«Un antistato dentro la città». Il blitz contro la rete rom dello spaccio a Reggio
Gli inquirenti descrivono una struttura armata e organizzata con legami con la cosca Libri e turni di lavoro per gli spacciatori

REGGIO CALABRIA Trentuno arrestati, tutti rom, portati via nelle prime ore del mattino dalla Squadra Mobile su ordine della Direzione distrettuale antimafia. Fuori dalla questura di Reggio Calabria i loro familiari premono contro il cordone di polizia in tenuta antisommossa — qualcuno piange, qualcuno si dispera ad alta voce. Sono venuti a far sentire che ci sono. L’operazione ha seguito due ordinanze cautelari distinte: una sulla piazza di spaccio, una sui fornitori. Perché dietro via Sbarre Superiori 8 c’era una filiera.

Le indagini
Le indagini, avviate nel 2023, hanno individuato un gruppo operativo nella frazione Concessa di Catona, periferia nord di Reggio Calabria, specializzato nello stoccaggio e nel commercio all’ingrosso di partite consistenti di stupefacenti. La droga veniva occultata in un casolare abbandonato, sorvegliato dai sodali, confezionata in loco e poi distribuita a Reggio Calabria, Messina, Agrigento e altre province siciliane. Tra gli acquirenti della centrale di Catona erano stati individuati alcuni soggetti del rione Marconi — quelli che avevano costruito la piazza di spaccio. Un giro d’affari stimato intorno ai tremila euro al giorno di media, migliaia di cessioni documentate, con punte di trecento acquirenti al giorno.
Il condominio trasformato
Il procuratore Giuseppe Borrelli ha descritto una struttura che aveva trasformato un intero condominio di via Sbarre Superiori 8 in qualcosa di mai visto: il gruppo aveva murato gli spazi condominiali del piano terra, sottraendoli agli altri residenti, alterando visibilmente l’architettura originaria dell’immobile, e ricavandone un locale chiuso attrezzato con telecamere di sicurezza proprie, interamente dedicato allo spaccio. Uno dei principali accessi del condominio era stato monopolizzato e interdetto agli altri residenti, destinato ad uso esclusivo degli acquirenti. I ruoli più operativi erano spesso affidati a ragazzini minorenni, a volte con meno di quattordici anni, che si muovevano nel rione senza soluzione di continuità. Proprio l’impianto di sorveglianza installato per tenere lontana la polizia si è rivelato prezioso per le indagini: «Gli organi di polizia giudiziaria sono riusciti ad acquisire le registrazioni dell’apparato di sicurezza e questo ha consentito una più agevole dimostrazione del reato». Il rione Marconi, ha ricordato Borrelli, è stato oggetto di una lunga serie di operazioni negli anni. Eppure continua a resistere come enclave. «È inconcepibile il fatto che determinate aree del territorio urbano siano tuttora delle enclave di persone che finiscono per condizionare anche chi è perbene, dedito al normale svolgimento di attività lavorative e alla vita quotidiana». I cittadini che avevano provato a protestare — infastiditi dalla ressa di acquirenti davanti alla centrale dello spaccio — erano stati «allontanati malamente attraverso minacce e forme di intimidazione, attraverso i soliti metodi che non sono concepibili in una città moderna». Nessuno aveva sporto denuncia formale: troppa paura. La risposta, per Borrelli, non può essere solo giudiziaria. «Là vanno ripristinate delle condizioni di legalità, però è evidente che queste condizioni non possono essere ripristinate unicamente dalla magistratura».
Il battesimo di ‘ndrangheta e la mazzetta alla cosca Libri
Il quadro più inquietante lo ha tracciato il procuratore aggiunto Walter Ignazitto. A preoccupare non è solo lo spaccio — è quello che ci sta intorno. «Queste frange della comunità rom ormai sedentarizzate nella città costituiscono un motivo di enorme allarme sociale», ha detto, «perché si tratta di gruppi armati propensi a tutta una serie di attività criminose, non soltanto allo spaccio di droga». Dalle intercettazioni emerge che alcuni degli indagati si professano affiliati alle cosche. Uno racconta in diretta, su una cimice, il proprio battesimo di ‘ndrangheta — per mano di un esponente storico della cosca Libri. E non è tutto: il gruppo pagava una mazzetta periodica alla stessa cosca, un tributo che garantiva protezione e operatività. «Queste frange della comunità rom hanno compreso quanto sia importante venire a patti con altre forme di criminalità organizzata di tipo mafioso», ha aggiunto Ignazitto, «e questo consente loro di creare una specie di antistato». Le intercettazioni documentano anche la pianificazione tattica: gli indagati discutevano esplicitamente di come comportarsi all’arrivo della polizia, come circondare le pattuglie, come neutralizzare anche il singolo controllo di strada. A dare la misura concreta dell’organizzazione è stato il dirigente della Squadra Mobile, Gianfranco Minissale. La struttura funzionava come un’azienda: ruoli definiti, stipendi calibrati sulla mansione, turni di servizio predisposti dai vertici. Il capo chiamava i suoi uomini operai. Quando erano stanchi offriva loro della droga — «fatevi una bomba, così potete resistere un po’ di più» — ma poi decurtava il costo dalla giornata lavorativa. Quando la polizia aveva sequestrato un primo borsone di stupefacenti nascosto sul tetto del caseggiato, il gruppo aveva risposto costruendo quel locale chiuso, strappando gli spazi condominiali agli altri residenti. «Pensate che anche stanotte, durante le fasi dell’intervento, la piazza era perfettamente attiva e funzionante». Dentro hanno trovato 500 grammi di cocaina, hashish già confezionato, marijuana, eroina. Una media di 180 acquirenti al giorno, con punte di 300. Più di 160 capi di imputazione. Le indagini vanno dalla fine del 2023 all’inizio del 2025, e quello documentato, ha precisato Minissale, è solo una frazione di quello che avveniva ogni giorno. Ma sono le storie che filtrano dalle intercettazioni a lasciare il segno più duro. Una ragazza che piange perché le vengono chiesti favori in cambio della droga. Un ragazzo che cerca di mettere insieme tre o quattro euro con le monetine per comprare una dose da cinque. «Vi assicuro che in diretta», ha detto Minissale, «fa ancora oggi un certo effetto».
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