Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 15:30
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 8 minuti
Cambia colore:
 

in un bicchiere

«La Calabria non è una periferia del vino»

Dagli Enotri ai vitigni autoctoni, Francesco Sorelli racconta la Calabria del vino: «una storia millenaria che può trasformarsi in opportunità per i territori»

Pubblicato il: 13/09/2026 – 15:30
di Fabio Benincasa
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo

COSENZA Il vino come racconto di un territorio, delle sue tradizioni e delle persone che ogni giorno contribuiscono a valorizzarlo. Francesco Sorelli, apprezzato comunicatore, attraversa il mondo dell’enologia con uno sguardo particolare rivolto alla Calabria: una regione dalla lunga storia vitivinicola, ricca di vitigni autoctoni e di realtà che negli ultimi anni stanno conquistando sempre maggiore attenzione. Tra cultura del vino, identità calabrese, qualità e nuove tendenze, Sorelli – in una intervista al Corriere della Calabria – accompagna alla scoperta di ciò che rende il vino non soltanto una bevanda, ma un autentico interprete del territorio.

La Calabria è una terra in cui il vino affonda le radici nella storia della Magna Grecia. Quanto di quella storia è ancora vivo nei vini calabresi e quanto invece rischiamo di aver dimenticato?

«La storia del vino calabrese comincia ancora prima della Magna Grecia. Quando i Greci arrivarono sulle coste dell’Italia meridionale, trovarono una terra nella quale la vite e il vino erano già profondamente radicati e la chiamarono, entusiasti di tanta ubertà e bellezza, enotria – la terra del vino. Prima delle colonie greche vi abitavano infatti, fin dal XIV secolo aC, 3500 anni fa!, gli Enotri, una popolazione autoctona, al quale si devono i prodromi della viticoltura in Italia. È una storia affascinante e straordinaria: si può dire che il vino in Italia lo si debba alla Calabria. C’è da esserne fieri. Spesso invece lo trovo un po’ sottaciuto. Aggiungo anche che a questo popolo si deve anche l’origine stessa del nome del nostro paese: secondo la tradizione, Italo, re degli Enotri, avrebbe dato il proprio nome prima a questa parte della Calabria e successivamente all’Italia intera. Infine, agli Enotri viene ricondotta anche un’antichissima forma di allevamento della vite, il cosiddetto alberello enotrio, particolarmente adatto agli ambienti caldi mediterranei, ancora oggi diffusissimo in tutto il mondo, dall’Italia, alla Spagna ma anche alla California e all’Australia. La Magna Grecia non rappresenta dunque l’inizio, ma una straordinaria evoluzione di una civiltà del vino già esistente. I Greci ampliarono esponenzialmente quella cultura, inserendo il vino nel simposio, nella religione, nella filosofia, nella poesia e nella vita politica delle città. Tutto questo è ancora vivo nei vitigni, nei paesaggi, nelle vigne ad alberello e nel lavoro di tante piccole comunità calabresi. Ciò che rischiamo di dimenticare è che la Calabria non è una periferia della storia italiana del vino: ne rappresenta una delle origini più antiche e profonde. La sfida di oggi consiste nel trasformare questa memoria non in una celebrazione nostalgica, ma in un racconto contemporaneo, capace di dare valore e futuro ai vini e alle comunità che ancora custodiscono questa eredità».

Nel suo libro il vino diventa una “molecola della civiltà”, capace di creare convivialità e cultura. La Calabria può rappresentare questo modello di civiltà conviviale?

«Ci credo tantissimo e lo considero anche una opportunità di rilancio in un periodo davvero chiaroscurale per il settore, purché la “molecola della civiltà” non diventi il ricordo nostalgico, una riproduzione folcloristica del passato di una terra che non esiste più. Nel libro definisco così il vino perché, in ottomila anni di storia, non è mai stato soltanto una bevanda: ha creato rituali, relazioni, feste, linguaggi e comunità, ci ha mostrato che si può cadere e rialzarci, si è evoluto con noi. La Calabria conserva ancora autentiche sacche di bellezza conviviale: piccoli paesi, famiglie, tavole, vendemmie e comunità nelle quali il vino continua a essere condivisione e ospitalità. In questi momenti possiamo forse riconoscere un riflesso lontano della ricchezza di Sibari, del mondo degli Enotri e delle straordinarie città della Magna Grecia che ingentiliscono la regione. È chiaro che non mancano le difficoltà: lo spopolamento delle aree interne, la frammentazione produttiva, la debolezza di alcuni servizi e la fatica di comunicare questa complessità. Ma proprio per questo il vino può diventare uno strumento di resistenza culturale ed economica: mantiene vive le comunità, custodisce il paesaggio e trasforma la memoria in futuro.

Gaglioppo, Magliocco, Greco Bianco, Mantonico: la Calabria possiede un patrimonio di vitigni autoctoni straordinario. Perché questi vini hanno fatto più fatica di altri a trasformare la loro storia in un racconto capace di conquistare il pubblico?

