Inchiesta “Jonny”, la Cassazione chiude il cerchio: condanne definitive per il business sui migranti
Definitiva la condanna a 8 anni per l’ex parroco Don Edoardo Scordio, ritenuto figura chiave del sistema insieme a Leonardo Sacco, ex governatore della Misericordia

La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi della difesa e confermato la riforma in appello per gli imputati della storica inchiesta “Jonny”, rendendo definitive le condanne. Diventa irrevocabile la pena a 8 anni di reclusione per associazione mafiosa nei confronti del 79enne Edoardo Scordio, ex parroco di Isola Capo Rizzuto e figura chiave del sistema insieme a Leonardo Sacco, ex governatore della Misericordia che ha scelto il rito abbreviato. Definitiva anche la condanna a 2 anni e 7 mesi per l’ex consigliere comunale Pasquale Poerio. Per l’ex agente di polizia penitenziaria Francesco Cantore e per Domenico Poerio, addetto alla gestione delle slot machines, la Suprema Corte ha confermato le condanne di primo grado rispettivamente a 10 e 12 anni di carcere, ribaltando l’assoluzione che avevano ottenuto nel primo processo d’Appello.
L’inchiesta
L’indagine, coordinata dalla Dda di Catanzaro e scattata nel maggio 2017 con 68 arresti e 124 indagati, ha svelato un complesso meccanismo criminale che permetteva di sottrarre i fondi pubblici destinati al servizio mensa del Centro di accoglienza locale per dirottarli nelle casse della cosca Arena di Isola Capo Rizzuto. Agli atti dell’inchiesta resta scolpita la frase intercettata dagli inquirenti e attribuita a Sacco, che racchiude gli intenti di un sistema ben collaudato: «I neri sono un importante business per la nostra organizzazione criminale». Il sistema non sarebbe stato possibile senza una figura chiave: accanto a Sacco, l’inchiesta ha messo in luce la figura di Don Edoardo Scordio, parroco della chiesa Maria Assunta e fondatore della Misericordia locale. Secondo la ricostruzione dei magistrati, fu proprio l’associazione di volontariato a farsi tramite della «proposta di affari» che permise alla cosca Arena di mettere le mani sul Centro di Accoglienza Sant’Anna.
Tra il 2006 e il 2015, le imprese vicine al clan avrebbero incamerato circa 103 milioni di euro di fondi pubblici. Di questa enorme torta, oltre 36 milioni sarebbero stati distratti dalle finalità originali – la cura e il nutrimento dei richiedenti asilo – per essere reinvestiti nel mantenimento degli affiliati e nel rafforzamento economico della consorteria mafiosa.
Il sistema
Nell’ordinanza emerse che il clan, «per il tramite dell’articolazione di Isola di Capo Rizzuto della Fraternita di Misericordia acquisiva il controllo delle forniture e dei servizi inerenti l’assistenza ai migranti apprestati nel centro di accoglienza. Acquisiva il controllo dei servizi subappaltati dall’ente c.d. gestore Misericordia, fra i quali quello di catering, per il tramite di imprese di ristorazione gestite da intranei e dotate aziendalmente con danaro della consorteria». Il gip evidenziò come «la cosca Arena ha, quantomeno dal 2006, accentrato nelle proprie mani la gestione delle ingenti risorse pubbliche. Decine di milioni di euro, erogate dallo Stato per l’assistenza ai migrati ricoverati, dopo gli sbarchi, nelle varie strutture del centro di accoglienza Sant’Anna, uno dei più grandi e importanti di Europa”. Tale obiettivo si era realizzato, scrisse ancora il gip, «per effetto di una vera e propria “proposta di affari” che la consorteria ha ricevuto da un insospettabile personaggio»: il fondatore dell’associazione di volontariato Misericordia di Isola di Capo Rizzuto.
Il meccanismo, dunque, passava attraverso il controllo capillare dei subappalti. La Misericordia, in qualità di ente gestore, affidava il servizio catering a società di ristorazione apparentemente autonome, ma in realtà controllate da uomini vicini alla cosca e finanziate con i soldi del clan. Un circuito chiuso dove lo Stato pagava e la ‘ndrangheta incassava, lasciando agli ospiti del centro servizi scadenti a fronte di rimborsi milionari. Emblematica la frase dell’allora procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, che in conferenza stampa parlò della qualità del cibo offerto ai migranti nel centro oggetto dell’indagine. Una frase che delinea i contorni di un business portato avanti a scapito dei più bisognosi: «Noi di solito quel cibo lo diamo ai maiali». (m.r.)
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