Quei ragazzi che aspettano sui cubi di cemento della Piana di Sibari
«Non è degrado, è resistenza»
C’è una luce particolare, a Cassano allo Ionio, quella del primo pomeriggio quando il sole picchia forte sulla Piana di Sibari e le strade sembrano deserte. È l’ora in cui i ragazzi si danno appuntamento sui cubi di cemento delle periferie, quelli che qualcuno ha piazzato anni fa per delimitare chissà quale confine e che ora sono diventati troni improvvisati. Lì restano, a guardare le macchine che passano sulla statale, mentre Cosenza è lontana sessanta chilometri che sembrano sessanta anni luce.
Questa è la Calabria che non finisce mai nei giornali nazionali, se non per le inchieste sulle ‘ndrine, gli incendi estivi che divorano il Pollino o le statistiche impietose sull’emigrazione dei suoi giovani. Ma c’è un’altra emergenza, silenziosa, che brucia più lentamente ma fa più male: quella di ragazzi che non hanno dove andare, che trasformano un incrocio qualsiasi in un luogo di aggregazione perché è l’unico posto dove qualcuno li vede. Non è degrado, è resistenza. È il tentativo disperato di costruire spazio sociale dove lo spazio sociale non esiste più.
Perché a Cassano, come in mille altri paesi del Cosentino, i luoghi dell’aggregazione sono chiusi uno dopo l’altro. Il cinema non c’è più da decenni, i centri giovanili si aprono e chiudono con i finanziamenti a progetto, le parrocchie fanno quello che possono ma le forze sono poche. E allora restano loro, i cubi di cemento, le panchine davanti al bar, il parcheggio del supermercato. Noi li chiamiamo «gruppi di giovani che bivaccano», loro stanno semplicemente cercando di essere comunità.
E poi c’è la questione del linguaggio. Perché questi ragazzi parlano un calabrese misto a italiano, con parole arabe o albanesi dei compagni di scuola, con espressioni prese da TikTok e dalla trap, con un gergo che è l’unica cosa veramente loro in un mondo che non gli appartiene. Noi continuiamo a parlare con le circolari del Comune, con i progetti della Regione, con il linguaggio delle istituzioni che sta a Cosenza o, peggio ancora, a Roma. Due codici che non si incontrano mai. Come fai a spiegare a un sedicenne di Cassano che esiste un «Piano contro la solitudine» quando lui quella solitudine la vive ogni pomeriggio alle due, solo al bar perché i suoi non hanno i soldi per la pizza?
Servirebbe un altro modo di esserci. Non le forze dell’ordine che arrivano solo quando c’è la rissa, non gli assistenti sociali che fanno la spola tra un caso e l’altro con la fretta di chi deve chiudere il rendiconto. Servirebbero presidi mobili, educatori che stanno lì, che osservino per settimane prima di intervenire, che capiscano le dinamiche di quel gruppo specifico, di quel cubo di cemento specifico. Gente che sa che a Cassano molti ragazzi non hanno la patente e restano bloccati nel paese, che conosce le famiglie dove i genitori sono emigrati al Nord o in Europa, che comprende che dietro quella sfida all’ultimo sangue c’è la ricerca di identità di chi non ha niente.
Perché il ragazzo che alle undici e quarantotto del mattino si sveglia a Cassano non è diverso dal coetaneo di Milano. È solo qualcuno che ha meno opportunità, meno servizi, meno spazi. Qualcuno che vive in una regione dove le periferie concentrano condizioni di maggiore fragilità, minore accesso ai servizi e carenza di luoghi di incontro. Qualcuno che ha trasformato la rabbia in spettacolo perché è l’unica moneta che conosce per comprare un po’ di attenzione. Domani si ricomincia, dicono. E domani, a Cassano come in mille altri paesi del Sud, ci saranno ancora ragazzi sui cubi di cemento ad aspettare che qualcuno li veda davvero. Che capisca che non sono il problema, ma l’unica possibilità di futuro che resta a questi luoghi. Che trasformare quel cubo di cemento in un vero spazio di comunità non è un costo, è l’unico investimento sensato che possiamo fare.
Altrimenti restiamo noi, gli adulti, a guardare il massiccio del Pollino da lontano, mentre una generazione intera scivola via, un pomeriggio alla volta, senza che nessuno se ne accorga davvero.
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