«Nomi come Gaglioppo, Magliocco, Greco Bianco o Mantonico non possiedono l’immediatezza commerciale dei vitigni internazionali, ma proprio per questo possono diventare preziosi in un mercato sempre più alla ricerca di identità e differenze. Per molto tempo la Calabria ha posseduto una storia straordinaria senza riuscire a trasformarla in un racconto altrettanto forte. Non è mancata la materia: sono mancati talvolta continuità, organizzazione, investimenti, infrastrutture e una voce collettiva riconoscibile. A questo si aggiungono difficoltà concrete: aziende spesso molto piccole, territori non sempre facilmente raggiungibili, spopolamento e una percezione della Calabria ancora legata a stereotipi riduttivi. Oltre a una crisi strutturale che pervade tutto il mondo del vino. Eppure negli ultimi anni, e lo dico da osservatore esterno, essendo nato e lavorando in Toscana, si sono affermate realtà di eccellenza, nell’editoria, nella gastronomia, nel marketing territoriale, nell’artigianato di lusso. Posso fare qualche nome, per dare un po’ il la al ragionamento: operazioni virtuose come Catasta Pollino, che rende intellegibile un luogo sublime e ancora poco noto come il parco del Pollino, Acqua degli Dei, che trasforma in profumi la natura e i miti calabresi, Gerardo Sacco, coi gioielli ispirati alla Magna Grecia, la raffinatissima Rubbettino, casa editrice e polo culturale. Ma anche la capillare promozione pubblica dietro marchi vincenti come appunto Calabria Straordinaria. E, ovviamente, il vino. Quando ho cominciato a lavorare in questo settore, la Calabria veniva confinata soltanto a quel gioiello che è Librandi. Oggi vi sono una infinità di esempi virtuosi che vinificano i varietali autoctoni che hai citato e aprono le loro cantine, perché l’esperienza diretta del prodotto è fondamentale. E’ un processo lento, che riguarda anche altre regioni del vino, ma che in Calabria può essere accelerato da quanto detto: forse si è perso un po’ di tempo circa 20/30 anni fa, ma adesso la proposizione di questi vini, insieme al racconto di cosa esprimono questi vini – il mare, il paesaggio, la gastronomia, le comunità, la storia, la capacità di carezzare il presente – secondo me è centrata e in atto».

Nel suo libro, il vino oscilla continuamente fra misura ed ebbrezza. La riscoperta del vino calabrese deve passare anche dalla capacità di recuperare un rapporto più lento, consapevole e conviviale con il bere?

«Sì, ed è forse una delle questioni più importanti per il futuro del vino. Nella cultura greca il vino possedeva due anime: da una parte la misura del simposio, il “bere insieme”, accompagnato dalla parola, dalla musica e dal pensiero; dall’altra l’ebbrezza dionisiaca, lo smarrimento e la perdita del limite. Il vino è sempre rimasto sospeso fra queste due possibilità. Dioniso, il dio del vino e del teatro, in opposizione ad Akratos, il demone del vino non miscelato, non condiviso. Del resto, anche il nostro Noè pianta una vite appena tocca terra dopo il diluvio, ma lui stesso, poco dopo, cade a terra ubriaco del suo stesso vino. Un monito al concetto che effettivamente il vino possa essere latore di bellezza, felicità, sentimenti, ma solo se gustato nell’idea dello stare insieme, come atto culturale e sociale, come appagamento dei sensi. La Calabria può essere un luogo ideale per riaffermare questo modello, perché i suoi vini chiedono tempo, racconto, cibo e condivisione, possono rappresentare porte d’ingresso in un paesaggio e in una comunità che ha storia, cultura, bellezza. Finirei per dire cose retoriche. Le possibilità che la Calabria offre alla bellezza, sotto ogni profilo, sono infinite, ma non sempre vengono colte. E il buon Dostoevskij diceva, a ragione, che la bellezza salverà il mondo. Difendere il vino, recuperare un rapporto più lento, come scrivi nella domanda, significa sottrarlo tanto all’abuso quanto alla banalizzazione, all’industria, restituendogli misura, bellezza ed espressione millennaria di saper fare locali, attenzione relazionale e conviviale. È qui che la civiltà antica del vino può tornare davvero contemporanea, attraverso l’esempio illuminatissimo del simposio, del bere insieme».

Se dovesse raccontare la Calabria con un solo bicchiere?

«Questa domanda è difficile, perché i prodotti sono tanti e ne potrei consigliare infiniti. Però un nome lo faccio, perché è poco noto ed esprime tanti di quei concetti succitati. Mario Romano di Origine & Identità, e soprattutto il suo Metodo Classico da Zibibbo. O&I è una piccola cantina familiare nata sulle colline di Capo Vaticano. È una scelta forse meno prevedibile rispetto a un grande rosso della tradizione calabrese, ma proprio per questo mi sembra particolarmente significativa. In quel bicchiere convivono un vitigno profondamente mediterraneo, un territorio modellato dal mare e dal vento e una tecnica, quella del metodo classico, capace di conferirgli una veste nuova. Mi piace perché in questa scelta il passato, la tradizione, diventa una forza creativa che spinge verso qualcosa di meno convenzionale». (f.benincasa@corrierecal.it)

Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato

Argomenti
Categorie collegate

x

x