Milioni per formare, incentivi per assumere. Ma i giovani continuano a partire
L’Osservatorio “Anna Kulischioff” mette sotto esame le politiche del lavoro in Calabria
In piena estate arriva in Calabria anche la ministra del Lavoro Marina Calderone e, come ormai accade spesso nelle occasioni istituzionali, porta numeri e risultati: occupazione ai massimi, disoccupazione in diminuzione, incentivi alle assunzioni, obiettivi raggiunti dal programma Gol. Numeri che, presi da soli, raccontano però soltanto una parte della realtà. Perché il problema non è esclusivamente quanti occupati abbiamo oggi, ma quanto di quell’occupazione nasca da una reale domanda delle imprese e quanto continui invece ad avere bisogno di corsi, tirocini, sgravi e incentivi pubblici per esistere. Prendiamo, ad esempio, il programma Gol. Nel maggio 2026 la Regione Calabria ha finanziato 26 percorsi di reskilling da 600 ore destinati ai Tirocinanti di inclusione sociale che non erano rientrati nelle procedure di assunzione. In pratica, persone provenienti da una precedente esperienza di tirocinio pubblico e non stabilizzate vengono indirizzate verso un nuovo percorso di formazione finanziata, per un costo complessivo di circa 2,55 milioni di euro. Di questo stanziamento, circa 1,37 milioni, pari al 54%, finanziano la realizzazione dei corsi, mentre 1,18 milioni, il 46%, sono destinati alle indennità di frequenza. Tradotto: su 100 euro stanziati, circa 46 vanno direttamente alle indennità dei partecipanti e 54 alla realizzazione della formazione. Questi ultimi non sono semplicemente “costi burocratici”: comprendono docenza, organizzazione e svolgimento dei percorsi. Ma resta un dato sul quale vale la pena interrogarsi: più della metà delle risorse serve a mettere in moto la macchina della formazione e non costituisce un sostegno diretto al partecipante. La domanda, allora, diventa inevitabile: che cosa produce questa macchina? Se spendere 54 euro per organizzare la formazione e 46 per sostenere chi la frequenta producesse successivamente lavoro stabile, qualificato e adeguatamente retribuito, sarebbe probabilmente un buon investimento. Ma il risultato non può essere misurato semplicemente contando corsi, ore e persone formate. Bisognerebbe sapere quanti partecipanti lavorano dodici mesi dopo, quanti sono stati assunti senza bisogno di un nuovo incentivo, quanto guadagnano, quanti svolgono un lavoro coerente con la formazione ricevuta e, soprattutto, quanti sono ancora in Calabria. Ed è proprio qui che emerge il paradosso. Siamo capaci di conoscere con grande precisione quanto costa un corso, quante ore dura, quale ente lo realizza, quanto viene liquidato e quale indennità spetta al partecipante. Molto più difficile è trovare il numero che dovrebbe contare più di tutti: quanto lavoro stabile ha prodotto quella spesa? Sarebbe ancora più interessante allargare lo sguardo e chiedersi quanto abbia speso complessivamente la Calabria negli ultimi quindici o vent’anni per formazione professionale, corsi, orientamento, tirocini e politiche attive. E soprattutto: per formare chi e per quale economia? Domande che riteniamo del tutto legittime, considerato che dopo tanti anni di formazione finanziata la Calabria presenta ancora un tasso di attività del 51,7%, contro il 66,7% nazionale, il Pil per abitante continua a essere il più basso tra le regioni italiane e, soprattutto, i giovani continuano ad andare via.
È questo che dovrebbe indurci a domandarci se una parte di queste politiche non abbia progressivamente assunto anche una funzione diversa da quella dichiarata: non più soltanto formare qualcuno per un lavoro richiesto dal sistema produttivo, ma tenere temporaneamente persone senza occupazione dentro una successione di corsi, tirocini e piccole indennità, quasi come una moderna forma di ammortizzatore sociale. Il problema, naturalmente, non sono le persone che vi partecipano. Chi non ha lavoro fa bene a cogliere qualsiasi possibilità e anche poche centinaia di euro possono essere importanti. Il problema è una politica che rischia di trasformare la formazione in un’area di parcheggio per esseri umani in cerca di una propria dimensione, lasciandoli in un limbo fatto di corso, indennità, tirocinio, incentivo e magari un altro corso. Facendo perdere loro anche qualcosa che nessun finanziamento potrà restituire: il tempo. Tempo nel quale un giovane dovrebbe fare esperienza vera, imparare una professione richiesta, crescere professionalmente e cominciare a percepire uno stipendio vero. Anche gli incentivi alle assunzioni devono essere giudicati con lo stesso criterio. Sono utili quando consentono a un’impresa di inserire una persona della quale continuerà ad avere bisogno. Possono invece finire per “drogare” il mercato del lavoro quando il rapporto nasce perché esiste l’agevolazione e scompare insieme ad essa. In quel caso il finanziamento pubblico non ha generato una domanda autonoma di lavoro: l’ha semplicemente sostituita per qualche mese. La questione, oggi, riguarda anche quanto guadagna chi lavora. Un’occupazione povera può migliorare una statistica senza però cambiare la vita di una persona. Se lo stipendio netto non consente di pagare autonomamente una casa, le utenze, l’automobile, l’alimentazione e di costruire una famiglia, abbiamo certamente un occupato in più, ma non necessariamente un giovane al quale abbiamo dato una ragione per rimanere in Calabria. Le politiche del lavoro dovrebbero quindi essere giudicate principalmente sulla loro capacità di produrre salari netti reali significativamente più elevati, attraverso maggiore produttività, imprese più competitive e un sistema fiscale che lasci una quota maggiore del reddito nelle tasche di chi lavora. Ed è qui che torniamo alle visite estive dei ministri e alle dichiarazioni degli amministratori regionali. Forse è arrivato il momento di portare in conferenza stampa numeri diversi: non soltanto quanti cittadini sono stati presi in carico, quanti hanno frequentato un corso o quanti tirocini sono stati attivati, ma quanti di quei lavoratori sono ancora occupati dopo la fine dell’incentivo, quanto guadagnano e quanti hanno deciso di continuare a vivere in Calabria. Se, dopo tanti anni di corsi, tirocini, incentivi e milioni di euro spesi per le politiche del lavoro, i giovani continuano a lasciare la Calabria, non sarebbe arrivato il momento di chiederci se stiamo finanziando con fondi pubblici il lavoro o, in buona parte, la macchina costruita per cercare di crearlo?
Osservatorio per il Socialismo Riformista “Anna Kulischioff”
Avv. Annunziata Paese
