’Ndrangheta, il pizzo sulla seggiovia di Gambarie. La richiesta da 50mila euro e lo “sconto” a 40mila «per rispetto»
L’episodio risale al 2016 ed emerge dalle carte dell’inchiesta. Secondo l’accusa, la somma sarebbe stata versata in tre tranche da 20, 10 e 10mila euro
REGGIO CALABRIA «Una volta venti, una volta dieci e un’altra volta dieci». Quarantamila euro in tre tranche. È la contabilità del presunto pizzo imposto sui lavori di ristrutturazione della seggiovia di Gambarie, una delle opere più importanti e riconoscibili della località turistica aspromontana. La richiesta iniziale, secondo la ricostruzione della Dda di Reggio Calabria confluita nell’ordinanza “Epicentro 2”, sarebbe stata ancora più alta: 50mila euro. A versare il denaro sarebbe stato G. V., indicato negli atti come gestore degli impianti sciistici e di risalita di Gambarie. L’episodio, contestato a Gaetano Chirico e Maurizio Cortese, viene collocato nel settembre del 2016 tra Reggio Calabria e Santo Stefano d’Aspromonte.
La richiesta da 50mila euro
Per gli inquirenti, la forza della richiesta non avrebbe avuto bisogno di minacce esplicite perché a pesare «sarebbe stata l’appartenenza ostentata o comunque percepita dei due uomini alle articolazioni di ’ndrangheta di Archi e Santo Stefano d’Aspromonte», riconducibili alla storica fama criminale delle cosche De Stefano e Serraino. L’obiettivo sarebbe stato quello di costringere l’imprenditore a versare 50mila euro in relazione ai lavori eseguiti sulla seggiovia. Una cifra che, dopo l’intervento attribuito a Chirico, sarebbe stata ridotta a 40mila. A ricostruire il passaggio è lo stesso Cortese, successivamente diventato collaboratore di giustizia. La frase riportata nel capo d’imputazione contiene insieme la richiesta iniziale, il ruolo riconosciuto a Chirico e la somma che sarebbe stata effettivamente consegnata: «Gli dico: “(…) ho bisogno di soldi. Gli avevo chiesto 50, per rispetto tuo me ne dà 40”». Poi la contabilità delle consegne: «Mi ha dato una volta 20, una volta 10 e un’altra volta 10».
I 40mila euro in tre tranche
Non un unico pagamento, dunque, ma tre consegne successive: prima 20mila euro, poi due versamenti da 10mila. È proprio la precisione con la quale Cortese avrebbe ricordato la suddivisione della somma a trasformare il racconto in una sorta di rendiconto dell’estorsione. Secondo la contestazione, Chirico sarebbe intervenuto «in qualità di rappresentante della cosca De Stefano», mentre Cortese avrebbe materialmente ottenuto il denaro dal gestore degli impianti. L’azione viene ricondotta dall’accusa a un interesse condiviso tra le articolazioni di Archi e Santo Stefano d’Aspromonte, capaci di coordinarsi anche fuori dai rispettivi territori di origine. Il presunto pizzo avrebbe così seguito la geografia criminale ricostruita nell’inchiesta: da una parte il peso della cosca De Stefano nell’area reggina, dall’altra quello dei Serraino sul territorio aspromontano. Nel mezzo, un’opera destinata allo sviluppo turistico di Gambarie.
Il ruolo attribuito a Chirico
Nell’impianto dell’ordinanza, Gaetano Chirico viene indicato come uno dei principali riferimenti dell’articolazione di ’ndrangheta di Archi, geneticamente collegata alla cosca De Stefano e dotata, secondo il gip, di una capacità d’influenza estesa ben oltre il quartiere reggino. Tra i compiti che gli vengono attribuiti figurano la pianificazione delle attività estorsive, la gestione dei rapporti con le altre articolazioni federate e la risoluzione delle controversie secondo le regole della ’ndrangheta. È in questo quadro che gli investigatori inseriscono anche l’intervento sulla vicenda della seggiovia: Chirico avrebbe rappresentato l’autorità criminale necessaria a definire la richiesta e consentire a Cortese di riscuotere la somma. La frase «per rispetto tuo» assume così, nella lettura accusatoria, un significato preciso perché non si tratterebbe di un semplice riguardo personale, ma del riconoscimento del peso attribuito a Chirico e al gruppo mafioso che avrebbe rappresentato.
Cortese e il legame con Gambarie
Il rapporto di Cortese con il territorio di Gambarie emerge anche dai suoi interrogatori. Rispondendo ai magistrati, il collaboratore raccontava di avervi trascorso un periodo durante la latitanza: «Ho soggiornato a Gambarie, latitante». Nello stesso passaggio descriveva i rapporti tra le diverse cosche reggine come una rete nella quale non sarebbe stato necessario conoscere personalmente tutti gli esponenti. Bastava parlare con un interlocutore riconosciuto per veicolare richieste e ambasciate anche verso gruppi diversi dal proprio. «Se avevano bisogno, sapevano che io ho un rapporto», spiegava Cortese, riferendo che poteva essere incaricato di trasmettere messaggi anche per conto di altre articolazioni. Una descrizione che, secondo gli inquirenti, restituisce il sistema di relazioni dentro il quale si sarebbe collocata anche la richiesta sulla seggiovia.
L’opera simbolo dell’Aspromonte
A rendere particolarmente significativo l’episodio è il bersaglio individuato. Non un cantiere periferico o un’attività sconosciuta, ma gli impianti di risalita di Gambarie, simbolo del turismo montano reggino e infrastruttura centrale per l’economia della località aspromontana. Secondo la Dda, anche quei lavori sarebbero diventati un’occasione per esercitare il controllo criminale sulle attività economiche del territorio. La richiesta iniziale da 50mila euro sarebbe stata rideterminata a 40mila dopo l’intervento di Chirico. Una cifra poi spezzata in tre parti e consegnata, secondo il racconto di Cortese, con la puntualità di una contabilità parallela: venti, dieci e altri dieci. Per Chirico e Cortese l’accusa contestata è quella di estorsione aggravata dal metodo mafioso e dalla finalità di agevolare le cosche De Stefano e Serraino. Si tratta di una ricostruzione formulata nella fase cautelare e destinata al vaglio delle successive fasi processuali. (g.curcio@corrierecal.it)
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