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voto di scambio politico mafioso

La casa del boss, i voti e l’ex consigliere regionale: la corte d’Appello conferma le condanne in Reale 6

Zappalà condannato nel voto di scambio, 7 anni a “Gambazza” Pelle nell’altro filone dell’inchiesta

Pubblicato il: 02/07/2026 – 7:00
di Paola Suraci
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La casa del boss, i voti e l’ex consigliere regionale: la corte d’Appello conferma le condanne in Reale 6

REGGIO CALABRIA C’è una casa, a Bovalino, che per anni gli inquirenti hanno raccontato come un luogo di passaggio fuori dall’ordinario. Non un covo nascosto tra i vicoli, non un rifugio blindato: un salotto dove, secondo l’accusa, alla vigilia delle elezioni regionali del 2010 si sono seduti anche uomini che si candidavano a rappresentare i cittadini in Consiglio regionale. Ad aspettarli, in quella casa, c’era il capo della cosca di San Luca. Quello che si sarebbe consumato tra quelle pareti — un patto tra voti e denaro, secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia — è il cuore di una delle inchieste più importanti mai condotte sul rapporto tra ‘ndrangheta e politica in Calabria. Sedici anni dopo, e dopo un passaggio in Cassazione, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha messo la parola fine, almeno in secondo grado, a quella storia. Lo ha fatto depositando due dispositivi di sentenza che riguardano entrambi l‘inchiesta “Reale 6” ma che raccontano, in fondo, due storie diverse dentro la stessa storia: da una parte il filone politico, quello del voto di scambio; dall’altra il filone “ordinario”, quello che riguarda direttamente i vertici della cosca. A deciderli, nella stessa udienza, lo stesso collegio: il presidente Gianfranco Grillone e i consiglieri Urania Granata ed Elvezia A. Cordasco.

Il filone politico: la Corte non cambia, condannato anche Zappalà

Il primo dei due procedimenti aveva già attraversato un lungo percorso giudiziario. Nato dalla sentenza di primo grado emessa dal Gup di Reggio Calabria il 5 maggio 2016, era tornato davanti ai giudici d’appello dopo che la Cassazione, nel 2021, ne aveva disposto l’annullamento con rinvio, limitatamente al reato di voto di scambio politico-mafioso. Cinque anni dopo quel rinvio, la Corte ha scelto la strada della conferma integrale: nessuno sconto, nessuna riforma. Confermate le condanne per l’ex consigliere regionale Santi Zappalà, di Giuseppe Antonio Mesiani Mazzacuva e di Antonio Pelle (classe 1986), ribadendo le pene già inflitte in primo grado: 4 anni e 3 mesi per Zappalà, 4 anni per Mesiani Mazzacuva e 4 anni per Antonio Pelle. Disposta anche la condanna al pagamento delle spese processuali. Le motivazioni della sentenza arriveranno entro novanta giorni. Per capire il peso di quella conferma bisogna tornare al 2010. Zappalà, all’epoca sindaco di Bagnara Calabra e esponente di Forza Italia, poi eletto in Consiglio regionale, è l’uomo politico attorno a cui l’intera inchiesta “Reale” ha costruito la sua narrazione: secondo l’accusa, avrebbe cercato e ottenuto l’appoggio elettorale degli ambienti della cosca di San Luca, in cambio di una somma complessiva stimata in circa 400mila euro, di cui una parte — 100mila euro, secondo gli inquirenti — sarebbe finita alla famiglia Pelle-Gambazza attraverso dieci assegni circolari da 10mila euro ciascuno. A ricostruire quel presunto accordo furono i carabinieri del Ros, il comando provinciale di Reggio Calabria e la Guardia di Finanza, sulla base di intercettazioni ambientali che gli stessi investigatori, all’epoca, definirono tra le più significative mai raccolte sui rapporti tra politica e ‘ndrangheta. 
Fu proprio quel materiale a portare, nel dicembre 2010, all’arresto di Zappalà insieme ad altre undici persone vicine ai Pelle.

Il filone ordinario: sette anni per Giuseppe e Sebastiano Pelle

Il secondo dispositivo racconta invece l’altra faccia della stessa inchiesta, quella che riguarda direttamente la famiglia al centro del patto elettorale. Qui la Corte ha riformato, in senso più severo, la sentenza del Tribunale di Locri del 20 aprile 2018, accogliendo l’appello proposto dalla Procura contro Giuseppe Pelle e Sebastiano Pelle. Entrambi sono stati dichiarati responsabili del reato loro contestato e condannati a sette anni di reclusione ciascuno, oltre al pagamento delle spese processuali dei due gradi di giudizio e all’applicazione delle pene accessorie previste dagli articoli 29 e 32 del codice penale, che comportano tra l’altro l’interdizione dai pubblici uffici. Anche in questo caso, novanta giorni per il deposito delle motivazioni. Giuseppe Pelle, classe 1960, è il nome che la cronaca giudiziaria calabrese associa da decenni al soprannome “Gambazza”: erede della potente ‘ndrina di San Luca, guidata in precedenza dal padre Antonio Pelle — a sua volta “Ntoni Gambazza”, uno degli uomini che gli investigatori hanno più a lungo descritto come vertice della ‘ndrangheta unitaria, fino alla sua morte nel 2009. Secondo diverse ricostruzioni investigative, proprio nei primi anni Duemila Giuseppe Pelle avrebbe assunto il controllo del mandamento jonico — l’area che comprende San Luca e i comuni limitrofi — mantenendolo per oltre un decennio, prima di cederlo, nel 2010, al successivo capo crimine della ‘ndrangheta. Non è un dettaglio marginale: è il suo nome, e la sua casa a Bovalino, a comparire al centro del filone politico appena descritto. Dopo quella stagione elettorale, Pelle si era reso latitante per oltre due anni, sottraendosi a un ordine di carcerazione, fino alla cattura, nel 2018, in un casolare isolato dell’entroterra di Condofuri.

Due sentenze, una sola inchiesta

Restano due processi distinti, con imputati diversi e reati diversi. Ma a tenerli insieme è la stessa matrice investigativa: quella che per prima, in Calabria, ha provato a raccontare — con nomi, cifre e intercettazioni — quanto potesse valere un pacchetto di voti nella Locride, e chi fosse disposto a pagarlo. Ora si attende il deposito delle motivazioni, previsto entro la fine di settembre, per conoscere nel dettaglio il ragionamento seguito dai giudici. Resta aperta, per tutte le parti, la strada del ricorso in Cassazione. Ma il dato di fatto, dopo sedici anni, è che l’impianto accusatorio costruito attorno all’inchiesta “Reale” non solo ha retto: in un caso è stato addirittura aggravato.

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