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La ricostruzione

’Ndrangheta a Melbourne, dal forno di famiglia al «black flight» con 548 chili di cocaina: la doppia vita del pizzaiolo

Il 39enne condannato a 22 anni aveva iniziato nel ristorante dei futuri suoceri. Poi i debiti, i telefoni criptati e il progetto per trasportare oltre mezza tonnellata di cocaina verso l’Australia

Pubblicato il: 01/08/2026 – 6:55
di Giorgio Curcio
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MELBOURNE La storia parte da un forno per le pizze e termina su una pista di terra battuta in Papua Nuova Guinea, davanti a un Cessna finito contro gli alberi perché appesantito da oltre mezza tonnellata di cocaina. In mezzo ci sono un ristorante, un matrimonio, un’attività di onoranze funebri, i debiti di gioco, i telefoni criptati e una rete di rapporti familiari che il processo australiano non era chiamato a ricostruire fino in fondo. È la storia dell’uomo indicato con il nome di fantasia di “Jack Eliott”, uno dei protagonisti del progetto del «black flight», il volo clandestino organizzato per trasportare in Australia centinaia di chili di cocaina. Il 39enne è stato condannato a 22 anni di carcere, con un periodo minimo di 13 anni prima di poter chiedere la libertà condizionale. Secondo i giudici, Eliott e Aiden Khodher furono figure centrali nella cospirazione durata circa due anni e culminata nel fallito viaggio del 26 luglio 2020. Ma prima dell’aereo, dei depositi bancari frazionati e dei cellulari cifrati c’era stata una vita apparentemente ordinaria. Una vita costruita soprattutto intorno alla cucina e alla famiglia della futura moglie.

Il lavoro cominciato a 12 anni

La sentenza racconta che Eliott iniziò a lavorare quando aveva appena 12 anni. I genitori si erano separati quando lui ne aveva tre e durante l’infanzia avevano alternato riconciliazioni e nuove rotture. In casa avrebbe assistito a frequenti litigi e violenze. Lavorare significava contribuire alle spese della madre, ma anche trascorrere meno tempo in quell’ambiente. A 15 anni si occupava già del fratello minore e cercava contemporaneamente di sostenere economicamente la famiglia. Lasciò presto la scuola. Provò a iniziare un apprendistato da cuoco, ma non riuscì a sostenere i costi della formazione e tornò a lavorare. Prima in una macelleria, poi in una pizzeria. In seguito trovò occupazione come cuoco in diversi locali nel centro di Melbourne e nella zona di Tullamarine. Fu allora che arrivò dietro il bancone di un ristorante della catena La Porchetta. Il locale apparteneva ai genitori della ragazza che sarebbe diventata sua moglie. Quando i due si fidanzarono, la famiglia gli offrì un ruolo nella gestione dell’attività. Eliott non era più soltanto il giovane pizzaiolo assunto per lavorare davanti al forno. Attraverso il matrimonio entrava anche in un’impresa familiare e in una rete di relazioni consolidate.

Dalle pizze alle onoranze funebri

La famiglia acquisita non operava soltanto nella ristorazione. Il padre della moglie risultava comproprietario di un’impresa di onoranze funebri nella zona di Melbourne. Un particolare emerso pubblicamente durante la fase cautelare del procedimento sul «black flight». Nel 2021 l’uomo contribuì alla garanzia complessiva da un milione di dollari australiani presentata per ottenere la libertà su cauzione del genero. La richiesta venne esaminata mentre Eliott era accusato di avere avuto un ruolo di primo piano nel progetto per importare la cocaina dalla Papua Nuova Guinea. Anche questo elemento non dimostra alcun coinvolgimento della famiglia nell’operazione. Mostra, tuttavia, la solidità del rapporto matrimoniale e la capacità del nucleo familiare di mettere a disposizione una garanzia economica particolarmente rilevante. La criminologa Anna Sergi ha già spiegato in più di un’occasione come, all’interno dell’Onorata Società, «i cognomi e le alleanze familiari possano contribuire a determinare il posizionamento di una persona e a costruire rapporti di fiducia. Ma gli stessi studi mettono in guardia dal rischio di considerare automaticamente mafiosa un’intera famiglia sulla base delle condotte contestate a uno o ad alcuni dei suoi componenti». È la trappola del cognome. Le origini calabresi, le parentele e la partecipazione a un’attività economica non sono sufficienti, da sole, per attribuire responsabilità criminali. Nel caso di Eliott, la sentenza stabilisce la sua responsabilità personale nella cospirazione.

