Incendi in Calabria: un’estate da incubo
Ai roghi dei piromani si aggiungeranno quelli degli sbadati contadini a tempo determinato
L’euforia per aver contenuto i danni degli incendi sul Pollino è durata poco. Abbiamo dinanzi a noi ancora due mesi ad altissimo rischio in Calabria: agosto e settembre, da sempre i più problematici. Certe dichiarazioni su un presunto calo dei roghi venute dalle istituzioni regionali sono state smentite dai fatti. Basta guardare, in via di previsione, a quello che sta avvenendo in Francia e in Spagna ad esempio, dove è stato necessario evacuare oltre 300 mila persone. O a quanto gli incendi siano divenuti tragiche realtà in altre zone d’Europa che ne erano invece esenti, come l’Inghilterra, il Galles, la Scozia. Dobbiamo sapere, quindi che in Calabria ci apprestiamo a vivere una delle estati più roventi della nostra storia. E mai come in questo caso, prego che la mia previsione sia sbagliata! Dopo il Pollino (dove alcuni focolai sono ancora attivi nonostante i proclami), dopo i disastri di Cassano, del Vibonese, di Squillace, dopo i mille roghi appiccati da nord a sud, brucia ancora ininterrottamente da mesi tutta la costa e l’entroterra dell’alto tirreno cosentino da Praia a Mare sino a Paola, dove, proprio ieri il Comitato Cittadino per la Tutela del Territorio ha inviato alle autorità governative un accorato appello perché si dichiari lo stato di emergenza e si invii l’esercito prima che sia troppo tardi. E un incendio estremamente pericoloso sta in queste ore preoccupando le zone montane, in questa estate ancora esenti, fra Lamezia Terme e Gizzeria. Solito copione: qualcuno ha appiccato il fuoco in zone dove cespugliose e a rimboschimenti di conifere prive di manutenzione, strade, strisce frangifuoco, a monte delle frazioni di Acquafredda e Vonio; le squadre di terra che, pare siano intervenute già da martedì sera, non sono riuscite a contenere il fuoco; sono dovuti intervenire i mezzi aerei. La giornata di oggi sarà cruciale per capire se si riuscirà a salvare il già martoriato versante sud del Gruppo del M. Mancuso dall’ennesimo disastro ambientale.
Gli scenari che si aprono a questo punto nell’analisi del fenomeno, a parte la mancanza di strategie e competenze da parte delle pur volenterose forze impegnate nella prevenzione e nello spegnimento degli incendi sono inquietanti. Anche perché un fenomeno con questa vastità geografica non può avere ovunque le stesse cause. Ma fermiamoci, per il momento alla Calabria. Limitarsi a stigmatizzare la ferocia dei piromani Calabresi attraverso ipotesi suggestive quanto campate in aria, senza spiegare il perché non si riesca a presidiare il territorio, serve solo a perpetuare il mito della “razza maledetta” applicata ai calabresi tout court radicatosi da secoli (dai bruzi “uccisori di Cristo, sino alla ‘ndrangheta passando per il brigantaggio). In verità si paga ancora lo scotto della demolizione del vecchio sistema di avvistamento-prevenzione-spegnimento a terra che aveva negli operai forestali e nel Corpo Forestale dello Stato i suoi capisaldi, senza che si sia riusciti a sostituire una nuova valida strategia. Agosto sarà, dunque, il mese più pericoloso. Anche perché molte persone, soprattutto gli emigranti che rientrano per qualche settimana in Calabria, proveranno a ripulire i loro piccoli fondi semi abbandonati con il vecchio – ed oggi vietato d’estate – metodo del fuoco, ma senza la perizia che era tipica dei loro avi. Ai roghi dei piromani – che qualcuno ipotizza siano in massima parte a libro paga di chi è interessato ad aumentare le proprie fonti di profitto – si aggiungeranno quelli degli sbadati contadini a tempo determinato.
Che fare allora, in attesa che l’AIB (Antincendio Boschivo) della Calabria comprenda gli errori e provi a cambiare strategia? L’idea che si debba decretare sin da ora lo stato di emergenza (o qualcosa che gli somigli), come chiede il comitato attivo nella Riviera dei Cedri, può apparire eccessiva forse, ma dinanzi all’inanità dell’attuale sistema di prevenzione e spegnimento, sembra la cosa più sensata da fare. Mi rendo conto che potrebbe suonare come una resa della Regione ma è l’unica soluzione che ci resta se si vuole evitare il terrore che abbiamo visto a Squillace e a Maratea o peggio, quello che si sta vivendo in Francia e in Spagna. Tutto ciò in una Calabria dove per far cessare la consuetudine, colposa o dolosa, col fuoco nella mentalità della gente, occorreranno ancora decenni di duro lavoro a livello culturale. E confidiamo in un nuovo inverno e nuove provvidenziali piogge, per dare il tempo a politici e tecnici di rimodulare un sistema ormai al collasso.
*Avvocato e scrittore
