Salari trattenuti e braccianti sotto ricatto nella Sibaritide. «Ai caporali fino a 50 euro per lavoratore»
Alcuni braccianti cercano un altro impiego. I caporali si mostrano insoddisfatti della raccolta: «Devo controllare i ragazzi, hanno fatto 20-20 cassette»
CASSANO ALLO IONIO Lavoratori costretti a rimanere alle dipendenze dei caporali, pagati solo in parte e tenuti legati al gruppo attraverso il mancato saldo degli stipendi, il «mercimonio» dei braccianti caratterizzato da ritmi asfissianti. Sono solo alcuni dei dettagli emersi dall’inchiesta denominata “Master”, coordinata dalla Dda di Catanzaro che ha fatto luce sulle presunte attività di intermediazione illecita e sfruttamento lavorativo nella Sibaritide.
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Il bisogno e il presunto sfruttamento
Il sistema rilevato dagli investigatori, avrebbe permesso ai presunti responsabili di fare leva e, dunque, esercitare pressione sulla condizione di bisogno dei lavoratori, ai quali sarebbe stata lasciata una scelta soltanto apparente: accettare le condizioni imposte dai caporali oppure perdere lavoro, alloggio e, di conseguenza, anche la possibilità di recuperare le somme già maturate. Uno degli aspetti più significativi riguarda proprio il pagamento dei salari. Le dichiarazioni di alcuni lavoratori, sentiti in qualità di testimoni da chi indaga – descrivono un modus operandi ricorrente: gli stipendi non sarebbero stati corrisposti puntualmente e per intero, ma distribuiti in piccole somme, appena sufficienti per acquistare generi alimentari e pagare l’affitto. I debiti accumulati avrebbero così finito per trasformarsi in uno strumento di controllo.
È quanto emerge, tra le altre, dalle dichiarazioni due braccianti. Agli investigatori svelano i dettagli della filiera legata alla riconsegna del denaro, con le somme «annotate su un taccuino». Secondo il loro racconto, il sistema li avrebbe mantenuti in una condizione di sostanziale dipendenza: i danari ricevuti come compensa sarebbero stati appena sufficienti a consentiro loro di fare la spesa e sostenere i costi dell’abitazione.
La situazione sarebbe precipitata nel gennaio 2020, quando alcuni lavoratori decidono di cercare un impiego senza passare dalla mediazione di chi sarebbe stato parte attiva del presunto sistema. Una giornata di lavoro agricolo poteva fruttare una paga da 40 euro, contro i 23-25 euro percepiti. Circostanza che ha portato, i braccianti a chiedere conto dei compensi fino a quel momento ricevuti. Dinazi alle reprimende, i presunti caporali, secondo quanto emerso, avrebbero reagito allontanando i lavoratori dall’abitazione
Ai caporali fino a 50 euro per lavoratore
Sono sempre le intercettazioni raccolte e registrate dagli investigatori ad offrire un ulteriore spaccato rispetto al presunto sistema di sfruttamento. E’ uno dei principali indagati, infatti, a riferire «di percepire, dall’imprenditore non meglio specificato, un compenso pari a 50 euro giornalieri e di occuparsi solo del controllo dei lavoratori». «Devo controllare i ragazzi…oggi hanno fatto 20-20 cassette…», precisando che l’anno prima è riuscito a far raccogliere un numero ben più elevato: «l’anno scorso i ragazzi che venivano con me facevano 36-36 cassette in tre giorni…». La conversazione è di notevole interesse per l’accusa, dalla ricostruzione dettata dal contenuto delle captazioni si evince come i caporali percepirebbero «somme consistenti (anche 50 euro) dai datori di lavoro, per ogni lavoratore, mentre loro a questi ultimi consegnano solo una minima parte (tra i 25-27 e i 30 euro, ovvero poco pù di 3 euro all’ora». (f.benincasa@corrierecal.it)
