’Ndrangheta in Lombardia, armi dalla Svizzera per «dare un segnale di forza». Il pentito: «Mi chiesero bazooka e bombe a mano»
Dal fucile nel borsone alla carabina nascosta in un box: nel verbale di Bellusci il capitolo sulle armi, gli arrivi e la richiesta di armamento pesante

MILANO Un fucile infilato in un borsone, una carabina custodita in un box, armi che sarebbero arrivate dalla Svizzera e persino la richiesta di reperire bazooka e bombe a mano. Nel verbale reso da Francesco Bellusci ai pm della Dda di Milano Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane emerge anche questo: un altro filone del processo Hydra, stavolta legato alla disponibilità di armi e alla forza intimidatrice che, secondo il collaboratore, i gruppi attivi in Lombardia avrebbero voluto esibire anche all’esterno. È uno dei passaggi più forti del verbale del 16 febbraio 2026. Dopo il racconto sulla Locale di Legnano, sulle doti, sulle affiliazioni e sulle gerarchie interne, Bellusci si sofferma infatti su un capitolo diverso ma ugualmente significativo: quello delle armi.
Il fucile nel borsone
Nel racconto del collaboratore compare innanzitutto un fucile. Bellusci riferisce di averlo visto custodito in un borsone, in un contesto che rimanda alla disponibilità materiale di armamento da parte del gruppo. Non è l’unico riferimento. Nel verbale il collaboratore parla anche di una carabina che sarebbe stata tenuta in un box nella disponibilità della madre di Totò Cutrì. Un dettaglio che, nella ricostruzione di Bellusci, si inserisce in un quadro più ampio fatto di nascondigli, spostamenti e armi conservate in luoghi ritenuti sicuri.
Le armi dalla Svizzera
Uno dei passaggi più delicati riguarda proprio Totò Cutrì. Secondo Bellusci, alcune armi sarebbero arrivate dalla Svizzera e sarebbero state portate a lui. Il collegamento con un canale estero e la disponibilità di armamento che non sarebbe rimasta confinata a episodi isolati. Il collaboratore fa cenno anche a un nascondiglio vicino a un terreno, ulteriore elemento che restituisce l’idea di una gestione concreta delle armi, non soltanto evocata ma collegata a luoghi precisi e a soggetti ben individuati.
La richiesta di bazooka e bombe a mano
Il passaggio più impressionante, però, è un altro. Bellusci racconta che i Nicastro gli avrebbero chiesto di reperire bazooka e bombe a mano. Un riferimento pesante, che porta il racconto del pentito su un livello ulteriore rispetto alla normale disponibilità di pistole o fucili. Secondo il collaboratore, quella richiesta andava letta come il tentativo di mostrare forza, di accrescere il peso del gruppo e di lanciare un messaggio anche all’esterno. Non semplicemente armarsi, dunque, ma esibire una capacità di intimidazione superiore, capace di colpire e allo stesso tempo di segnalare un salto di livello nella presenza criminale sul territorio. È Bellusci stesso a collegare questo aspetto all’idea di «dare un segnale di forza», spiegando che anche attraverso la disponibilità di armi il gruppo avrebbe cercato di rafforzare la propria reputazione criminale.
Armi e reputazione mafiosa
Il tema delle armi, nel verbale, non appare scollegato dalle altre dinamiche già emerse nel processo Hydra. Al contrario, si salda con il racconto sulla reputazione mafiosa, sul controllo del territorio e sul peso esercitato dai gruppi nei rispettivi contesti. Nel racconto del collaboratore, la disponibilità di armi non è soltanto un fatto materiale. È anche un linguaggio di potere. Un modo per consolidare rapporti interni, segnare il confine con gli altri gruppi e rendere credibile, anche all’esterno, la propria forza. In questo senso, il riferimento a bazooka e bombe a mano assume un significato ancora più pesante. Non solo armamento, ma rappresentazione della forza. Un elemento che, se confermato, restituirebbe il livello di aggressività e di ambizione criminale che il verbale attribuisce ai soggetti coinvolti. (g.curcio@corrierecal.it)
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato