Da Rosarno ad Amendolara, 16 anni di caporalato irrisolto
Dalla rivolta del 2010 alla strage della Sibaritide, la Calabria continua a fare i conti con sfruttamento agricolo, lavoro migrante, filiere opache e risposte ancora insufficienti

Dalla Piana di Gioia Tauro alla Sibaritide. Per capire l’orrore di Amendolara bisogna ritornare ai fatti di Rosarno. Tra la rivolta della Piana di Gioia Tauro e la strage della Sibaritide passano 16 anni di cronaca, inchieste, processi, studi, interventi legislativi e promesse politiche. Tuttavia lo sfruttamento del lavoro agricolo resiste e continua. Nel gennaio 2010 la protesta dei lavoratori africani di Rosarno costrinse tutta l’Italia a conoscere i luoghi, i volti e le voci della schiavizzazione umana a sud del Sud. Girarono nel mondo le immagini delle baracche, delle fabbriche abbandonate trasformate in dormitori, dei campi coltivati da braccianti martoriati e reietti, delle tensioni a pelle nella Piana di Gioia Tauro. Per qualche settimana la Calabria divenne il simbolo di una nuova questione meridionale cruda e amara. La politica annunciò interventi normativi, le istituzioni rafforzarono i controlli e i sindacati chiesero diritti e legalità. La magistratura approfondì certi rapporti e le responsabilità emergenti. Sei anni più tardi arrivò la legge 199 contro il caporalato, indicata da molti osservatori come uno degli strumenti più avanzati d’Europa. Dopo 16 anni, quattro cittadini pakistani – Stam, Harjit, Karan e Jaspreet Singh – vengono uccisi ad Amendolara, nel Cosentino. I loro corpi sono dati alle fiamme come si fa con le frasche rinsecchite o le gomme d’auto da smaltire. Le responsabilità penali saranno accertate dagli inquirenti, ma la vicenda va molto più in là dei delitti e delle pene, fino a entrare nel bilancio di un’intera stagione. Che cosa in Calabria si è imparato dalla vicenda di Rosarno e che cosa, invece, non abbiamo ancora risolto?
Una regione che conosce il problema
La Calabria compare da anni nei Rapporti Agromafie e Caporalato, nei dossier sindacali, nelle ricerche universitarie dedicate al lavoro migrante e in diverse analisi sull’economia sommersa. La Piana di Gioia Tauro, la Sibaritide, il Crotonese e il Lametino sono territori in cui l’agricoltura rappresenta una componente precipua dell’economia locale, con una domanda sempre elevata di manodopera stagionale. Secondo il VII Rapporto Agromafie e Caporalato, la Calabria rientra tra le regioni più esposte all’irregolarità del lavoro agricolo. In base a quanto riportato, vi sono circa 12mila lavoratori irregolari nell’agricoltura. In pratica è il 6 per centro del totale nazionale, a fronte di una popolazione calabrese pari a poco più del 3 per cento di quella italiana. Sono dati preoccupanti, da leggere insieme alle trasformazioni demografiche degli ultimi 20 anni. Interi Comuni delle aree interne perdono abitanti, migliaia di giovani lasciano la regione e cresce l’età media. Nel contesto, diversi comparti agricoli continuano ad avere bisogno di lavoratori stagionali. La Calabria concentra una delle grandi questioni dell’Europa contemporanea: territori interi si svuotano e l’agricoltura dipende sempre più dal lavoro migrante.
Il ruolo della ‘ndrangheta
La riflessione sul caporalato in Calabria non può ignorare la presenza della ‘ndrangheta. Le inchieste giudiziarie hanno documentato nel tempo la capacità delle cosche di inserirsi in numerosi segmenti dell’economia agricola. Gli interessi criminali hanno trovato spazio nella disponibilità di terreni, nei trasporti, nella logistica, nella commercializzazione dei prodotti e nel controllo del territorio. La criminalità organizzata ha compreso da tempo che il lavoro può trasformarsi in una fonte di potere. Controllare l’accesso all’occupazione significa influenzare le persone. Governare il trasporto della manodopera e alcuni segmenti della filiera agricola significa accumulare relazioni, consenso e risorse economiche. Rosarno aveva già portato alla luce questi meccanismi. La ‘ndrangheta prospera dove lo Stato è meno presente, i servizi pubblici non riescono a rispondere ai bisogni e la vulnerabilità sociale risulta più diffusa. In questo terreno il controllo del lavoro diventa potere e lo sfruttamento attecchisce con maggiore facilità.
