica, sovrastimolati da fonti sonore che si sovrappongono da ogni direzione. La sera prima, in un incontro con gli studenti, Paolo ha ripercorso la storia della Pita e ha parlato delle trasformazioni avvenute nel corso degli anni. Ha descritto un rito a cui partecipavano, con diverse funzioni, varie categorie sociali del paese. Ha parlato dell’assenza di visitatori esterni, di una festa partecipata solo dalla comunità locale. Ora è diverso. Ora ci siamo noi. Ci sono tanti visitatori e partecipanti che, come noi, sono arrivati da fuori. Per molti non si tratta di turismo, non è la loro prima volta. Sanno cosa aspettarsi, non sono qui per semplice curiosità. Sono venuti per partecipare, ognuno a modo proprio, a questa maestosa celebrazione di vitalità collettiva. Molti offrono le proprie braccia per spingere il tronco, alcuni si premurano che i partecipanti abbiano sempre qualcosa da mangiare e da bere. Tanti hanno portato i loro strumenti e si uniscono al trambusto dei musicisti locali. Ognuno saluta col cappello che ha, direbbe Don Adamo a Conflenti.

Si parte. La musica non smette mai. Non si può lasciare la festa senza suoni. Ogni sforzo è sostenuto dalle zampogne e dagli organetti, che precedono, affiancano e seguono la Pita. Seduto sul tronco, Rocco alterna zampogna e organetto nel cuore dell’azione, circondato da due file di ragazzi e ragazze che spingono. Davanti al tronco, Paolo si alterna con svariati suonatori durante il tragitto. Si suona per tenere su gli animi durante lo sforzo, e si suona ancora più forte nelle pause, per festeggiare il successo di ogni spinta, mentre tutti ballano o si abbracciano. I musicisti locali sono tantissimi, numerosi sono i giovani che imbracciano organetti, zampogne e tamburelli. Fa strano vederne così tanti. Nel mio paese non ci sono bambini che suonano la zampogna. Qui ce n’è perfino uno che è poco più grande della sua stessa zampogna. Vincenzo lo affianca incitandolo a soffiare. Poi ci sono quelli che sono venuti da fuori, alcuni anche dal Sud della regione. Vengono per portare i loro suoni in dono agli amici del posto, per sostenerli nello sforzo, per rinfrancare i loro animi e festeggiare i successi. Inseriti in una festa che ora gli appartiene, almeno in parte, per l’amicizia che li lega agli abitanti di queste comunità. Anche io ho impacchettato una zampogna nello zaino, assieme ai salumi, al pane, ai formaggi e al vino. Non suonerò lungo il tragitto della festa, sono qui per osservare. Vengo da un posto musicalmente lontano per integrarmi nella festa, o forse sono solo scuse che mi racconto per deformazione professionale. Sono qui per documentare, mi dico. Comunque sia, una zampogna l’ho messa in borsa, per sicurezza, nel caso in cui si presentasse l’occasione di dover ricambiare l’accoglienza. Si sa, tra ospiti è buona creanza scambiarsi doni.

Oggi è una giornata torrida: il cielo è limpido e il sole splende con forza a oltre mille metri di altezza. La strada da percorrere non è lunghissima: in salita ci si impiega poco più di un’ora. La discesa, però, dura svariate ore e il sentiero è completamente privo di ombra. Il caldo diventa rapidamente debilitante, figurarsi a spingere un tronco di quasi trenta metri o a sobbarcarsi il peso di una cima di dieci metri sulle spalle. Ma i suoni non smettono mai. Sono qui per rincuorare gli animi, tenere alto il morale, festeggiare ogni sforzo, celebrare lo stare insieme. Si procede lentamente fino a metà del tragitto, dove si trova la cima dell’albero che deve essere portata anch’essa in paese. Da questo punto in poi, il ritmo del cammino rallenta ulteriormente, ma l’energia dei suoni e della festa non accenna a diminuire. In questa seconda metà del tragitto accade di assistere ad una scena che si imprime come la perfetta metafora della festa. Almeno ai miei occhi di etnomusicologo. Un’immagine che non passa inosservata e che colpisce molto anche Sophia. Paolo, che fin qui ha suonato di fronte alla Pita offrendo sostegno ai suoi amici e compaesani in questo sforzo immane, abbandona il suo ruolo e, insieme ad altri, si carica la cima dell’albero in spalla. Con le sue fronde fitte, legata ad un travetto di legno forse più pesante della cima stessa, essa aspetta nascosta in un angolo del sentiero. Da questo momento in poi, la cima precederà la Pita e le aprirà la strada verso il paese. A differenza della Pita, che viene fatta scivolare sul sentiero, la cima viene portata in spalla da poco più di dieci persone. Paolo si posiziona in testa, come sempre. Quando si incamminano, si carica il peso sulla spalla destra, abbracciando il travetto con il braccio, mentre lo sforzo gli scolpisce il volto. La mano sinistra, invece, cerca la spalla di Antonio, che gli cammina accanto e suona la zampogna. Questa immagine si ripresenta invariata ogni anno, da quando partecipo alla festa. Paolo sostiene la cima e Antonio sostiene Paolo. Lo sostiene fisicamente, offrendogli il punto d’appoggio della sua spalla destra, e spiritualmente, con i suoni del suo strumento.

