Basso Profilo, Glenda Giglio e gli albanesi prestanome. «Fai finta che parlano italiano e chiudi gli occhi»
La Corte d’Appello ribalta l’assoluzione di primo grado e ricostruisce il ruolo dell’imprenditrice nel sistema delle cartiere
LAMEZIA TERME «Fai finta che parlano italiano e chiudi gli occhi». È la richiesta che Antonio Gallo, secondo quanto ricostruito nelle motivazioni della sentenza d’appello di Basso Profilo, rivolge a Glenda Giglio il 28 maggio 2018. Il problema da risolvere è urgente: alcuni cittadini albanesi devono comparire davanti a un notaio per una serie di atti societari ma non conoscono adeguatamente la lingua italiana. Quando Giglio domanda se quella richiesta debba essere messa per iscritto, la risposta di Gallo è immediata: «No, evita». È uno dei passaggi sui quali la Corte d’Appello di Catanzaro fonda la decisione di ribaltare la pronuncia di primo grado nei confronti dell’imprenditrice. Assolta dal Tribunale, Giglio è stata condannata in appello a 2 anni e 9 mesi di reclusione, con il capo associativo riqualificato ai sensi degli articoli 110 e 416 del codice penale e con l’esclusione dell’aggravante mafiosa.
Il ribaltamento dell’assoluzione
In primo grado il Tribunale aveva ritenuto «insufficiente la prova della consapevolezza di Giglio rispetto all’intero sistema societario costruito da Gallo». Le condotte contestate riguardavano, tra l’altro, la disponibilità di strumenti per individuare eventuali microspie, alcuni aiuti forniti a Gallo, l’intermediazione nelle operazioni destinate a intestare società a cittadini albanesi e i rapporti con il notaio incaricato dei rogiti. Il Tribunale aveva però giudicato questi elementi insufficienti per affermarne la responsabilità. La Corte d’Appello arriva alla conclusione opposta. Secondo i giudici, le intercettazioni dimostrerebbero che Giglio non fosse soltanto a conoscenza di aspetti della vita privata di Gallo, con il quale all’epoca intratteneva una relazione, ma fosse «perfettamente al corrente del contesto criminale-mafioso» nel quale l’imprenditore si muoveva. Gallo le avrebbe raccontato i propri rapporti con esponenti delle cosche, le indagini che lo preoccupavano e la struttura societaria costruita negli anni. Una conversazione del 18 aprile 2018 assume, in questa ricostruzione, un peso particolare. Giglio riferisce a Gallo le perplessità suscitate dalla rapida crescita delle sue attività e dall’acquisizione di una società a Roma. Gallo, a sua volta, ragiona sulle intestazioni societarie e sul fatto di essere finito nuovamente sotto l’attenzione della Guardia di finanza. Per la Corte questi dialoghi dimostrano una conoscenza «certa» e «dettagliata» del sistema e delle indagini che lo riguardavano.
Le «cinque residenze» per gli albanesi
Il momento cruciale arriva dopo le perquisizioni del 10 e 11 maggio 2018. Il sistema delle società cartiere, secondo la ricostruzione dei giudici, deve essere rapidamente riorganizzato: alcune società ormai compromesse devono essere dismesse e intestate a nuovi soggetti. Servono però documenti, codici fiscali e certificati di residenza per i cittadini albanesi individuati come nuovi intestatari. È qui che, secondo la Corte, entra in gioco Giglio. L’imprenditrice avrebbe messo Gallo e il commercialista Francesco Le Rose in collegamento con una «fidata impiegata» del Comune di Catanzaro, sua conoscente, in grado di accelerare le pratiche. Per i giudici Giglio, consapevole del progetto, avrebbe così consentito all’associazione di entrare in contatto con il funzionario pubblico necessario a ottenere rapidamente i documenti per completare gli atti programmati. Una volta risolta quella che nelle conversazioni viene definita la questione delle «cinque residenze», emerge però un altro problema: gli albanesi destinati a diventare intestatari delle società non conoscono abbastanza bene l’italiano e non c’è il tempo di reperire un interprete.
«Che devo dire al notaio?»
