Petrolmafie, tre cosche e un solo cantiere: le mire della ‘ndrangheta sui lavori per il complesso parrocchiale di Pizzo
Per la Corte d’appello regge l’accusa nei confronti di Giuseppe D’Amico e degli altri imputati. Per il giudice l’affidamento alle ditte sarebbe stato «imposto e non frutto di libera scelta»
VIBO VALENTIA Anello, Bonavota e Mancuso: tre dei clan più potenti della provincia di Vibo Valentia insieme per spartirsi i lavori per il nuovo centro parrocchiale di Pizzo. È una delle vicende confluite nel processo Petrolmafie e riprese nelle motivazioni della Corte d’appello che, sulla scia della Cassazione che aveva già «accertato» l’accusa nel rito abbreviato, ha confermato le condanne inflitte in primo grado per gli imputati ritenuti responsabili dell’estorsione per i lavori alla nuova chiesa napitina. La Corte ha infatti confermato la condanna per questo capo d’imputazione per Giuseppe D’Amico, imprenditore condannato a 16 anni di carcere, Giuseppe Ruccella (10 anni rispetto ai 12 nella sentenza di primo grado) e l’ex consigliere comunale di Vibo Valentia Francescantonio Tedesco, per il quale è stata comminata una pena di 10 anni di reclusione.
L’estorsione per i lavori alla nuova chiesa di Pizzo
Tutti e tre, secondo l’accusa, avrebbero ricoperto un ruolo nella presunta estorsione alla ditta affidataria dei lavori dal valore di 4.579.654,22 euro della nuova chiesa di Pizzo per conto della diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea. D’Amico, è la ricostruzione investigativa, si sarebbe dovuto occupare dei lavori di sbancamento in “rappresentanza” dei Mancuso, Ruccella per la fornitura di metà del cemento necessario, rappresentando così i Bonavota di Sant’Onofrio. Tedesco, direttore dei lavori, avrebbe invece operato per conto degli Anello di Filadelfia e di una terza ditta, quella di Prestanicola, che si sarebbe dovuta occupare dell’altra metà di calcestruzzo. Per la stessa estorsione sono già stati condannati in abbreviato Francescantonio Anello, Giuseppe Barbieri, Pasquale Gallone e Daniele Prestanicola.
Le modalità dell’estorsione
La Corte ricostruisce la vicenda sulla base delle dichiarazioni dei testimoni, tra tutti il capocantiere Stefano Pata, e sulle conversazioni intercettate. Sarebbero stati ben tre i clan coinvolti: gli Anello di Filadelfia, i Bonavota di Sant’Onofrio e i Mancuso di Limbadi, interessati a imporre il proprio potere sul territorio “conteso” di Pizzo e ad infiltrarsi tramite i loro presunti rappresentanti nei lavori della chiesa. «Ruccella, Prestanicola e D’Amico costituivano, per ciascun gruppo criminale, lo strumento di partecipazione all’affare» scrive il giudice, che sottolinea come la presunta estorsione non sia avvenuta tramite “mazzetta”, ma «nella partecipazione agli introiti di un appalto privato ammontante per valore ad oltre quattro milioni di euro».
L’appello dei legali di D’Amico
Rilevanti per la condanna di primo grado sono state le dichiarazioni del capo-cantiere Stefano Pata, che tra le altre cose aveva riferito di un incontro con «Pasquale Gallone, il quale gli aveva detto di affidare la fornitura di cemento a Ruccella e Prestanicola e il movimento terra a D’Amico Giuseppe». Tuttavia, secondo i legali che avevano impugnato la sentenza di primo grado, il capo-cantiere «non aveva autonomo potere decisionale», mentre il legale rappresentante, oltre ad aver indicato i criteri usati per la scelta delle ditte («l’inserimento nella white list, la vicinanza al cantiere, la predilezione per le ditte locali») aveva «negato di avere ricevuto minacce». Ma proprio la scelta di Gallone di incontrare Pata e non il legale rappresentante, secondo la Corte, dimostrerebbe al contrario «la conoscenza del ruolo del medesimo e quindi della possibilità da parte sua di condizionare la scelta dell’impresa cui affidare i lavori».
Gli incontri intercettati dagli investigatori
Oltre alle dichiarazioni rilasciate in aula, anche le conversazioni captate dagli investigatori dimostrerebbero la spartizione dei lavori tra le cosche. Alla base dell’accusa, infatti, ci sono più incontri intercettati tra Giuseppe D’Amico, Pasquale Gallone e Giuseppe Barbieri: in uno di questi avvenuto nel 2019 emerge come la spartizione sarebbe avvenuta ben due anni prima e, inizialmente, solo tra i Mancuso e i Bonavota. In un secondo momento, «l’intromissione» della cosca Anello con la propria ditta avrebbe costretto le cosche a rivedere i piani, fino ad arrivare alla spartizione “definitiva”. In sostanza, ribadisce la Corte, proprio questi colloqui «danno esatta contezza fatto che l’individuazione delle imprese cui affidare la fornitura del calcestruzzo ed il movimento terra era stata decisa da Luigi Mancuso in accordo con gli altri rappresentanti della criminalità», ovvero i Bonavota e gli Anello. L’affidamento alle imprese, dunque, sarebbe stato «imposto e non frutto di libera scelta». (m.russo@corrierecal.it)
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