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la riflessione

L’abisso dello sfruttamento e la luce di chi non si arrende: una lezione per i nostri ragazzi

Dai campi della Sibaritide al disagio giovanile: come il coraggio di chi denuncia squarcia il velo dell’omertà e ci insegna a capovolgere il paradigma della rassegnazione

Pubblicato il: 11/09/2026 – 16:02
di Angelo Palmieri
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Quando la cronaca ci sbatte in faccia l’orrore dello sfruttamento, quando leggiamo di ragazzi bruciati vivi in un’auto ad Amendolara o di uomini costretti a dormire in venti in una stanza senza luce, il primo istinto è lo sgomento. C’è un dolore che nessuna indagine potrà mai cancellare, una ferita che lo sfruttamento di esseri umani ridotti a merce lascia aperta nella nostra coscienza. Eppure, in questo abisso di illegalità che ha segnato la Sibaritide in questi giorni, si è accesa una luce. Non per sminuire la tragedia, né per assolvere un sistema criminale che ha mostrato il suo volto più feroce, ma perché in quel buio fitto c’è chi ha trovato il coraggio di gridare. Prima di addentrarci in questa riflessione, un senso di rispetto verso le persone coinvolte ci impone una precisazione necessaria. Chi legge deve sapere che le 66 persone coinvolte a vario titolo in questa complessa indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro non sono colpevoli. La legge è chiara, ed è giusto che lo sia: fino a una condanna definitiva, vige la presunzione di innocenza. E tra le persone coinvolte, c’è chi è iscritto nel registro degli indagati, con tutte le garanzie difensive che ne conseguono, e chi invece è stato ascoltato semplicemente come persona informata sui fatti, per aiutare la magistratura a ricostruire la verità. Rispettare questa separazione non è un freddo tecnicismo, ma il primo mattone di quella civiltà giuridica che vogliamo difendere.

L’inchiesta nata da un atto di ribellione

Torniamo a quella luce nel buio. L’inchiesta sulla Piana di Sibari, che ha portato ai recenti venti provvedimenti cautelari, non nasce da una soffiata anonima, ma da un atto di ribellione. Nel 2020, tre braccianti africani, di fronte alle ritorsioni dei loro sfruttatori, invece di abbassare la testa e sparire, vanno dai Carabinieri e denunciano. Squarciano il velo dell’omertà. In sociologia si parla spesso di comunità frammentate, ma qui vediamo una comunità che si mette in cammino. È un’anima forte, resistente, che rifiuta la passività. Chi subisce non è una massa indistinta e rassegnata: è un corpo vivo che reagisce, che trasforma la propria debolezza in un atto di dignità. Questo è un aspetto profondamente positivo, un antidoto al veleno della sopraffazione.

Il silenzio è il cemento dell’ingiustizia

Da anni mi occupo di disagio giovanile. Spesso mi trovo di fronte a ragazzi che si sentono intrappolati, che credono di non avere via d’uscita, schiacciati da paradigmi che sembrano immutabili. Come possiamo usare questa storia, con tutto il suo peso di dolore e di riscatto, per parlare con loro? Come possiamo spiegare che un paradigma si può capovolgere? Dobbiamo dire ai nostri ragazzi, più grandi e meno grandi, che il silenzio è il cemento dell’ingiustizia. Il caporalato, come ogni forma di prevaricazione, si nutre dell’isolamento di chi subisce. Ma la storia di questi braccianti ci insegna che la parola, quando viene pronunciata, ha un peso specifico enorme. Non serve essere eroi senza paura; serve il coraggio di chi, pur tremando, decide di non restare solo.

Una lezione di umanità

Bisogna far capire loro che esiste una rete. Dietro quella denuncia c’erano i Carabinieri, la DDA, una parte della società civile. Capovolgere il paradigma significa passare dalla condizione di vittima isolata a quella di attore del cambiamento, consapevoli che le istituzioni e la comunità possono essere un abbraccio, non un muro. Ai ragazzi che vivono il disagio, a quelli che si sentono “invisibili” come i braccianti nei campi della Sibaritide, dobbiamo raccontare che la loro voce è l’unica vera arma per frantumare le catene. Non quelle di ferro, ma quelle mentali, fatte di rassegnazione e di paura. La Sibaritide ci ha mostrato il volto più brutto dello sfruttamento, ma ci ha anche regalato una lezione di umanità. Una lezione che dobbiamo saper tradurre in parole semplici, in sguardi veri, per chi sta crescendo e ha bisogno di credere che un mondo diverso, più giusto, non è un’utopia, ma una battaglia che si può vincere, insieme. (redazione@corrierecal.it)

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