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la saletta di via sbarre

«Entravi, pagavi e uscivi con la dose». Il fortino dello spaccio a Reggio

La gip descrive un “vero e proprio supermarket della droga” nascosto in un condominio di via Sbarre Superiori

Pubblicato il: 29/05/2026 – 11:02
di Paola Suraci
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«Entravi, pagavi e uscivi con la dose». Il fortino dello spaccio a Reggio

REGGIO CALABRIA Il cancello rosso. Basta passarlo per trovarsi dentro. Il condominio di via Sbarre Superiori n. 8, nel rione Marconi di Reggio Calabria, aveva un ingresso che funzionava come una cassa automatica aperta sette giorni su sette, ventiquattro ore su ventiquattro. Sul lastrico solare, nella “saletta” ricavata al piano terra, si comprava cocaina — chiamata “bianca”, “sissi”, “cocca” — hashish e marijuana. I clienti arrivavano a flusso continuo, varcavano il cancello, percorrevano un «percorso obbligato» e uscivano con la loro dose dopo pochi minuti. Il tempo, appena, di chiedere e di pagare. È la ricostruzione contenuta nelle due ordinanze di applicazione di misure cautelari emessa dalla gip del Tribunale di Reggio Calabria Giuseppina Laura Candito, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, diretta dal procuratore Giuseppe Borrelli. Le misure riguardano 31 persone, tutte indagate a vario titolo per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, detenzione illegale di armi, estorsione e danneggiamento a mezzo incendio. Il magistrato descrive la struttura come un «vero e proprio supermarket della droga». Non è una metafora di stile. La p.g. aveva monitorato l’accesso di 127 clienti in una singola giornata, il 10 agosto 2023, stimando che ciascuna visita corrispondesse a una cessione. Le telecamere di videosorveglianza del condominio — il cui DVR sarà sequestrato il 20 settembre 2023 — immortalano ogni passaggio, ogni busta, ogni barattolo con i prezzi scritti a pennarello.

I Bevilacqua: una famiglia, una gerarchia, una piazza

Al vertice dell’organizzazione secondo l’accusa ci sono i fratelli Bevilacqua. Patrizio Bevilacqua, nato a Melito di Porto Salvo, era il capo operativo: si occupava del confezionamento della cocaina, della gestione della “saletta” e dei rapporti con i fornitori. Suo fratello Leo Bevilacqua era il referente della droga leggera, hashish e marijuana. Massimo Bevilacqua, alias u Stalliu, fungeva da braccio destro. Più defilato ma presente, Antonio Bevilacqua (cl. 1965), detto Scianchitta, padre di Patrizio. La “saletta” di via Sbarre Superiori era la loro base e il loro laboratorio. Secondo quanto ricostruito dalla p.g., la cocaina veniva preparata da Patrizio Bevilacqua al piano superiore, confezionata in dosi dentro barattoli contrassegnati da numeri corrispondenti al prezzo, poi fatta scendere attraverso l’ascensore condominiale fino alla saletta, dove veniva commercializzata. L’attività era organizzata per turni settimanali. Nel turno di notte si registravano in media 8 cessioni; in quello pomeridiano fino a 80; in quello serale circa 39. Il presidio era costante: al termine della giornata lavorativa, la sostanza residua veniva riposta in borsoni, trasportata nei vari nascondigli — il solaio dei suoceri di Patrizio, l’abitazione di Massimo, un sito in via Enna, un locale ad Arghillà nella disponibilità di Antonio Belfiore — e riportata in saletta alla ripresa.

«Se qua dobbiamo essere una famiglia…»

Tra le intercettazioni finite agli atti dell’inchiesta ce n’è una che gli investigatori considerano emblematica del clima interno al gruppo. Dopo alcuni controlli di polizia, Patrizio Bevilacqua avrebbe incitato gli altri sodali a reagire in maniera compatta alle incursioni delle forze dell’ordine. «Ragazzi questo è un lavoro di merda… a Modena quando arrivano i bagnarò gli zingari li circondano! Li circondano! Io lo pretendo pure qua!». Per gli investigatori, “bagnarò” era il termine usato per indicare la polizia. Nella stessa conversazione, il presunto capo della piazza avrebbe aggiunto: «Se qua dobbiamo essere una famiglia, dobbiamo essere tutti uniti… se dobbiamo essere solo per interesse di soldi non andiamo d’accordo». Parole che, secondo la Dda, dimostrerebbero il forte vincolo associativo interno al gruppo e la pretesa di assoluta fedeltà da parte degli affiliati.

Il filo con la cosca Libri

L’indagine apre uno squarcio anche su connessioni con l’associazione mafiosa. Secondo il gip, Massimo Bevilacqua intratteneva rapporti con Claudio Bianchetti, descritto in una nota della p.g. come «esponente apicale della cosca LIBRI, stanzialmente egemone, in particolare nei territori di Cannavò, Vinco Sant’Anna, Spirito Santo, San Cristoforo, Gallina, San Giorgio Extra, centro storico di Reggio Calabria e territori limitrofi». Bianchetti era all’epoca sottoposto a ordinanza di custodia cautelare in carcere. In una conversazione intercettata, Massimo Bevilacqua riferisce a Bianchetti — che gli chiede di intervenire in una vicenda — della propria capacità di fare pressione sui Berlingeri. Bianchetti replica con un misto di rassicurazione e minaccia velata: Massimo Bevilacqua: «Io ti giuro sopra i miei figli, Toto’ non ha bisogno di noi, ma se prende e chiama i cugini e arrivano qua, ti giuro sopra i figli miei che gli devono lasciare la casa e se ne devono andare! Se ne devono andare! Se ne devono andare, lo sai dove devono andare solo? dai Carabinieri e la Questura ed arriva l’Esercito qua… non mi credi?». E ancora, sulla vicenda Belfiore, Massimo Bevilacqua giura con tono da ultimatum: «Giuro sopra i figli miei che se viene quello la sai che gli dice? la cartuccia è riservata prenditela e vattene, togli tutti i mobili e vattene che stasera ti do fuoco con tutta la casa, ti giuro sopra i figli miei che gli conviene non se ne vanno, gli conviene che se ne vanno, e ringraziassero che non c’è Ciccio, il cugino». Sempre dal contenuto delle intercettazioni emerge che Patrizio Bevilacqua versava somme di denaro a Rosa Libri, destinate ai detenuti della cosca. Un dettaglio che, secondo gli inquirenti, contribuisce a delineare la natura non autonoma ma inserita in un contesto mafioso del sodalizio investigato. Il gip rileva inoltre come la ‘ndrangheta tenda sempre più a inserire tra i propri ranghi esponenti della comunità ROM, alcuni dei quali «vanno ben oltre l’essere mera manovalanza, ma assumono cariche e doti degne di rilievo». Tra questi, secondo l’ordinanza, vi sarebbe Cosimo Bevilacqua, detto Pappagallo, fratello di Massimo.

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