’Ndrangheta, il caso Mileto-Paravati: cadono le accuse per i Galati, i Mesiano e “Zi Micu”
La Dda aveva chiesto pene fino a 24 anni per figure ritenute centrali nell’articolazione criminale del territorio

VIBO VALENTIA C’è un aspetto rilevante che caratterizza la sentenza del maxiprocesso “Maestrale” e non riguarda solo il numero delle assoluzioni, già altissimo nel bilancio complessivo del verdetto, ma soprattutto il peso specifico di alcuni nomi che, nelle carte della Dda, erano stati collocati dentro uno dei segmenti più delicati dell’inchiesta. Parliamo, ad esempio, dell’articolazione di Mileto, Paravati e San Giovanni di Mileto, con le sue proiezioni, i suoi equilibri interni, i rapporti tra famiglie e le presunte gerarchie criminali. La sentenza del Tribunale di Vibo lo ha messo nero su bianco oggi pomeriggio, in un verdetto pesantissimo: assolto Fortunato Galati, per il quale la Dda aveva chiesto 24 anni; Domenico Galati classe ’50, destinatario di una richiesta a 22 anni; Domenico Galati classe ’84, per il quale erano stati chiesti 19 anni; e Salvatore Galati, detto “Turi”, per il quale l’accusa aveva invocato 20 anni. Assolti anche Fortunato Mesiano e Francesco Mesiano, detto “Franco”, entrambi destinatari di richieste a 21 anni, e Pasquale Mesiano, alias “Pitiridi”, per il quale erano stati chiesti 20 anni. Cade anche la posizione di Domenico La Rosa, alias “Zi Micu”, assolto dopo una richiesta a 19 anni.
Il capitolo Galati
C’è, in questo contesto, un primo nome di spessore ovvero quello di Fortunato Galati. Per lui la Dda aveva chiesto 24 anni. Secondo l’accusa era una «figura di vertice della ’ndrina di Paravati», soggetto capace di «continuare a esercitare influenza anche durante la detenzione». Il fermo della Dda lo collocava tra i soggetti dell’articolazione di Mileto e Paravati e ricordava precedenti passaggi investigativi nei quali Galati Fortunato era stato descritto come colui che, pur detenuto, avrebbe continuato a impartire ordini e disposizioni attraverso altri soggetti. Tra i passaggi più forti richiamati dagli inquirenti c’era una frase attribuita allo stesso Fortunato Galati, che avrebbe incaricato la moglie di portare un’“imbasciata” dopo la morte di Rocco Cristello: «Nato ora comanda tutte cose». È una delle espressioni che, nelle carte, dava la misura del ruolo che l’accusa gli attribuiva nel contesto criminale. Il Tribunale, però, ha deciso diversamente. Accanto a lui cadono anche le posizioni di Domenico Galati classe ’50, Salvatore “Turi” Galati e Domenico Galati classe ’84: tre assoluzioni dopo richieste comprese tra 19 e 22 anni. Nell’impianto accusatorio, i Galati erano inseriti dentro il perimetro della presunta articolazione di Mileto. Nel capo d’imputazione citato nel fermo compaiono, tra gli altri, Galati Armando, Galati Domenico classe ’50, Galati Domenico classe ’84, Galati Fortunato, Galati Michele, Galati Ottavio, Galati Rocco e Galati Salvatore, indicati dall’accusa come soggetti appartenenti all’associazione nella sua articolazione territoriale.
I Mesiano e il fronte di Mileto
Altro verdetto pesante è quello che riguarda i Mesiano. Fortunato, Francesco e Pasquale sono stati assolti dopo richieste rispettivamente a 21, 21 e 20 anni, con un dato che è sostanziale rispetto alle richieste della Dda. Anche perché il loro nome era legato alla presunta articolazione di Mileto, ai rapporti con altri gruppi del territorio e a dinamiche interne che l’accusa leggeva come espressione del controllo mafioso. Tra i passaggi utilizzati dall’accusa c’era anche quello relativo a un presunto traffico di armi provenienti dall’estero. Secondo le dichiarazioni del collaboratore Alberto Pititto, Fortunato Galati e il fratello Domenico avrebbero ricevuto un carico di armi attraverso l’intermediazione della famiglia Loiacono di Pordenone. Quel carico, sempre secondo il racconto del collaboratore riportato nel fermo, sarebbe stato portato in Calabria e diviso tra Galati Fortunato, Pititto Pasquale e un “Mesiano” di Monza, identificato dagli inquirenti in Paolo Mesiano.
Le carte descrivevano rapporti, contatti, collegamenti tra Calabria e Lombardia e un sistema di relazioni ritenuto dagli inquirenti funzionale agli assetti criminali dell’area di Mileto. Ma anche qui il verdetto segna una distinzione netta.
“Zi Micu” e il ruolo nelle carte
Nel capitolo delle assoluzioni eccellenti entra anche Domenico La Rosa, alias “Zi Micu”. Per lui la Dda aveva chiesto 19 anni. Anche il suo nome, nelle carte, compare dentro dinamiche di rapporti, tensioni e interlocuzioni che gli inquirenti avevano valorizzato nel quadro dell’inchiesta. In alcune trascrizioni, La Rosa viene chiamato “Zi Mico” durante colloqui nei quali si discute di chiarimenti, contrasti e possibili reazioni violente. In una delle conversazioni riportate nel fermo si parla della necessità di “chiarire” una situazione e del rischio che le cose potessero degenerare. Sono passaggi che, nella lettura della Dda, venivano inseriti dentro il contesto più ampio delle relazioni criminali e dei meccanismi di mediazione, intimidazione e controllo del territorio. Anche per “Zi Micu”, però, il verdetto è di segno opposto rispetto alla richiesta dell’accusa: assoluzione. Cade così un’altra posizione che, per la pena invocata e per il nome coinvolto, rientra tra quelle più significative della sentenza. (redazione@corrierecal.it)
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