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Sanità territoriale

Case della Comunità, l’Asp reggina firma il patto con 31 realtà del territorio

La delibera avvia una collaborazione triennale tra sanità pubblica e Terzo Settore per rafforzare assistenza, inclusione e prossimità nelle future strutture territoriali

Pubblicato il: 31/05/2026 – 10:35
di Paola Suraci
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Case della Comunità, l’Asp reggina firma il patto con 31 realtà del territorio

REGGIO CALABRIA Ci sono luoghi in Italia dove la sanità pubblica ha lasciato segni profondi, non nelle statistiche ma nella memoria delle persone. Reggio Calabria è uno di questi. Anni di commissariamento, reparti svuotati, liste d’attesa che diventavano rinunce, e una generazione abituata a curarsi altrove o a non curarsi affatto. Un rapporto tra istituzioni e cittadini consumato dalla diffidenza, logorato dall’abbandono. Ecco perché quello che è successo negli uffici della Direzione generale dell’Asp vale la pena raccontarlo. Non perché una firma cambi tutto — le firme raramente cambiano tutto — ma perché questa firma dice qualcosa di insolito. Dice che forse si può ricominciare da capo. Dice che la sanità pubblica, almeno qui, ha deciso di smettere di fare da sola.
La deliberazione n. 608 porta il nome di “Protocollo d’Intesa Etico Solidale”. Dietro quel titolo un po’ solenne c’è una cosa concreta: trentuno organizzazioni del territorio — associazioni di volontariato, cooperative sociali, comitati di quartiere, reti civiche — che si siedono formalmente accanto all’Asp per costruire insieme le Case della Comunità. Non come fornitori di servizi. Non come tappabuchi. Come alleati, per “un rapporto stabile di leale collaborazione, finalizzato alla costruzione di una rete territoriale integrata a supporto delle Case e degli Ospedali di Comunità” c’è scritto nero su bianco nel protocollo d’intesa firmato e che ha validità triennale.

L’idea centrale è questa: le Case della Comunità — i nuovi presìdi sanitari di prossimità voluti dal decreto ministeriale 77 del 2022 — non possono essere solo edifici con personale medico dentro. Devono saper parlare la lingua dei quartieri, raggiungere chi non si muove, intercettare il bisogno prima che diventi crisi. E per fare questo, l’ASP ha riconosciuto qualcosa che le istituzioni sanitarie ammettono raramente: che il territorio lo conosce meglio chi ci vive ogni giorno di chi lo amministra.
Rubens Curia, presidente di Comunità Competente e prima firma tra le associazioni, la chiama “democrazia delle cure”. È un’espressione che potrebbe suonare come uno slogan, ma descrive qualcosa di preciso: la convinzione che la salute si costruisca anche attraverso la partecipazione, mescolando le competenze formali delle istituzioni con l’intelligenza informale dei territori. Lui usa la parola “contaminazione”. Tra chi conosce i protocolli e chi conosce le persone.

La direttrice generale dell’Asp Lucia Di Furia ha tenuto a chiarire subito il punto più delicato, quello su cui sarebbe stato facile equivocare: il Terzo Settore non entra nelle Case della Comunità per sostituire il personale sanitario. “La risposta resta sempre del settore pubblico”, ha detto. Il volontariato può orientare, accompagnare, informare. Spiegare a un anziano come prenotare una visita online. Ascoltare chi non sa a chi rivolgersi. Presidiare un quartiere periferico dove altrimenti non arriva nessuno. Cose che sembrano marginali e non lo sono per niente — perché spesso è proprio lì, in quell’ultimo miglio tra l’istituzione e la persona, che il sistema sanitario perde le persone più fragili.
Il perimetro dell’accordo è vasto e dice molto sulle fragilità che si intende affrontare. Si va dal contrasto alla violenza di genere al supporto alle famiglie dei malati di Alzheimer, dall’inclusione delle persone LGBTQIA+ nei percorsi di cura alla neuropsichiatria infantile, dall’assistenza ai soggetti cronici nelle aree più remote alla digitalizzazione dei servizi per chi è rimasto indietro. Trentuno organizzazioni firmatarie — da Arcigay Reggio Calabria al Consorzio Macramè, dall’AUSER al Forum del Terzo settore, dal Coordinamento di Quartiere di Arghillà a Cittadinanzattiva — una geografia del volontariato calabrese che raramente si era vista tutta insieme attorno a un tavolo istituzionale.
Pasquale Neri, portavoce del Forum Terzo Settore Calabria, ha messo in guardia dal rischio più ovvio: che le Case della Comunità diventino semplicemente vecchi poliambulatori con un’insegna nuova. La differenza, ha detto, non sta nelle strutture ma in ciò che accade dentro. Un luogo che va verso le persone, non che aspetta che siano le persone a trovare il coraggio di bussare. È una distinzione che sembra ovvia e invece non lo è — perché cambiare l’insegna è facile, cambiare la cultura di un’istituzione richiede anni e volontà che spesso si esauriscono prima.
Le Case della Comunità, del resto, non sono ancora tutte operative. I lavori procedono a ritmi diversi — la prima è stata consegnata a Roghudi la settimana scorsa, altre sono attese entro fine giugno — e Di Furia ha riconosciuto che qualcuna è in ritardo. Ma il protocollo, ha spiegato, serve esattamente a questo: arrivare pronti quando le porte si apriranno. Perché aprire un edificio senza avere già costruito le relazioni che lo devono animare significherebbe sprecare un’occasione che in Calabria non si presenta spesso.
Curia guarda già oltre. L’obiettivo, ha annunciato, è portare questa delibera nelle altre quattro aziende sanitarie della regione. Come se la n. 608 fosse non un traguardo ma un prototipo — qualcosa da replicare, correggere, migliorare altrove. Una scommessa che comincia da Reggio e che vorrebbe diventare metodo. (redazione@corrierecal.it)

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