La catena e le ombre dell’Onorata Società

Fondata a Carlton negli anni Ottanta, La Porchetta sarebbe diventata una delle catene di ristorazione italiana più conosciute in Australia e Nuova Zelanda. Nel corso degli anni, tuttavia, gli assetti societari e la rete di investitori legati al marchio sono finiti al centro di diverse inchieste della stampa australiana. Le ricostruzioni giornalistiche hanno evidenziato la presenza di famiglie calabresi i cui nomi erano già comparsi nelle attività investigative sull’Onorata Società, l’espressione storicamente utilizzata in Australia per indicare la ’ndrangheta. Tra le figure citate nelle cronache australiane compare anche un imprenditore originario di Oppido Mamertina, molto conosciuto negli ambienti economici e comunitari di Melbourne. Alcuni componenti della sua famiglia sono emersi più volte nelle indagini sulla criminalità organizzata calabrese nello Stato del Victoria. Non esiste, però, alcun elemento nella sentenza sul «black flight» che permetta di collegare direttamente il ristorante nel quale lavorò Eliott, o l’attività dei suoi futuri suoceri, alle vicende che hanno riguardato altri soggetti legati alla catena. La presenza dello stesso marchio, dunque, non può trasformarsi in una prova né autorizzare collegamenti automatici. Resta il fatto che proprio in quel locale Eliott costruì una parte decisiva della propria vita: il lavoro, il fidanzamento, il matrimonio e il successivo ingresso nella gestione dell’attività familiare.

La vendita dell’attività e i debiti

L’attività familiare venne venduta nel 2017. Secondo la ricostruzione presentata al giudice, Eliott rimase per circa due anni senza un’occupazione stabile. Nel 2019 aprì un nuovo ristorante a South Melbourne, ma l’impresa non riuscì a superare la crisi provocata dalla pandemia. Nel frattempo sarebbero aumentati il consumo di cocaina e alcol e, soprattutto, la dipendenza dal gioco. Eliott raccontò di avere accumulato debiti e di essersi rivolto a persone appartenenti agli ambienti criminali. Non riuscendo a restituire il denaro, avrebbe cominciato a eseguire incarichi e favori. Questa è la versione fornita dalla difesa. Il giudice la riporta con evidente scetticismo. Anche ammettendo l’esistenza dei debiti, il ruolo ricoperto dall’uomo non appare quello di una persona trascinata occasionalmente in un’operazione già costruita da altri.

L’acquisto dell’aereo

Nell’agosto 2018 il gruppo acquistò il Cessna che sarebbe stato utilizzato per il trasporto della droga. Tra il marzo e l’ottobre del 2019 furono organizzate riparazioni e modifiche per aumentarne la capacità di carico, mentre la proprietà effettiva del velivolo veniva schermata. Eliott e Khodher contribuirono a pagare i lavori attraverso diversi depositi in contanti. Il 12 ottobre 2019 Eliott volò personalmente in Papua Nuova Guinea per incontrare uno dei componenti del gruppo. Al ritorno in Australia, i controlli rilevarono tracce di cocaina sul suo bagaglio. Aveva con sé un telefono criptato. Sostenne di averlo trovato durante il viaggio, ma non fu in grado di fornire il codice di accesso. Anche nei giorni immediatamente precedenti al decollo del Cessna, Eliott rimase a Melbourne e si occupò di alcuni pagamenti. Il 22 luglio 2020 entrò in una filiale bancaria e versò 3.750 dollari australiani come anticipo per uno dei piloti incaricati di verificare le piste nel Queensland. La cifra era inferiore a quella concordata. Il giorno successivo tornò in banca e depositò il resto. Nel frattempo, dal Victoria era partito un camion carico di pannelli di cartongesso nei quali erano stati ricavati spazi destinati a nascondere i pacchi di cocaina. In Queensland gli altri componenti del gruppo compravano taniche, imbuti, nastro adesivo e un carrello capace di trasportare centinaia di chili.

La rete rimasta fuori dal processo

Il procedimento ha stabilito chi organizzò il volo, chi seguì le modifiche all’aereo, chi pagò una parte delle spese e chi avrebbe dovuto recuperare la cocaina una volta arrivata in Australia. Non ha stabilito, invece, chi mise a disposizione l’intero capitale necessario per acquistare il carico, né se dietro i protagonisti dell’operazione esistessero finanziatori o strutture criminali più ampie. Secondo gli studi di Anna Sergi, la ’ndrangheta australiana ha costruito la propria capacità di resistenza proprio attraverso la separazione tra attività illecite e imprese formalmente legali, le alleanze familiari e la collaborazione con gruppi criminali di origini differenti. Non ogni uomo che lavora in una pizzeria appartiene alla mafia. Non ogni matrimonio rappresenta un patto criminale. Non ogni impresa familiare è una copertura. Ma nel sistema dell’Onorata Società la famiglia può diventare reputazione, garanzia di fiducia e capacità di accesso a relazioni e risorse. È questo il punto che rimane sospeso nella storia di “Jack Eliott”. Il ragazzo che aveva cominciato a lavorare a 12 anni, diventato pizzaiolo nell’attività dei futuri suoceri e poi ristoratore, si ritrova al centro di un’operazione internazionale da centinaia di milioni di dollari. Tra quei due estremi ci sono il matrimonio, le attività familiari e una rete di relazioni che emerge soltanto per frammenti. (g.curcio@corrierecal.it)

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