Il silenzio dopo il coraggio, la morte di Denise Cosco e il fallimento collettivo dello Stato
La Procura di Velletri ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio, un atto dovuto, ma l’istigatore morale è da ricercarsi in quell’abbandono sistemico che logora l’anima giorno dopo giorno
La notizia del suicidio di Denise Cosco a 35 anni squarcia il velo di retorica della lotta alla mafia che per anni ha avvolto la sua figura e quella di sua madre, Lea Garofalo. A colpire, con la forza di una tragica beffa, è un dettaglio anagrafico che suona come una condanna: «Denise si è tolta la vita alla stessa identica età in cui sua madre fu brutalmente assassinata e bruciata dalla ‘ndrangheta». Ma se nel 2009 a premere il grilletto e a distruggere il corpo di Lea fu la ferocia criminale del clan Cosco, nel 2026 la fine di Denise porta con sé una responsabilità diversa, più sottile e istituzionale. È la firma del fallimento dello Stato, incapace di proteggere la vita di chi ha sacrificato tutto per la giustizia.
Un isolamento istituzionale camuffato da protezione
Denise Cosco non era una semplice testimone; era la chiave di volta che aveva permesso di condannare all’ergastolo suo padre, Carlo, e i complici del delitto della madre. Per anni le istituzioni hanno sbandierato il suo caso come l’esempio lampante del riscatto e della vittoria della legalità. La realtà quotidiana, lontano dai riflettori delle commemorazioni ufficiali, era però ben diversa. Il sistema di protezione dei testimoni di giustizia in Italia si conferma, ancora una volta, un meccanismo burocratico e alienante. Cambiare nome, sradicare la propria identità, vivere nel terrore costante della vendetta e sotto il peso di una burocrazia asfissiante non significa “vivere protetti”, ma essere condannati a una prigionia di Stato. Lo Stato si è limitato ad assicurare a Denise una parvenza di sicurezza fisica, dimenticando completamente l’essere umano, la sua salute psicologica e il trauma devastante di una ragazza rimasta sola a combattere i mostri del proprio passato. La Procura di Velletri ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio, un atto dovuto, ma l’istigatore morale è da ricercarsi in quell’abbandono sistemico che logora l’anima giorno dopo giorno.
La parata della memoria
Accanto alle carenze strutturali dello Stato, emerge il cortocircuito anche del mondo dell’associazionismo. Le diverse realtà associative, spesso pronte a riempire le piazze nel nome di Lea Garofalo hanno fallito nella loro missione più importante: il supporto concreto e continuativo a chi è rimasto in vita. La retorica della legalità, ancora una volta, si è dimostrata un guscio vuoto. Denise Cosco è stata trasformata in un simbolo da celebrare nei convegni, nelle scuole e nelle piazze, ma è stata lasciata sola nella quotidianità. Il mondo civile e associativo non è stato capace di costruire attorno a lei una vera rete di accoglienza, di calore umano e di reinserimento che andasse oltre la solidarietà di facciata. Quando i riflettori delle ricorrenze si spegnevano, Denise tornava nel suo cono d’ombra, schiacciata da un cognome pesante e dall’impossibilità di una vita normale.
La sconfitta della legalità
Il suicidio di Denise Cosco non è un fatto privato, ma una pesantissima sconfitta pubblica per l’intera nazione. L’effetto psicologico di questa tragedia rischia di essere devastante per la lotta alle mafie: quale giovane donna o uomo della ‘ndrangheta deciderà mai più di ribellarsi e denunciare la propria famiglia se lo Stato, dopo aver ottenuto le condanne, offre come unico orizzonte l’isolamento e la disperazione? La morte di Denise a 35 anni chiude un cerchio tragico aperto diciassette anni fa con il sangue di sua madre. Ma mentre per Lea Garofalo la colpa fu della ‘ndrangheta, per Denise la responsabilità ricade su una società e su uno Stato che celebra i martiri ma non sa salvare i vivi. (redazione@corrierecal.it)
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