Questa immagine ci accompagna fino alle porte del paese. Nell’area attrezzata si imbandiscono le tavolate. Familiari ed amici banchettano con l’abbondanza della festa. Intorno si suona ancora. Anche io mi fermo con i miei compagni di viaggio a mangiare un boccone. Siamo in otto, ma accogliamo chiunque si fermi per un brindisi o una fetta di formaggio. I miei compagni sono venuti da Carpanzano e si parla della frana che ha isolato il paese nei mesi invernali. Ma si parla anche della festa e delle olive che hanno portato in tavola. Mi volto spesso per sorvegliare i movimenti intorno alla Pita. Non voglio perdermi l’ingresso in paese, il rombo emozionante del tronco, le vibrazioni del selciato sotto i piedi. Il nostro banchetto continua e, tra visite e brindisi, ci siamo rifocillati. In lontananza cresce il fermento intorno all’albero. Si stanno preparando per spingere di nuovo. Impacchettiamo in fretta gli avanzi. Mentre chiudo lo zaino, Rocco, che banchettava ad un tavolo qualche metro più in là, mi afferra delicatamente per il braccio. Mi chiede di suonare la mia zampogna per zio Domenico. È un suonatore anziano del paese e «non ha mai sentito questo modello di zampogna», dice. Da lontano vedo la Pita che parte. Io però resto qui: ho portato lo strumento proprio per questo, per ricambiare l’ospitalità. Rocco mi guida fino al suo tavolo e inizio a suonare. Lui mi accompagna al tamburello con garbo. Suoniamo con gioiosa reciprocità. Un gruppo di familiari balla di fronte a noi e oltre vedo Vincenzo che ci sorride appeso alla sua grande zampogna a chiave. Quando finiamo, lui comincia a suonare. Ripongo lo strumento, ringrazio e cerco di raggiungere la Pita. Arrivo in piazza appena in tempo per assistere al ballo della cima prima che essa venga portata in chiesa. Appresso, arriva la Pita ad occupare la piazza quasi nella sua interezza. Si balla, si suona, ci si abbraccia, si brinda. Molti salgono sul tronco per una foto o un selfie in compagnia. Intorno si continua a suonare e ballare. La comunità è in festa. Con uno sforzo collettivo ha portato l’albero in paese. Tutti hanno contribuito in qualche modo: col vino, col cibo, con la forza, con l’affetto, con la musica. Rimango ancora un po’ per festeggiare, poi cedo alla stanchezza. In piazza si continuerà a suonare e ballare ancora per molto.

Raggiungo Sophia e ci incamminiamo verso casa. Ci affanniamo sull’ultima salita da affrontare per questa serata, quella che separa la Pita, ormai adagiata sul selciato della piazza, dalla nostra auto. Ci teniamo per mano, in un gesto d’affetto che manifesta anche la nostra reciproca necessità di sostenerci a vicenda per la stanchezza. Di fronte a noi, due energumeni accompagnano a casa, sostenendolo per le braccia, un compagno esausto per lo sforzo compiuto e per i brindisi dei festeggiamenti. Mi torna in mente la scena di Paolo, aggrappato alla cima dell’albero e alla spalla dello zampognaro. Un gruppo di donne scherza col trio dal balcone e lo invita in casa per un caffè. Ce li lasciamo alle spalle per dirigerci verso l’automobile.

Il ritorno da Alessandria del Carretto richiede attenzione. La strada segue le forme aspre e tortuose del territorio, l’asfalto si è fratturato seguendo i cedimenti della terra che scivola rovinosamente verso il basso. Sembra che il territorio abbia risentito violentemente dell’eccesso di precipitazioni dello scorso inverno. Mentre guido, mi chiedo cosa penseranno i miei colleghi dell’Università della Calabria, Paolo e Maria Giovanna, che si occupano di frane e di quei fenomeni geologici che rendono la nostra terra inquieta. Penso alle loro riflessioni sull’intervento preventivo del disastro come presupposto di ogni discorso sull’abitare. A come questi loro discorsi si intreccino con le riflessioni di Vito Teti su Cavallerizzo, sul partire e sul restare. Ai pensieri di Mimmo Cersosimo sui paesi e lo sguardo dai margini. Penso a come tutto questo possa intrecciarsi con le mie riflessioni, con ciò che ho appena vissuto in questa estenuante giornata. Cerco di tracciare un filo che corre tra ingegneria, antropologia, sociologia, economia ed etnomusicologia. La musica non ferma la terra che frana né le persone che partono. Non porta presidi medici territoriali, servizi o sistemi di comunicazione. Essa però ricongiunge le persone, le avvicina fisicamente nello spazio e le mette in relazione trasversalmente nel tempo. Mette in contatto il passato col futuro, quelli che ci sono stati con quelli che ci saranno. Offre una spalla su cui poggiarsi, sostiene gli animi e ristora i corpi appesantiti dall’albero, anche quando intorno le strade franano e le case si svuotano.

Foto: Angelo Maggio

Christian Ferlaino è etnomusicologo, musicista e docente dell’Università della Calabria rientrato con il prestigioso programma europeo Marie Skłodowska Curie Fellowship.

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