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L’AUDIZIONE

’Ndrangheta, le strade incrociate con Cosa nostra su droga, criptofonini e ordini dal carcere. De Lucia: «I calabresi sono i più evoluti» – VIDEO

Il procuratore di Palermo: «Sono loro a fornire dispositivi per gestire droga e affari dei mandamenti». Negli istituti palermitani trovati 297 cellulari: «Così i mafiosi continuano a comandare»

Pubblicato il: 29/07/2026 – 16:34
di Giorgio Curcio
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ROMA «Quanti ne vuole». La risposta di Maurizio De Lucia è immediata. Nell’audizione davanti alla Commissione parlamentare Antimafia, al procuratore di Palermo viene chiesto se le indagini del suo ufficio abbiano incrociato l’utilizzo di criptofonini da parte delle organizzazioni mafiose. La replica restituisce la dimensione di un fenomeno ormai strutturale: «Ogni indagine, in particolare quelle che riguardano il traffico di sostanze stupefacenti, vede protagonisti i criptofonini». Ed è proprio quando le strade di Cosa Nostra e della ’ndrangheta si incontrano che, secondo De Lucia, emerge il ruolo assunto dalle organizzazioni calabresi. «Quando lavorano insieme ’ndrangheta e soggetti di Cosa Nostra, sono prevalentemente i calabresi, che sono più evoluti anche in questo, a offrire i criptofonini che consentono di gestire le loro attività criminali».

I «servizi» offerti dai calabresi

Non soltanto cocaina, contatti con i fornitori e capacità di muovere ingenti quantitativi di droga. Nel rapporto tra le due organizzazioni, la componente calabrese metterebbe dunque a disposizione anche strumenti tecnologici e sistemi di comunicazione protetti. Un ulteriore elemento che conferma la posizione conquistata dalla ’ndrangheta nel narcotraffico internazionale, dopo essere subentrata a Cosa Nostra nei rapporti con i grandi produttori sudamericani. Un primato ricordato dallo stesso De Lucia nella parte iniziale dell’audizione, quando aveva spiegato come la mafia siciliana si fosse «distratta» durante la stagione dell’attacco stragista allo Stato, lasciando spazio all’organizzazione calabrese. I rapporti, tuttavia, non sarebbero caratterizzati da contrapposizioni. Cosa Nostra sta tentando di tornare protagonista nel mercato degli stupefacenti e lo sta facendo collaborando sia con la ’ndrangheta sia con la mafia albanese. «I rapporti sono ottimi fra le organizzazioni», ha spiegato il procuratore di Palermo. Davanti a una «torta di queste dimensioni», ha aggiunto, «non c’è nessuna ragione di litigare», ma esiste piuttosto l’interesse a migliorare i servizi che le diverse mafie possono offrire lavorando insieme.



Cosa Nostra ha imparato

La tecnologia messa inizialmente a disposizione dai calabresi sarebbe stata rapidamente assimilata dalla mafia siciliana. «Cosa Nostra apprende, apprende eccome», ha sottolineato De Lucia. I dispositivi criptati, nati e utilizzati soprattutto per organizzare le importazioni e la distribuzione delle sostanze stupefacenti, avrebbero progressivamente assunto una funzione più ampia. Le indagini della Procura palermitana ne hanno infatti documentato l’impiego anche in comunicazioni relative alla gestione ordinaria degli affari mafiosi e ai rapporti interni tra i mandamenti. Un’evoluzione che rende le investigazioni più complesse. Il problema, ha osservato il procuratore, può essere affrontato soltanto riuscendo a entrare in possesso dei codici di accesso. Le unità più avanzate delle forze di polizia stanno lavorando sul fenomeno, ma «sul piano generale non ha ancora soluzione». La svolta investigativa arriva quando gli inquirenti riescono a ottenere materialmente uno dei dispositivi e ad accedere alle conversazioni. In quel momento, ha spiegato De Lucia, «il livello delle indagini sale immediatamente».

Gli ordini impartiti dal carcere

Il tema è quello che nei giorni scorsi ha alimentato lo scontro tra De Lucia e il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Davanti alla Commissione Antimafia, il procuratore ha però insistito sui dati raccolti attraverso le indagini: «Quando entrano all’interno delle carceri, nel giro di poche ore vengono muniti di apparecchi di comunicazione con l’esterno». Smartphone che consentono ai detenuti mafiosi di continuare a gestire traffici e impartire ordini, fino agli attentati eseguiti sul territorio. Soltanto negli istituti palermitani, tra il 2025 e la prima metà del 2026, sono stati rinvenuti 297 telefoni. A Pagliarelli e all’Ucciardone, rispettivamente 26 e 176 apparecchi sono stati intercettati mentre si tentava di introdurli attraverso i droni. «Questi sono i droni che hanno fallito», ha sottolineato De Lucia, lasciando intendere quanto più ampio possa essere il fenomeno. Il rischio è che arresti e misure cautelari perdano parte della propria efficacia: «Se consentiamo ai mafiosi di continuare dal carcere a fare i mafiosi, i processi e l’attività delle forze di polizia non hanno il risultato che dovremmo avere».

Le criptovalute per le grandi partite di droga

Accanto ai criptofonini compaiono le criptovalute. Il loro utilizzo sarebbe ancora più circoscritto, ma riguarderebbe le operazioni economicamente più rilevanti ovvero finanziano «la grande partita di stupefacente attraverso consulenti che effettuano i pagamenti in criptovalute», ha spiegato il procuratore. Le organizzazioni mafiose continuerebbero invece a mostrare una certa diffidenza quando si passa agli affari ordinari e alla gestione quotidiana delle risorse. Una resistenza legata anche alla tradizionale cultura economica mafiosa, storicamente orientata verso il denaro contante, i beni immobili e la terra. A ricorrere agli strumenti finanziari digitali non sarebbero necessariamente i mafiosi più giovani, ma quelli dotati di maggiori capacità e in grado di rivolgersi a professionisti esterni. «I più bravi si avvalgono di esperti», ha osservato De Lucia, anticipando una possibile e rapida evoluzione del fenomeno. Una nuova area grigia fatta di consulenti tecnologici, intermediari finanziari ed esperti capaci di trasformare denaro, comunicazioni e investimenti in circuiti difficili da intercettare. Mentre le mafie collaborano, dividono i compiti e mettono in comune non soltanto rotte e contatti, ma anche competenze e strumenti. E, nel nuovo sistema criminale, sono ancora una volta i calabresi a presentarsi con un vantaggio. (g.curcio@corrierecal.it)

Un estratto dell’audizione del procuratore De Lucia:

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