Oltre la cronaca e oltre la mafia
Fermarsi alla dimensione criminale significa osservare soltanto una parte del problema. Gli studi dell’Organizzazione internazionale del lavoro, dell’European Labour Authority e di numerosi centri di ricerca europei individuano fattori ricorrenti che favoriscono lo sfruttamento lavorativo: povertà, isolamento territoriale, vulnerabilità sociale, debolezza dei servizi pubblici e forte squilibrio nei rapporti economici. La Calabria presenta molte di queste caratteristiche. La regione, quindi, fornisce una prospettiva utile anche per comprendere quanto avviene altrove. La Francia ha conosciuto casi di sfruttamento nelle vendemmie e nell’agricoltura intensiva. La Spagna continua a confrontarsi con le condizioni dei lavoratori impiegati nelle grandi serre di Almería e nelle campagne dell’Andalusia. In Germania si assiste spesso a controversie sugli alloggi, sui contratti e sui diritti dei lavoratori stagionali stranieri. Le differenze legislative e amministrative sono marcate, ma lo sfruttamento del lavoro migrante avviene in diversi Paesi europei. Pertanto, la questione non può essere affrontata soltanto in chiave nazionale.
La convenienza che pesa sul lavoro
Lo sfruttamento del lavoro agricolo ricorre nella cronaca giudiziaria ed è un fenomeno di indubbio impatto nell’economia. Negli ultimi decenni la filiera agroalimentare ha conosciuto processi di notevole concentrazione. La grande distribuzione organizzata dispone oggi di un potere contrattuale enorme. La competizione internazionale esercita una pressione costante sui prezzi. Gli agricoltori operano spesso con margini limitati. La ricerca del risparmio percorre allora l’intera filiera. A un certo punto qualcuno ne sopporta il peso maggiore. Le ricerche dell’economista Thomas Piketty sulla distribuzione della ricchezza, quelle del sociologo ed economista Guy Standing sul precariato e quelle della sociologa Saskia Sassen sui processi di esclusione sociale consentono di inquadrare meglio il fenomeno. Nelle filiere economiche il valore non si distribuisce in modo uniforme e tende a concentrarsi nei segmenti più forti, mentre gli squilibri colpiscono i soggetti più deboli. Nelle campagne ciò si traduce frequentemente in salari bassi, irregolarità contrattuale e dipendenza dagli intermediari. La dimensione economica del fenomeno merita attenzione almeno quanto quella penale.
Che cosa ha prodotto la legge del 2016
La legge del 2016 ha reso più incisivo il contrasto al caporalato. Ha introdotto nuove forme di responsabilità e strumenti investigativi più efficaci. Di conseguenza, ha favorito l’emersione di numerosi casi. I relativi risultati sono visibili nelle inchieste e denunce. Lo Stato dispone oggi di mezzi che nel 2010 non possedeva. La persistenza del fenomeno dimostra però che la repressione, per quanto necessaria, non basta affatto. Le condizioni che alimentano lo sfruttamento richiedono molteplici iniziative. Servono alloggi dignitosi per i lavoratori stagionali, collegamenti pubblici verso le campagne, servizi di collocamento funzionanti e una presenza amministrativa costante nei territori più esposti. La prevenzione necessità di tempi lunghi, investimenti e continuità politica.
Le parole dei vescovi Savino e Parisi
Le riflessioni dei vescovi calabresi monsignor Francesco Savino e monsignor Serafino Parisi acquistano valore perché spostano la discussione dal fatto di cronaca alla qualità della convivenza civile. Entrambi hanno richiamato la centralità della persona e invitato a guardare il lavoratore prima della sua funzione economica. Una persona considerata come puro costo diventa facilmente sacrificabile. Se invece è riconosciuta come titolare di diritti, ne discendono limiti che il profitto non può superare. La differenza riguarda il modello di società che si vuole costruire.
La domanda rimasta aperta
I 16 anni dalla rivolta di Rosarno rappresentano quasi una generazione. Un bambino nato allora oggi frequenta il liceo. Un ragazzo che all’epoca aveva dieci anni oggi probabilmente lavora. Nel mentre si sono succeduti governi, commissari, piani nazionali, programmi europei e iniziative regionali. La conoscenza del fenomeno è cresciuta in maniera esponenziale. Anche le possibili risposte sono note da tempo: più ispettori nelle aree agricole interessate, strutture abitative adeguate per i lavoratori stagionali, sistemi di trasporto efficienti, servizi pubblici di collocamento, responsabilità estesa lungo la filiera agroalimentare e incentivi alle imprese che investono nella regolarità del lavoro. A volte un fatto di cronaca illumina per un momento questioni a lungo ricacciate nell’ombra. Poi la luce si spegne e tutto torna come prima. La domanda è per quanto tempo il Paese possa permettersi questa rimozione. E a quale costo. (redazione@corrierecal.it)
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