La vertigine del vuoto: riflessioni filosofiche, scientifiche e umane su una parola
Il sindaco di Castiglione Cosentino presenta la XIX edizione del festival delle parole “sott’olio” dedicata quest’anno al buco (u grupu)
Nel 1989 quando abbiamo inaugurato il nostro Festival delle Parole, eravamo mossi dall’idea che il linguaggio non sia un semplice strumento per descrivere la realtà, ma la realtà stessa.
Quest’anno, nel celebrare questo lungo cammino, abbiamo deciso di confrontarci con un paradosso concettuale, una parola che sfida la nostra logica quotidiana: il buco.
A una prima analisi, il buco sembra il trionfo del niente. Eppure, a ben guardare, è una delle entità più potenti e presenti della nostra esistenza.
Esiste solo in virtù di ciò che lo circonda: non ha una materia propria, ma definisce la forma di una ciambella, permette la melodia di un flauto, consente il passaggio. È un’assenza che si fa presenza, un vuoto che crea relazioni.
Da un punto di vista ontologico, il buco ci costringe a interrogarci sul confine tra l’essere e il non-essere.
Non può esistere da solo; ha bisogno di un “corpo ospite” che lo delimiti. È un limite e, al tempo stesso, uno spazio di possibilità. Questa ambivalenza si riflette persino nelle sfumature della nostra lingua.
L’italiano, nella sua precisione poetica, distingue il buco dalla buca: il primo è un’apertura in un oggetto che unisce il dentro e il fuori (un vestito, un muro, una fessura), la seconda è uno scavo, una ferita nel terreno.
La nostra quotidianità è impregnata di questa parola. La usiamo per descrivere il fallimento (fare un buco nell’acqua), l’impotenza (non cavare un ragno dal buco), l’urgenza biologica (un buco allo stomaco) o il tempo sospeso (un’ora buca).

Persino nel giornalismo il “buco” è la notizia mancata, il vuoto informativo che la concorrenza ha saputo riempire.
Se lo sguardo si volge alla scienza, la parola si carica di un’energia monumentale e drammatica.
Nell’universo, i buchi neri rappresentano il mistero assoluto: regioni dello spaziotempo così dense e gravitazionalmente voraci da inghiottire persino la luce, confini oltre i quali le nostre leggi fisiche smettono di funzionare.
Più vicino a noi, sul nostro pianeta, il buco dell’ozono ha rappresentato la prima grande presa di coscienza ecologica dell’umanità: una ferita invisibile nell’atmosfera, un vuoto generato dall’uomo che ha mostrato quanto sia fragile il velo che ci protegge dal cosmo.
E infine la biologia ci ricorda che noi stessi siamo fatti di buchi: orifizi, pori e vasi che permettono lo scambio vitale, la respirazione, il nutrimento e la percezione sensoriale.
Senza questi vuoti biologici, la vita semplicemente non potrebbe scorrere.
Forse, però, è sul piano psicologico che il buco esercita il suo magnetismo più doloroso e affascinante. Ciascuno di noi conosce il buco nel cuore: quel senso di vuoto interiore generato da un lutto, da una fine, da una solitudine profonda o da un desiderio inappagato.
La tendenza umana è quella di voler colmare quel vuoto a tutti i costi, spesso accumulando surrogati materiali.
Ma l’arte e la psicologia ci insegnano una verità più profonda: quel buco non va necessariamente riempito. Può diventare una feritoia attraverso cui guardare dentro se stessi, uno spazio generativo da cui nascono la creatività e la resilienza.
Questa urgenza di “tappare i buchi” si riflette anche nella dimensione pragmatica dell’economia. Il buco di bilancio è il deficit, l’ammanco, lo squilibrio finanziario che i bravi amministratori affrontano ogni giorno. È la metafora perfetta di una mancanza di risorse che richiede ingegno, responsabilità e cura per essere risanata.
In conclusione, riflettere sul buco significa comprendere che il vuoto non è il contrario della vita, ma la sua condizione necessaria.
Una stanza è utile per lo spazio vuoto che racchiude, non per i suoi muri.
Il buco, in fondo, è una galleria che collega due mondi, una possibilità di passaggio, lo spazio esatto che permette alla luce di entrare.
Vent’anni di Festival ci hanno insegnato proprio questo: che le parole servono a creare spazi liberi, aperti al dialogo e al confronto.
Spazi vuoti che aspettano solo di essere attraversati dalle vostre idee.
Salvatore Magaró
sindaco di Castiglione Cosentino
