«Mohamed prima di diventare un caso, aveva avuto una vita»
«Mohamed, non chiedeva assoluzioni. Forse chiedeva soltanto di non essere lasciato solo».
COSENZA «Alla fine resta sempre un corpo. Un corpo che cade. Una madre che urla. Una finestra aperta. Le sirene che arrivano quando non c’è più niente da salvare. Poi arrivano le parole. Quelle dei comunicati. Quelle dei verbali. Quelle della cronaca. “Tunisino.”. “Agli arresti domiciliari.”. “Controllo dei carabinieri.” Le parole hanno un talento feroce, riescono a seppellire una persona ancora prima del funerale. Mohamed prima di diventare un caso, aveva avuto una vita. Aveva un padre, fino a due anni fa, che lo aspettava al bar, che parlava con i suoi amici come se fossero figli anche loro Erano soliti frequentare il bar di piazza Europa, padre e figlio. Entravano senza fretta. Il padre salutava tutti, il ragazzo si sedeva vicino a lui e ascoltava gli amici del padre parlare di lavoro, di calcio, della pioggia che non arrivava o che arrivava troppo forte. Ogni tanto interveniva anche lui e gli altri sorridevano. Era cresciuto così, dentro una comunità che sembrava abbastanza grande da contenere ogni dolore. Sul campo da calcio Mohamed sembrava dimenticare ogni peso. Correva leggero, vedeva spazi dove gli altri vedevano soltanto avversari. Aveva sostenuto provini anche con squadre del Nord. Sognava di lasciare la città non per fuggire, ma per inseguire un pallone e costruirsi una vita diversa. Per lui il calcio era molto più di uno sport, era la promessa di un domani. Poi, all’improvviso, tutto si è spezzato. Due anni fa il padre ha iniziato a stare male. Un malore improvviso. La corsa in ospedale. Cinque giorni di speranza appesa a un filo. Poi la morte. Cinque giorni sono bastati a dividere la sua vita in due. Da quel momento chi lo conosce racconta di aver visto un’altra persona. Lo sguardo si è fatto vuoto, il sorriso sempre più raro. La depressione è entrata nella sua vita senza chiedere permesso. La depressione è una malattia silenziosa, non lascia ferite sulla pelle, ma svuota lentamente l’anima. Ti convince che nulla abbia più senso, che il futuro sia soltanto una stanza buia. La depressione non arriva con il fragore delle tragedie. Arriva in silenzio. Ti cambia la postura. Ti svuota gli occhi. Ti fa credere che il dolore sia una stanza senza finestre. Gli altri, intanto, continuano a vivere, a lavorare, a ridere. Tu resti fermo. Ed è proprio quando una persona diventa fragile che trova sulla propria strada chi sceglie di approfittarne. Secondo il racconto degli amici, quel ragazzo sarebbe rimasto vittima di persone che lo hanno manipolato, raggirato e minacciato. La paura si è aggiunta al dolore, il dolore agli errori. Ma gli errori non trasformano la persona in uno scarto. È finito nel carcere di Castrovillari. Ha pagato con la privazione della libertà. Successivamente gli sono stati concessi gli arresti domiciliari. Lo stato ha limitato la sua libertà, ma proprio per questo aveva anche il dovere di proteggerne la vita. E quel dovere diventa ancora più importante quando si ha davanti una persona psicologicamente fragile. Uno stato che priva un uomo della libertà assume un obbligo che viene prima di ogni altra cosa: riportarlo vivo a casa. Non migliore, non peggiore. Vivo. Il giorno della tragedia, durante un controllo nell’abitazione dove stava scontando i domiciliari, i carabinieri avrebbero rinvenuto della sostanza stupefacente. Secondo quanto ricostruito finora, il ragazzo è stato ammanettato. Pochi istanti dopo si è consumata la tragedia. Per i familiari, in quei momenti il giovane ha vissuto un’angoscia insostenibile. Chi gli era accanto ritiene che la prospettiva di un ritorno in carcere, dopo l’esperienza già vissuta a Castrovillari, abbia potuto travolgerlo. La madre inoltre è stata lasciata fuori dalla sua stanza durante quei concitati momenti e questo ha aggravato lo stato di agitazione di Mohamed. Saranno le indagini a stabilire se vi siano responsabilità. Ma c’è qualcosa che non ha bisogno di una sentenza. Un ragazzo fragile è morto mentre si trovava sotto il controllo dello stato. L’ennesimo! Questo basta a imporre domande. E poi ci sono i social, dove l’umanità sembra dissolversi definitivamente. Sotto la notizia della sua morte sono comparsi commenti feroci. C’è chi ha scritto che “se l’è cercata”, “uno in meno”, chi ha esultato, chi ha pensato che un ragazzo agli arresti domiciliari meritasse meno comprensione di altri. Abbiamo imparato a odiare chi cade. Non ci interessa sapere perché è caduto. Ci basta che sia già per terra. Quando una persona è privata della libertà, la sua vita diventa una responsabilità pubblica. La custodia non significa soltanto controllo. Significa tutela. Significa fare tutto ciò che è possibile perché quella persona torni viva alla propria famiglia. Mohamed non era soltanto il detenuto di cui oggi parlano le cronache. Era il ragazzino che aspettava il padre al bar. Era il ragazzo che sognava i campi di calcio del Nord. Era un figlio rimasto senza il suo punto di riferimento. Era un giovane che la depressione ha lentamente consumato. Era una vita che lo stato aveva il dovere di custodire. E oggi resta una domanda che dovrebbe appartenere a tutti noi, non soltanto a un’aula di tribunale: quanto vale la vita di una persona quando quella vita è affidata alle istituzioni? Mohamed, non chiedeva assoluzioni. Forse chiedeva soltanto di non essere lasciato solo».
*Garante dei detenuti di Cosenza
