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la sentenza

Manichino e vernice rossa davanti la sede del Consiglio regionale, assolta Vittoria Morrone

In quella occasione, il parlamentino calabrese era chiamato a discutere della legge sulla doppia preferenza di genere

Pubblicato il: 05/05/2026 – 17:58
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Manichino e vernice rossa davanti la sede del Consiglio regionale, assolta Vittoria Morrone

REGGIO CALABRIA Il 15 aprile 2019 era stato rivendicato, su Facebook dal gruppo “Fem.in Cosentine in lotta”, il gesto dimostrativo messo in atto da due persone che avevano versato della vernice rossa sulle scale di Palazzo Campanella, sede del Consiglio regionale calabrese, a Reggio Calabria. I due, secondo l’accusa, avevano anche abbandonato sulle scale che conducono all’ingresso dell’edificio un tronco di manichino con accanto un secchio contenente vernice rossa. Il Consiglio regionale della Calabria, in quella occasione, era chiamato a discutere della legge sulla doppia preferenza di genere. La proposta di legge, presentata dal capogruppo di “Calabria in Rete”, Flora Sculco alla fine non venne approvata. L’11 aprile 2024, il tribunale di Reggio Calabria, nella persona della giudice Marchese, aveva assolto Enrico Russo perché «il fatto non sussiste». L’imputato – difeso dall’avvocato Francesco Acciardi – era accusato di tentata interruzione di funzione pubblica e deturpamento di edifici pubblici. Vittoria Morrone – altra imputata nel procedimento e rappresentata dall’avvocato Francesco Acciardi – è stata assolta nella giornata di oggi, al termine del processo celebrato con il rito ordinario.

La nota del gruppo Fem.In

«A partire dall’azione di protesta al Consiglio regionale del 2019, durante la quale avevamo versato vernice rossa lavabile sulle scale, accompagnata da un manichino di donna insanguinato, simbolo della violenza istituzionale e patriarcale che grava sui nostri corpi e sulle nostre vite, siamo state sottoposte a procedimento penale per aver denunciato pubblicamente ciò che le istituzioni continuavano a ignorare. Oggi registriamo un’ulteriore assoluzione: quella di Vittoria Morrone, difesa dall’avvocato Francesco Acciardi. Nel 2019, mentre rivendicavamo dignità e rappresentanza davanti al Consiglio regionale della Calabria, consiglieri regionali pronunciavano frasi irripetibili, riducendo le donne a soggetti incapaci, meri strumenti da utilizzare per obblighi normativi: “Le donne non vogliono entrare in politica”, “siamo costretti a candidare mogli e figlie”, “le donne vogliono curarsi il tumore, non entrare in consiglio regionale”. Parole che non sono semplici scivoloni, ma l’espressione più brutale di una cultura politica patriarcale, che continua a permeare le istituzioni. A distanza di sette anni, nulla è cambiato in modo sostanziale. La condizione delle donne in Calabria resta drammatica e segnata da una sistematica marginalizzazione. Lo dimostrano i fatti: consultori pubblici sempre più svuotati e difficilmente accessibili, con interi territori privati di servizi essenziali; centri antiviolenza lasciati senza fondi adeguati, costretti a operare in condizioni di emergenza permanente; una rete di welfare fragile, quando non del tutto assente, che scarica sulle donne il peso della cura, del lavoro domestico e della sopravvivenza quotidiana. In questo contesto, la recente tragedia di Catanzaro, maturata nella solitudine e nell’abbandono istituzionale e sociale, non è un caso isolato, ma il prodotto di un sistema che continua a non vedere, non ascoltare e non intervenire. È questa la violenza di genere che denunciamo: una violenza strutturale, prodotta dalle istituzioni, che non si limita alla sottorappresentanza politica ma attraversa ogni ambito della vita sociale. Ridurre tutto questo a terreno di scontro elettorale, utilizzare strumenti come la doppia preferenza di genere in modo strumentale e opportunistico, significa perpetuare quella stessa violenza. L’assoluzione di oggi rafforza una convinzione che non abbiamo mai abbandonato: avevamo ragione allora e continuiamo ad averla oggi. Non arretreremo. Continueremo a lottare per rendere impossibile a questa classe politica, colpevolmente cieca e sorda, proseguire su questa strada. Noi vogliamo molto di più di una rappresentanza simbolica. Vogliamo diritti, servizi, autodeterminazione. Andiamo avanti». Questa la nota diffusa dal collettivo Fem.In. (f.b.)

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