Gallo si rivolge allora a Giglio, che conosce personalmente il notaio Rocco Guglielmo. La Corte riporta un passaggio intercettivo che definisce di «lampante chiarezza». Giglio chiede cosa debba dire al notaio. Gallo risponde: «di far finta che parlano italiano e di chiudere gli occhi». Lei domanda se debba farlo per iscritto. «No, evita», replica Gallo. Giglio si mette quindi a disposizione per andare personalmente nello studio: «Domanda te, c’è il notaio in studio che vado». Poco dopo Gallo torna sull’argomento e le chiede di intervenire di persona, aggiungendo anche di provare a ottenere uno sconto. Gli atti vengono poi rogati il 30 maggio e il 14 giugno 2018, senza interprete. La mattina del 30 maggio, rilevano i giudici, un messaggio inviato da Giglio al marito documenta che la donna si era recata nello studio notarile. La Corte precisa però un punto importante: il notaio era stato assolto e non è stato accertato quale fosse stato il contenuto concreto del colloquio avuto con Giglio né che fosse consapevole delle finalità illecite perseguite dagli altri soggetti. Proprio questa mancanza di prova, sottolineano i giudici, vale in favore del professionista, ma non modifica la valutazione sulla condotta dell’imputata.
Il «ponte» con la società civile
È a questo punto che le motivazioni utilizzano forse l’immagine più forte dell’intera ricostruzione. All’epoca dei fatti Giglio era presidente di «Confindustria Giovani» e, secondo la Corte, avrebbe utilizzato i propri rapporti personali e la reputazione sociale di cui godeva per favorire la realizzazione delle operazioni. I giudici sottolineano l’anomalia di cittadini stranieri che, arrivati da pochissimo a Catanzaro e senza conoscere la lingua italiana, diventavano contemporaneamente amministratori di società con sedi distribuite in diverse regioni italiane. Per la Corte il contributo di Giglio avrebbe permesso al gruppo di raggiungere professionisti e pubblici ufficiali dei quali in quel momento aveva bisogno. E avrebbe messo a disposizione dell’associazione «i rapporti intrattenuti con il mondo istituzionale ed esponenti della società», sfruttando quella che i giudici definiscono la sua reputazione di «imprenditrice integerrima, avulsa da contesti delittuosi». La formula utilizzata poche righe dopo è ancora più netta: Giglio avrebbe creato attraverso la propria persona «un ponte di collegamento» tra il mondo in cui gravitava Gallo e la società civile, nella quale lei si muoveva forte della propria «immagine immacolata» di imprenditrice di successo.
I dispositivi per trovare le microspie
Nelle motivazioni compare anche un ulteriore episodio. Secondo la Corte, in un periodo nel quale Gallo era particolarmente preoccupato per le investigazioni in corso, Giglio gli avrebbe fornito dispositivi destinati alla ricerca di microspie, che sarebbero poi state effettivamente individuate. Gallo avrebbe informato Rosa Tommaso del ritrovamento delle «cimici» e quest’ultimo, secondo la ricostruzione delle conversazioni, avrebbe suggerito di non rimuoverle ma di sfruttarle per inscenare colloqui destinati a sviare gli investigatori. Gli stessi rapporti, scrive ancora la Corte, non si sarebbero esauriti in quei giorni: vengono richiamati messaggi con Le Rose captati fino al luglio 2020, alcuni dei quali ancora collegati alla possibilità di ricorrere ai servizi dell’impiegata comunale utilizzata per le pratiche anagrafiche.
Il concorso esterno nell’associazione semplice
Sul piano giuridico la Corte esclude che Giglio fosse organicamente inserita nel sodalizio. Richiamando una precedente pronuncia della Cassazione sulla stessa vicenda, considera però configurabile il concorso esterno nell’associazione per delinquere semplice quando un soggetto, pur senza far parte stabilmente della struttura, fornisce consapevolmente un contributo determinante al perseguimento dei suoi obiettivi. Secondo i giudici, l’intervento di Giglio sarebbe stato particolarmente importante proprio perché avvenuto durante una fase di forte difficoltà per il gruppo, consentendo di superare le conseguenze delle attività investigative e di rinnovare la titolarità delle società utilizzate nel sistema delle false fatturazioni. La Corte ha invece escluso l’aggravante mafiosa. Pur ritenendo provato che Gallo avesse raccontato a Giglio il contesto mafioso nel quale era cresciuto e i suoi precedenti rapporti, i giudici osservano che l’imprenditore avrebbe cercato di convincerla di essersi successivamente allontanato da quel mondo. Circostanza che, secondo la Corte, potrebbe averle fatto ritenere che l’associazione economico-criminale non fosse più funzionale agli interessi delle cosche. Da qui la condanna a due anni e nove mesi, pronunciata in riforma dell’assoluzione di primo grado. (g.curcio@corrierecal.it)
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